Politica

«Diritti delle minoranze: il governo è nostro partner»

foto: Patrik Macek/PIXSELL

ZAGABRIA | “L’attenzione dedicata alla questioni rilevanti per lo status degli appartenenti alle rispettive minoranze dalla Croazia e dall’Ungheria è a un livello tale da poter essere presa ad esempio da molti altri Paesi”. È l’opinione espressa a inizio ottobre dal presidente del Sabor, Gordan Jandroković, a conclusione dell’incontro con gli esponenti della Comunità croata in Ungheria. Sulla stessa linea anche il premier Andrej Plenković che pochi giorni fa, in margine al summit della Piattaforma 16+1 svoltosi a Budapest, ha avuto un colloquio bilaterale con il premier ungherese Viktor Orbán. Un colloquio rivelatosi più che fruttuoso considerato il disgelo emerso su diverse questioni importanti che incidono sulle relazioni bilaterali; in primo luogo i rapporti tra l’INA e la MOL e il veto posto da Budapest all’adesione di Zagabria all’OCSE. I rapporti bilaterali però non si consumano esclusivamente sul terreno economico. “Le relazioni bilaterali sono un qualcosa di ben più ampio e sta a noi porre l’accento sui temi che ci avvicinano”, ha sottolineato Plenković, facendo presente che la Comunità croata in Ungheria conta 50mila appartenenti. “Già da questo dato emerge quanto sia riduttivo parlare di relazioni bilaterali intendendo esclusivamente i rapporti tra l’INA e la MOL”, ha aggiunto, facendo presente che il dialogo con il premier Orbán è costante e si sviluppa in occasione dei vertici multilaterali. “Ovvio che l’incontro bilaterale avuto a Budapest ha dato un contributo più incisivo al rafforzamento delle relazioni”, ha concluso. Relazioni che riguardano, come sottolineato sia da Jandroković sia da Plenković, anche lo status degli appartenenti alle minoranze, ovvero se si parla di ungheresi che risiedono in Croazia di circa 14mila persone. Gli aventi diritto al voto alle ultime elezioni parlamentari, quelle del 2016, erano esattamente 9.981 e quanti tra loro hanno scelto di votare uno dei candidati in lizza nella XII circoscrizione elettorale hanno eletto al Sabor Robert Jankovics. Il deputato ungherese ricopre attualmente l’incarico di vicepresidente del gruppo parlamentare delle minoranze nazionali e di recente, in un’intervista alla Stina, si è soffermato su temi fondamentali per le comunità nazionali: i programmi operativi, le critiche rivolte all’attuale modello elettorale che sancisce la rappresentanza parlamentare delle etnie e la portata dei diritti degli appartenenti alle minoranze.

Per quanto riguarda quest’ultima, fondamentali sono le disposizioni della Legge costituzionale che regola la materia, una Legge approvata nel 2002. In 15 anni molte cose sono cambiate, c’è la necessità di aprire una riflessione sulla necessità di rivedere alcune soluzioni contenute nella normativa?

“La Legge costituzionale sui diritti delle minoranze nazionali è stata una pietra miliare lungo il cammino di avvicinamento della Croazia alla NATO e all’UE. Al momento della sua approvazione la Croazia ha lanciato un messaggio politico chiaro. Vero è che nelle intenzioni si voleva creare un sistema d’autogoverno simile a quello in vigore in Ungheria, ma nei fatti i Consigli e i rappresentanti delle minoranze sono rimasti ad oggi degli organi consultivi che operano a livello comunale, cittadino e regionale senza potere incidere in maniera significativa sulle decisioni degli organi delle unità d’autogoverno locale o regionale in quanto non hanno diritto di veto. Detto questo, va però rilevato che la Legge costituzionale ha prodotto anche risultati importanti. Uno su tutti è l’istituzione del Consiglio nazionale delle minoranze. Che poi il lavoro da fare sia ancora tanto è certo, ma dobbiamo contestualizzare la situazione e comprendere che i cambiamenti nella società non avvengono dalla sera alla mattina”.

Ha parlato di cammino di avvicinamento all’UE. Oggi la Croazia è un Paese membro eppure si parla di una stagnazione per quanto riguarda l’attuazione dei diritti degli appartenenti alle minoranze. Quali sono le ragioni di questa tendenza?

“I programmi operativi per le minoranze approvati di recente sono la prova che non si può più parlare di stagnazione. Quanto all’UE va tenuto presente che non esiste una politica europea sulle minoranze nazionali. Tutt’altro, alcuni dei Paesi fondatori non contemplano nemmeno il concetto di minoranza nazionale. Quindi, sta a noi fare passi avanti e i programmi operativi sono lo strumento che ci siamo dati. Vanno inoltre applicate puntualmente anche le disposizioni delle leggi e da parte mia sono convinto che in questo processo il governo è un nostro partner”.

Su cosa basa il suo ottimismo?

“Guardando a tutto quanto è successo in questi ultimi 12 mesi – dall’accordo di coalizione tra l’HDZ e il Most alla riconfigurazione della maggioranza parlamentare con conseguente rimpasto di governo, passando per le lezioni locali, le calamità naturali, il verdetto arbitrale sui confini con la Slovenia, i rapporti tra l’INA e la MOL, il contesto globale tutt’altro che idilliaco – penso che le turbolenze politiche non siano mancate. Eppure a conti fatti non me la sento di dire che ci siano motivi per dirci insoddisfatti del livello di attenzione dedicato dal governo alle questioni importanti per migliorare lo status degli appartenenti alle minoranze nazionali. Come dicevo, i programmi operativi sono una prova di questa buona volontà. Certo se ora guardiamo all’aspetto qualitativo dobbiamo ammettere che i contenuti di questi programmi non sono i migliori del mondo, ma non dobbiamo dimenticare che la politica è l’arte del possibile. Da parte mia, ritengo che sia importantissimo averli approvati considerato che erano previsti nel programma del governo. Attualmente in una gerarchia delle fonti li metterei subito dietro alla Legge costituzionale”.

Quanto ha contribuito alla stesura dei programmi operativi il gruppo parlamentare delle minoranze?

“Tantissimo. Ha dato un contributo fondamentale. Siamo stati noi parlamentari aderenti al gruppo a insistere affinché i principi del nostro operato diventassero parte integrante del programma di governo dal quale scaturiscono poi i programmi operativi per le minoranze nazionali. Dobbiamo però tenere presente che il risultato non sarebbe stato raggiunto se a insistere su questo punto fossimo stati soltanto noi otto deputati delle minoranze. In altre parole, importantissima è stata l’apertura dimostrata fin dall’inizio dal premier Andrej Plenković”.

I programmi operativi sono dunque frutto di un accordo politico?

“Sono l’espressione di una volontà politica del governo che a mio avviso per quanto riguarda i rapporti con le minoranze nazionali rappresenta un passo avanti. Stiamo parlando di programmi perfetti? Certamente no, ma dobbiamo tenere presente, e lo ribadisco, che la politica è l’arte del possibile”.

Guardando al futuro, quali obiettivi si è posto il gruppo parlamentare delle minoranze?

“La priorità di tutti è assicurare al Paese la stabilità politica; la priorità specifica nostra è di tutelare i diritti riconosciuti alle minoranze e possibilmente ampliarli. La nostra attività ha sempre guardato a questi obiettivi e sicuramente proseguiremo su questa linea”.

 

 

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