Politica

Croazia. Scatta la missione euro

foto: Dusko Jaramaz/PIXSELL

Fra qualche anno la Croazia potrebbe essere pronta a sostituire la kuna con l’euro. La prospettiva auspicata all’inizio del suo mandato dal presidente della Repubblica, Kolinda Grabar-Kitarović, è tornata in auge in seguito al discorso sullo stato dell’Unione europea pronunciato tempo addietro al Parlamento europeo dal presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean-Claude Juncker. Le parole di Juncker hanno incoraggiato Zagabria a rimboccarsi le maniche al fine di riuscire a soddisfare al più presto tutti i criteri necessari. Che l’obiettivo dell’ingresso nell’eurozona non sia una chimera lo ha confermato ieri anche il vicepremier Martina Dalić, la quale ha sottolineato che il governo e la Banca nazionale croata sono convinti che il momento sia propizio per avviare il procedimento per l’introduzione dell’euro. La vicepremier ha comunque puntualizzato che l’ingresso nell’eurozona è un obiettivo a medio termine. In altre parole non può essere realizzato dall’oggi al domani. Martina Dalić ha evidenziato in questo contesto che la Banca nazionale ha già approntato un’analisi dei costi e dei benefici derivanti dall’introduzione dell’euro, per cui a fine ottobre avrà inizio il dibattito pubblico.
La vicepresidente del governo ha anche rammentato che l’entrata nell’eurozona è uno degli obblighi che il Paese si è assunto al momento dell’adesione all’Unione europea. Ha aggiunto inoltre che la struttura del sistema finanziario nazionale è tale da rendere la Croazia un candidato ideale per l’inclusione nell’eurozona. “I risparmi dei croati sono nella maggior parte dei casi in euro; oltre l’80 per cento dei depositi è in euro; le principali transazioni, dall’acquisto di immobili a quello delle automobili, vengono concordate nella moneta unica europea, che pertanto è già parte integrante della nostra quotidianità”.
Va rilevato inoltre che in un recente incontro con i deputati il primo ministro Plenković ha annunciato che il governo si sta apprestando a stilare la scaletta dei passi da compiere per aderire agli Accordi europei di cambio (AEC). Per l’esattezza la Croazia punta a sottoscrivere l’AEC II, ossia la versione aggiornata degli Accordi. L’AEC II (l’acronimo inglese è ERM II) è il meccanismo di cambio stabilito al fine di garantire la stabilità dei tassi di cambio tra l’Euro e le valute dei Paesi che si accingono a sostituire il conio nazionale con la moneta unica. In parole povere si tratta dell’anticamera di Eurolandia.
Il cammino della Croazia verso la Zona euro potrebbe essere agevolato dalla propensione di Juncker a varare una serie di misure volte a favorire l’adesione alla Zona euro dei Paesi UE che non ne fanno parte. Un progetto che potrebbe contemplare non solo il sostegno tecnico, bensì anche quello finanziario, al fine di aiutare i Paesi a soddisfare i criteri per l’introdurre l’euro. Stando ad alcuni analisti l’intento del presidente della Commissione europea potrebbe essere semplicemente quello di attivare, ossia estendere il raggio d’azione del Programma di sostegno alle riforme strutturali (SRSS) lanciato nel 2015. All’inizio dell’anno, seppure “timidamente”, il governatore della Banca nazionale croata (HNB), Boris Vujić, si era pronunciato a favore dell’adozione dell’euro in tempi stretti. Le sue dichiarazioni erano state interpretate come un tentativo di spianarsi la strada per un secondo mandato di sei anni al timone della banca centrale. Dal punto di vista elettorale l’introduzione dell’euro al posto della kuna come forma di pagamento legale potrebbe influenzare le prossime elezioni parlamentari. Stando ai dati pubblicati dall’Eurobarometro, oltre il 50 p.c. dei cittadini croati è favorevole all’introduzione dell’euro. Di conseguenza, per inerzia molti di quelli che tra costoro sono indecisi su chi votare alle prossime parlamentari potrebbero premiare le forze politiche al potere al momento dell’avvicendamento tra il vecchio e il nuovo conio. Un capitale di voti che il premier Plenković tenterà sicuramente di accaparrarsi. Tanto più che in Croazia proprio il capo del Governo è uno dei più convinti sostenitori del progetto europeo. Agli osservatori più attenti non è sfuggito di vista una particolare circostanza. Vujčić sta ritardando da mesi la pubblicazione dello studio sui lati positivi e negativi dell’introduzione dell’euro in Croazia. Probabilmente proprio con l’intenzione di individuare il timing più adatto per essere in sintonia con i Banski dvori. La nomina del governatore dell’HNB spetta al Sabor, dove al momento vige una maggioranza guidata dall’HDZ. Quando si parla di introduzione dell’euro è opportuno tenere a mente che non si tratta di una decisione esclusivamente di carattere economico, ma anche politico. Per i singoli Paesi adottare l’euro significa dover rinunciare a tessere autonomamente la politica monetaria e dunque rinunciare a un’ulteriore fetta di sovranità nazionale. La Repubblica Ceca e la Polonia, ad esempio, pur essendo nella possibilità di poter adottare la moneta unica non l’anno mai fatto. Prudenti, per non dire riluttanti alla prospettiva di adottare l’euro sono pure l’Ungheria e la Svezia. Nel caso della Croazia l’adozione dell’euro produrrebbe senza ombra di dubbio molti benefici (ad esempio favorire lo sviluppo del turismo), ma anche diversi aspetti negativi non trascurabili (crescita dell’inflazione). Se da un lato le persone che hanno ottenuto dalle banche prestiti denominati in euro non dovrebbero più temere i rischi legati al cambio EUR/HRK, dall’altro non si può escludere un aumento dei prezzi dei beni di largo consumo immediatamente dopo l’introduzione della moneta unica. L’esperienza c’insegna che i commercianti tendono ad arrotondare per eccesso i prezzi al momento della conversione dal vecchio al nuovo conio. Un inconveniente che in realtà si potrebbe evitare fissando un tasso di conversione ponderato con senno. L’introduzione dell’euro potrebbe favorire lo sviluppo del turismo. Bisogna anche tenere conto che non tutti i Paesi di Eurolandia guardano con simpatia all’estensione della Zona euro verso est. Una parte rilevante della politica austriaca, ad esempio, ritiene che non abbia senso includere Paesi nei quali le frodi fiscali e quelle inerenti al costo del lavoro sono all’ordine del giorno. Ostili all’allargamento indiscriminato di Eurolandia sono anche quelle forze e correnti politiche europee che, memori delle conseguenze della crisi greca, non desiderano che l’euro sia adottato da Paesi che non sono in grado di tenere sotto controllo il debito pubblico. Junker, però, può contare sull’appoggio del presidente francese Emmanuel Macron e della Germania, che indipendentemente dalla vittoria alle elezioni di Angela Merkel o Martin Schulz continuerà a condurre una politica filo europea. D’altronde un’UE forte per Parigi e Berlino rappresenta l’unico modo per tenere testa sullo scacchiere internazionale agli USA, alla Russia, alla Cina, al Giappone e alla Gran Bretagna, ossia al Commonwealth delle Nazioni.

 

 

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