Politica

«Condannare il negazionismo»

TRIESTE | Un Giorno del ricordo “dei ragazzi” a Trieste con centinaia di giovani giunti da varie parti d’Italia per partecipare alla cerimonia sulla Foiba di Basovizza, simbolo di una guerra che ha significato dolore e tragedia, per le tante morti atroci ma anche per un esodo massiccio di cui non si doveva parlare. I ragazzi provenienti dagli istituti scolastici superiori “E. Maiorana” di Seriate (Bergamo), “Corni” di Modena (tecnico e liceo) e “Galasso” di Lecce, hanno aderito al progetto di “trasmissione della memoria” di questi eventi al confine orientale d’Italia, denominato “Le tracce del ricordo”, rivolto alle generazioni più recenti, ideato dal Comune e dalla Lega Nazionale di Trieste. Nel pomeriggio di venerdì sono stati ricevuti nella Sala del Consiglio comunale, dal sindaco Roberto Dipiazza, con il presidente del Consiglio comunale e l’assessore all’Educazione. Presenti anche l’avv. Paolo Sardos Albertini, presidente della Lega Nazionale e il dott. Andrea Vezzà, responsabile del progetto.


La crudezza del ricordo

Sabato mattina i cinquecento studenti hanno partecipato alla cerimonia di Basovizza, in una tersa giornata di bora che non manca di accompagnare questa ricorrenza, quasi a sottolinearne la crudezza del ricordo di fatti difficili da raccontare in un contesto finalmente pacificato. O almeno presunto tale se non fosse per tutti i segnali di intolleranza, pressapochismo, superficialità che giungono da diverse parti del Paese. Una soluzione? “Aumentare l’impegno delle istituzioni per radicare nella coscienza popolare la conoscenza delle tragedie delle foibe e dell’esodo dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, facendo sapere che ci furono persecutori e vittime attraverso un’opera di custodia e divulgazione della storia che condanni tentazioni negazioniste o strumentalizzazioni”. È questo il messaggio che scaturisce da quest’edizione del Giorno del ricordo, in pieno clima elettorale, che ne subisce gli strali, le contrapposizioni, complice l’ignoranza e la mancanza di rispetto. Come se la storia fosse un gioco di ruolo da trasformare a piacere. La verità ormai è stata riconosciuta e ben spiegata a vari livelli. Gli storici dell’FVG e non soltanto, hanno analizzato i fatti dai vari aspetti e punti di vista, dando spazio anche alle testimonianze. Chi vuole documentarsi può farlo. E poi ci sono i luoghi, come Basovizza, che rappresentano un chiaro monito.
Con i ragazzi, sabato scorso, c’erano, come da tradizione, le massime autorità civili e militari, tra cui la presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che ha più volte ricordato durante il suo soggiorno a Trieste, la sua provenienza istriana, radici che non ha mai dimenticato anche se ha fatto fatica a far capire alle persone, la propria provenienza.


L’Istria dov’è

L’Istria dov’è? Era la domanda più frequente. Una situazione molto simile raccontata da Anna Maria Mori e da tanti altri personaggi che hanno dovuto fare i conti con i decenni di silenzio su questa storia al confine orientale. Erano inoltre presenti il presidente del Consiglio regionale, Franco Iacop, il prefetto di Trieste, Annapaola Porzio, il sindaco del Comune di Trieste, Roberto Dipiazza e tanti rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma e degli esuli.


Alzabandiera solenne

Dopo la resa degli onori alle vittime delle foibe da parte di un picchetto del Secondo Reggimento “Piemonte Cavalleria” con l’alzabandiera solenne, come di consueto c’è stata la deposizione di Corone commemorative ai piedi del monumento, alla quale sono seguite la celebrazione della Santa Messa di suffragio officiata dall’Arcivescovo di Trieste monsignor Giampaolo Crepaldi, con la lettura della Preghiera per gli Infoibati e di alcune poesie da parte di alcuni studenti provenienti da varie parti d’Italia. Il sindaco Roberto Dipiazza ha ricordato per tutti che “da soli 14 anni, il Paese, la nostra patria ha cominciato a prendere piena coscienza di quanto successo su queste terre tra il settembre del 1943 e il febbraio del 1947 da parte dei partigiani comunisti di Tito. Una realtà che per oltre sessant’anni è stata volutamente dimenticata, nascosta, stravolta, misconosciuta. Un dramma figlio della ferocia dei titini jugoslavi, ma nel quale, per amor di verità, i comunisti italiani hanno svolto un ruolo non marginale. Le bestie di Tito qui hanno tracciato una lunga scia di sangue gettando in questa foiba e in altre voragini, italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia e altre vittime innocenti. Le persone, prima di essere gettate in queste fosse “con il vertice sprofondato nelle viscere della terra”, come le descrive monsignor Antonio Santin, vescovo di Trieste, venivano legate tra loro con il filo di ferro. La morte non arrivava subito, ma dopo lunghe agonie. Su queste terre si è consumato un eccidio di massa, i cui morti si contanto in metri cubi di cadaveri”.

Non scordare l’esodo

Per tutte queste ragioni, è stato detto “il Giorno del ricordo non deve ritornare nell’oblio o diventare un’immagine sbiadita di quanto accaduto qui durante la Seconda guerra mondiale”.
Ma soprattutto c’è stato l’esodo che ancora pesa sulla realtà di un popolo sparso alla ricerca di occasioni per ricordare, ma anche di quella realtà che non permetta più mistificazioni, vestita di speranza per un futuro pieno fatto anche di successi e prospettive, che superi i dolori e consegni nuova consapevolezza ai figli e ai nipoti di esuli e rimasti.

 

 

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