Politica

Confrontarsi con la realtà di Osimo

TRIESTE | Fu duro quel 1974 nell’allora Jugoslavia, gli italiani di Istria e Fiume messi alla strette, privati nel corso di una notte del loro massimo rappresentante, pagavano un dissenso interno che aveva sfiorato il colpo di Stato. La Jugoslavia di Tito, aveva bisogno di un segno forte. Durante la sua visita in Italia e al Vaticano, il Maresciallo era stato chiaro: “Conviene risolvere con me ancora in vita, la questione della zona B – questi i termini dei colloqui – non contate sulla clemenza di coloro che mi seguiranno al governo del Paese”. Una richiesta che venne colta soprattutto dagli Stati Uniti, che avevano bisogno che la Jugoslavia dei non allineati facesse da cuscinetto nella divisione in blocchi dell’Europa. Quanto al Trattato di Osimo, esso non faceva che ratificare quanto già stabilito nel Memorandum di Londra del ’54. L’Italia del 1975 aveva tutto per la testa fuorché dichiarare guerra alla Jugoslavia: infuriavano gli scontri di piazza, il terrorismo mieteva vittime, il boom economico era finito, l’inflazione cresceva...

Per la classe politica triestina fu difficile superare la frustrazione di essere stata comunque tenuta all’oscuro di quanto veniva delineandosi nei rapporti internazionali, e reagì con la rabbia dell’impotenza mista alla delusione di vedersi, ancora una volta, relegare a un ruolo marginale, periferico. Una frustrazione che non si placa se si continua a raccontare quei fatti con la maniacale precisione con cui si ricostruiscono le dinamiche di un delitto, per molti è cosi che viene considerato. Tanto da riempire ancora le sale quando se ne parla. Come è successo nei giorni scorsi all’ultimo piano del Palazzo di via Torino, sede dell’Irci, che ha ospitato un incontro proposto e voluto da Renzo de’ Vidovich, della Fondazione Rustia Traine, coadiuvato dall’avv. Paolo Sardos Albertini, presidente della Lega Nazionale.

Sfumature secretate

Salutato dal presidente dell’Irci, Franco Degrassi, il folto pubblico ha seguito con grande interesse il racconto di de’ Vidovich, narratore eccezionale in grado di attrarre l’interesse delle persone, quasi magnetico nella sua esposizione, su come il Parlamento dovette confrontarsi con la realtà di Osimo, “Trattato che si voleva tenere segreto o quanto mai farlo passare inosservato”. Racconta l’onorevole, dall’alto dei suoi anni, con dovizia di particolari, quella giornata a Roma quando si doveva procedere al dibattito su temi economici. “Mi iscrissi a parlare, racconta, e la parola mi fu concessa. Ma dissi immediatamente che mi rifiutavo di procedere a un dibattito sull’economia quando alle nostre spalle s’era tramato firmando il Trattato di Osimo senza che nessuno venisse interpellato”. Era Carbone l’anima del Trattato di cui non era stata fatta parola. “Allora mi alzai, e dissi, e sottolineai”…portando a conoscenza di tutti che si stava giocando sulla nostra pelle.
Ciò che ancora oggi non si conosce sono quelle sfumature secretate di documenti sui quali c’è ancora il divieto di consultazione per cui diventa difficile dare lettura fino in fondo del fenomeno innescato dal Trattato di Osimo se non rimanendo ben ancorati alla realtà dei fatti, documentati dall’informazione accessibile a livello locale.

Una profonda amarezza

Per i giuristi si trattò di una scrittura inusitata per cui la versione in lingua italiana non corrispondeva a quella in lingua inglese, apriva alcune possibilità e ne azzardava altre. L’unica possibilità “sfruttabile a uso triestino” poteva essere la creazione di un sistema off shore, che però non venne realizzato anche se ci furono sostenitori forti: de’ Vidovich ha citato Corrado Belci, altro esule istriano. La zona franca di confine si dimostrò improponibile per gli effetti negativi che avrebbe avuto sull’economia triestina con la penetrazione di grandi industrie alla ricerca di lavoro a basso costo, proveniente dalle zone povere della Jugoslavia di allora, e con il rischio di distruggere una zona ecologica tanto sensibile quale il Carso. Ma queste sono cose note.

Di fatto Osimo divise la città ed esasperò una situazione già profondamente compromessa. Ci furono esempi di dimissioni immediate e di speranze mal riposte. A distanza di anni rimane una profonda amarezza, ma anche la consapevolezza di essere stati nell’occhio del ciclone di una storia che toccava Trieste, ma si compiva altrove. Nessuno avrebbe comunque immaginato che quegli scenari rigidi, quasi dati una volta per sempre, erano destinati a sciogliersi qualche decennio dopo, cancellando un Paese come la Jugoslavia e tanti confini all’interno dell’Europa.


Il nodo degli indennizzi

Osimo portò ad un’ondata di nuovi esuli che abbandonarono in quel periodo la Jugoslavia, al problema dei beni espropriati da Tito, quello degli indennizzi non restituibili e fino all’Accordo Dini-Granić del 1996, stipulato dall’Italia con la nuova Croazia democratica che superava Osimo, ma che non risolse, ancora una volta, le aspettative degli esuli. Renzo de’ Vidovich, non ha mai smesso di appoggiare le richieste degli esuli per ottenere gli indennizzi per i beni espropriati da Tito “in aperto contrasto con le Associazioni aderenti alla FederEsuli”, che invece avrebbero “rinunciato, senza dirlo agli interessati, agli indennizzi in cambio del versamento di 63 milioni di dollari (una parte di quanto dovuto dall’Accordo di Osimo che con gli interessi maturati in questi decenni ammontano a circa 150 milioni di dollari) a una Fondazione”. È indubbio comunque che Osimo fa parte della storia politica della destra triestina, che ne fece una bandiera. Ma oggi a quarant’anni di distanza che cosa fa ancora notizia? Che la notizia della firma del Trattato, inizialmente, fu accolta con una certa indifferenza, che ci volle il potere catalizzante della stampa locale per far scendere in piazza la gente, che determinò l’implosione di alcuni partiti, che divenne un motivo, per la città, di crescere sulle proprie amarezze, e così via.

Episodi emblematici

Gli storici concordano sulle ragioni – sia di politica interna sia internazionale – che convinsero l’Italia a firmare e a “tradire” le illusioni e le speranze di tanta gente convinta di poter riportare nella zona B la propria esistenza. Oggi, l’emotività ha lasciato spazio a una precisa analisi del fenomeno, per cui si scopre chiaramente che a voler chiudere la partita con la Jugoslavia fu lo Stato italiano, che rispose a un’esigenza degli Stati Uniti, con l’approvazione del Vaticano. A tanti anni di distanza pesa l’inganno, che una decisione così importante sia stata presa senza il coinvolgimento dei protagonisti legittimi di una vicenda come l’esodo. Qualche anno fa, a un convegno sul Trattato, Marucci Vascon raccontò un episodio emblematico: “Venni accolta in quei frenetici giorni del ’75 dal Capo dello Stato, Giovanni Leone, che mi consigliò di tornare a Trieste e tranquillizzare la gente, ma scendendo la scalinata del Palazzone incontrai un giornalista che mi mostrò un comunicato che annunciava la sigla definitiva del Trattato avvenuta esattamente tre giorni prima”.

 

 

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