Sport

Andrea Lucchetta Il magico mondo di Crazy Lucky esiste davvero

UMAGO | “Non siamo stati mai una generazione di fenomeni, è la stampa che ci definì tali in quanto aveva bisogno di titoli d’effetto. Come sostengo da anni, noi eravamo una generazione di minatori, di gente che ha... minato certi stereotipi e che si allenava tre ore al giorno, e anche oltre, per raggiungere gli obiettivi che si era prefissata. Prima del singolo arrivava il gruppo, una cosa inconcepibile ai giorni nostri, dato che la passione ha ceduto il passo al Dio denaro e alla celebrità”. Parla di sé stesso e dei compagni di nazionale Andrea Lucchetta, leggenda della pallavolo mondiale negli anni ’90, per illustrare i sacrifici che ogni sportivo deve fare per arrivare al top. Lucchetta è personaggio atipico, come si può dedurre anche dal soprannome “Crazy Lucky”, che ama dire le cose come stanno, senza mezzi termini e senza guardare in faccia a nessuno. Riesce a essere serio e burlone allo stesso tempo e la sua visione dello sport è ancora quella dei tempi di Olimpia, di “passione, sacrificio e attaccamento alla maglia”. Forse anche per questo motivo rimpiange i tempi passati, cercando però allo stesso tempo di trasmettere tutto ciò che lo ha contraddistinto, in campo e fuori, alle nuove generazioni.
Lo abbiamo incontrato a Umago, dove è arrivato in veste di ospite d’onore alla cerimonia di premiazione dello Sportivo UI per il 2016, cercando di conoscere al meglio soprattutto il Lucchetta degli ultimi anni, quello che ha ancora tanti sogni nel cassetto, per quanto ne abbia realizzati già parecchi.

In poche parole, chi è Andrea Lucchetta?

“Un ragazzo simpatico di 54 anni, che ama la vita e che tenta di trasmettere passione ed entusiasmo ai giovani. Se poi in passato sono stato un pallavolista conta relativamente: diciamo semplicemente che ho avuto il talento e la fortuna di esprimermi ai massimi livelli. Dal lato professionale, posso dire di essermi tolto delle belle soddisfazioni vincendo medaglie a Mondiali, Olimpiadi ed Europei, a testimonianza che il lavoro paga. Un’esperienza che mi ha aiutato a crescere come uomo e che mi ha dato tanta energia ora che sono avanti negli anni. Ma non sono ancora... morto: ho ancora tanti progetti in testa e voglio cercare di realizzarli”.

Iniziamo proprio da quest’ultimo punto. Chiusa la carriera, ti sei dedicato ad altre attività: sei impegnato nel sociale, hai fatto radio e televisione, ma c’è una cosa alla quale tieni in modo particolare…

“Una delle mie missioni è quella di avvicinare i bambini allo sport, togliendoli dalla dipendenza ai social network. Ritengo indispensabile ‘attaccare’ i giovani con l’attività ludica, motoria e ricreativa fino alla scuola materna. Questo è un compito complesso, visto che richiede il coinvolgimento di pediatri, psicologi, allenatori. Ho fatto tesoro dell’esperienza di giocatore e tento di trasmettere il mio sapere pratico al mondo dei bambini. La maggior parte dei miei colleghi ed ex compagni, una volta smesso con la pallavolo, ha intrapreso la carriera di allenatore o dirigente. Io invece ho preferito aprire a Modena una ludoteca, una specie di circolo motorio-ricreativo che è ben diverso di una scuola di pallavolo: è strutturato in maniera tale che i bambini, giocando insieme, abbiano degli stimoli nell’apprendere attività motorie per poi essere un giorno in grado di scegliere attività più strutturate. Alla base del mio progetto c’è la voglia di creare questo tipo di percorso, che per noi insegnanti è faticosissimo: stare in mezzo a bambini di 3-6 anni ti fa diventare pazzo, ma se tu dai loro l’energia loro te la restituiscono all’ennesima potenza, e vi garantisco che è una bellissima soddisfazione. Io ho ricevuto questo tipo di educazione e voglio trasmetterla alla next generation”.

Anche per questo motivo hai creato un cartone animato, ovvero Spike Team, rivolto proprio a questa fascia d’età?

“Spike Team è stata un’altra sfida personale perché all’interno del processo ludico mi sono reso conto che stanno cambiando completamente i modelli di riferimento per le nuove generazioni. Oggi dal mondo dello sport arrivano soprattutto messaggi negativi, mentre un cartone animato è sempre qualcosa di magico, dove tutto finisce bene. Ma non grazie alla bacchetta magica, bensì per impegno, dedizione e sacrificio dei protagonisti. Spike Team sostanzialmente parla di un gruppo di ragazzine che devono riaccendere lo spirito sportivo in quanto il male e gli antivalori, insomma il... Moggi in gonnella, ha spento la torcia di Olimpia. La piccola squadra del college resiste, lotta e alla fine vince. L’allenatore delle Spikes Girls è Lucky, in altre parole il sottoscritto, che cerca di infondere nella sua squadra lo spirito olimpico, consegnando sei pietre che corrispondono a sei virtù dello sport: forza, lealtà, coraggio, tenacia, sacrificio ed equilibrio”.

Legata alla produzione del cartoon c’è una curiosità, che è poi anche un messaggio forte e chiaro…

“Sì, e suonerebbe così: non si vince subito, ma c’è un percorso da rispettare, come nella vita così anche nel cartone animato. Mi spiego meglio: al momento della produzione la Rai voleva che lo Spike Team vincesse il campionato già dopo 26 episodi. No – ho risposto –. Spike Team arriva secondo, che è già per sé un risultato mostruoso per un gruppo di ragazzine partite da zero. Nella seconda serie si chiude addirittura terzi, perché è attraverso la sconfitta e la delusione che si completa il percorso di crescita. Se si crede e si lotta, la vittoria arriva sempre. E alla fine arriva anche nel cartone animato, ma dopo 76 episodi. Nella vita non c’è nulla di facile e nessuno ha la bacchetta magica”.

Che cosa rappresenta lo sport per te?

“In primis, avere una possibilità di socializzazione. Il divertirsi, l’essere in strada tra amici e compagni, il fatto di poter condividere con altre persone dei momenti di divertimento sono elementi essenziali. Io ho iniziato in strada con gli amici, poi in oratorio dai Salesiani e a scuola. In questi luoghi ho imparato i criteri base dello sport, che si fondano sulla condivisione di un’esperienza con i compagni”.

Qual è il messaggio che deve trasmettere uno sportivo, per di più se è un campione?

“Deve essere un modello positivo, a partire dal comportamento in campo, avere un’etica valoriale, non deve mai dimenticare la maglia che indossa e chi rappresenta. Deve saper contaminare il territorio e fungere da esempio a tutti, a partire dai più giovani”.

C’è una ragazza appartenente alla nostra CNI, Samanta Fabris, che gioca a pallavolo in Serie A. Dall’alto della tua esperienza, che consiglio le daresti per la sua carriera professionistica?

“Vista la costituzione fisica, di prendere tanto testosterone! No, dai, scherzo. La conosco, e penso di lei un gran bene. Ha una struttura fisica imponente e tanta tecnica: può arrivare ai massimi livelli. Ciò che le consiglierei veramente è di mantenere la stessa passione nel corso degli anni. Purtroppo non è sempre così, ma la colpa non è necessariamente del giocatore. Talvolta ti capita qualche allenatore che crea disastri, o magari di trovarti nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ci vuole sacrificio, forza di volontà e perseveranza, insomma non arrendersi mai anche quando arrivano le difficoltà e le pressioni. E vi garantisco che prima o poi arrivano per tutti. In questi casi il sostegno della famiglia e dell’ambiente è fondamentale”.

Il ricordo più bello e quello più brutto della carriera professionale?

“Il primo scudetto a Modena. Ho vissuto un percorso sportivo che mi ha portato a vincere i Mondiali nel 1990 in Brasile, da MVP. Vincere un Mondiale è il coronamento di molti sacrifici, è motivo di grande gioia per avere raggiunto l’obiettivo massimo. Le Olimpiadi sono un’esperienza diversa, che racchiude una sua spiritualità. Una volta ricevuta la medaglia e appena finita la grande gioia per la vittoria, ho capito che era finito tutto e ho provato un po’ di tristezza. Mi sono sentito vuoto dentro. La stessa cosa mi è capitata quanto, dopo dieci anni, ho lasciato Modena. Quella era una svolta alla mia carriera e vita, visto che dovevo ricominciare praticamente dal nulla. Il momento più negativo? Alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, dove l’Italia partiva come favorita. Purtroppo, siamo stati eliminati già ai quarti di finale. Il momento più triste della mia vita, una vicenda che mi ha spaccato il cuore, riguarda la morte di una mia amica malata di leucemia. Queste sì che sono tragedie, non una partita persa”.

Cambiamo argomento. Le tue telecronache sono specifiche: insegnano e allo stesso tempo divertono...

“Sono stato contaminato da uno slang e da un voiceover per i quali una telecronaca deve essere in grado di rendere più bello al telespettatore quello che più volte è uno spettacolo soporifero e orribile. Mi maschero ogni tanto anch’io con i miei interventi, allo stesso tempo cercando di mettere un po’ di metafore all’interno del commento tecnico, che è spesso troppo ripetitivo e noioso. Bisogna usare una serie di strumenti per le spiegazioni tecniche, che sono poi parte integrante. Magari talvolta faccio arrabbiare i puristi, che vorrebbero sentire il solito ritornello. A loro dico: cambiate canale!”.

Che emozione si prova nel commentare un’attività che hai praticato per anni?

“È difficile, soprattutto perché avendo giocato hai esattamente la percezione di quello che sta succedendo in campo. Poi, devi ovviamente cercare di trovare un giusto equilibrio nel commentare un’azione, dare gli strumenti al telespettatore per capire che cosa avrebbe potuto fare meglio quel giocatore in un determinato momento. Lo faccio molto più duramente nel corso delle telecronache del campionato italiano perché ho più tempo, ma soprattutto in quanto devo essere al di sopra delle parti. Quando c’è invece di mezzo la nazionale italiana devi essere più conservativo, senza però togliere nulla a quel linguaggio che deve comunque divertire il telespettatore, del tipo: ‘Su le mani nei divani, solo primi piani, tutti per Osmany’ (il nazionale italiano Juantorena, nda). Devi quindi cercare di creare anche una specie di tormentone per togliere la tensione a chi ti ascolta a casa. Sintetizzando, è bellissimo poter raccontare quello che un gesto tecnico riesce a esprimere”.

Il look a spazzola da dove arriva e che significato ha per te?

“Non c’è una vera provenienza, direi che si tratta semplicemente di un elemento identificativo. In campo non mi cercavano mai, la palla passava tra il palleggiatore e il centrale, e allora mi sono voluto far notare. Poi ho fatto una scommessa prima del Mondiale ’90 e mi sono trovato costretto a portare questo look”.

E il soprannome Crazy Lucky?

“Da tutta una serie di situazioni non convenzionali su cui poter ridere e scherzare quando la palla cadeva per terra. La capacità di un giocatore è di arrabbiarsi e di sdrammatizzare nello stesso momento. Quando era in corso l’azione di gioco ero serio e concentrato, appena finita ne combinavo di tutti i colori. Negli anni ‘80 il mio era un comportamento quasi inaccettabile, visto che lo stereotipo dell’epoca era l’atleta musone che non rideva mai, una specie di sinonimo di concentrazione. Balle, perché l’atleta era ed è ancora sempre un ragazzo poco più che ventenne al quale sorride la vita”.

Un’ultima domanda: i tuoi figli, Lorenzo e Riccardo, hanno scelto il basket. Lo consideri un “tradimento”?

“Ma tu come fai a sapere i nomi dei miei figli? Siamo sicuri che sei giornalista e non dei servizi segreti? Vedi, questa è ad esempio una battuta in pieno stile Crazy Lucky, che l’altra parte in causa non si aspetta. Ammetti che sei rimasto spiazzato! Rispondendo seriamente alla domanda, dico assolutamente di no. Se hanno scelto il basket vuol dire che gli piace questo sport, che si sentono a proprio agio. In tal contesto, torno per un momento al discorso della mia ludoteca a Modena: ogni bambino deve giocare, ricevere un insegnamento e praticare lo sport allo stesso momento. Se poi nel corso degli anni sceglie il basket o la pallavolo, beh la scelta spetta soltanto a lui. Noi genitori dobbiamo rispettare la decisione e prenderne atto, sostenendo il bambino senza mai provare a condizionarlo nelle sue scelte”.

 

 

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