Pola

In un’anfora di epoca romana rinvenuti i resti funebri di un neonato

Archeologia scesa a livelli da... Indiana Jones. A parte il fatto di svolgere indagini in zona storica di prim’ordine, trasferirsi in continuazione da un sito all’altro – dal Piccolo teatro romano al grande anfiteatro alias Arena di Pola – stavolta il team di ricercatori, guidato dall’esperta in antichità Silvana Petešić è davvero sceso in “basso”, lanciandosi in una strana avventura da sottosuolo. Ci si è letteralmente intrufolati nei grandi canali murati del sistema di scolo, che serviva a smaltire le acque piovane dall’Arena dei tempi dei giochi gladiatori, passando sotto il livello del corridoio, che conduce ai vani sotterranei del monumento. Pur sfidando possibili reazioni claustrofobiche, si è dovuto procedere a carponi nel buio del cunicolo, che si dirama in direzione del mare, per uscire all’aria aperta, trovando sbocco ai giardini Valeria. Alla faccia delle sonde e delle moderne tecnologie di ricerca, arrangiarsi come agli albori della scienza archeologica funziona ancora e, a scanso di guai e imprevisti, potrebbe anche risultare appassionante. Quasi un gioco straordinario, privilegio di pochi, che porta all’arricchimento delle conoscenze relative all’ingegneria edile degli antichi romani.


Le prime indagini 10 anni fa

Ma procediamo per ordine. Com’è che si è arrivati al punto da imitare il mestiere sudicio dei minatori? A voler spiegare la faccenda con esattezza, va ricordato che le prime indagini archeologiche davanti all’anfiteatro, ovvero di fronte alle strutture murarie occidentali, risalgono addirittura agli anni 2007-2008. Da allora, si è scavato fino a due metri sotto il livello stradale, per imbattersi nel tempo in un minuscolo, ma splendido pezzo di tracciato di via Flavia, la strada romana maestra, che collegava la Colonia Julia Polentia a quelle di Parentium, Tergeste ed Aquileia. “All’inizio - così ricapitolando Silvana Petešić - non era chiaro se questi enormi blocchi di pietra bianchissima avessero avuto la funzione di accesso alla struttura monumentale, poi, aprendo ulteriori quadranti si è davvero concluso che, il tracciato non segue la configurazione dell’anfiteatro e che si tratta proprio di un’infrastruttura a parte: la grande strada costruita all’epoca della dinastia Flavia e dell’imperatore Vespasiano (tra gli anni 69-79 d.C), che con ogni probabilità partiva dall’antica porta trigemina di San Giovanni (dall’area della Biblioteca civica) e che quindi passava davanti al monumento”.


Opere risalenti a duemila anni fa

Gli scavi, dettati soprattutto dalla necessità di scoprire informazioni sulla famosa strada, hanno interessato tutto il terreno antistante l’Arena, più o meno dal torrione di Gabriele Emo (che reca lo stemma di ringraziamento al senatore veneziano che salvò l’anfiteatro dalla demolizione), a quello sud orientale, che costituisce l’ingresso principale. Un tanto, anche per capire di più la storia edilizia dell’Arena e per scoprire l’inaspettato: strutture architettoniche ancora più antiche. Attraversando a carponi la rete di canali sotto la superficie a forma di elisse dell’Arena, si è fatto in modo di fotografare e filmare opere risalenti a duemila anni fa. Facile finché ci sono da studiare tratti di canale come quello visibile ai piedi delle mura, che collega esternamente il torrione sud-occidentale a quello nord-occidentale, ma quando si parla di scolo principale sotterraneo, che scende in direzione della Riva è altro che un’impresa: avranno attraversato oltre 60 metri di cunicolo prima tappezzato di lastre e poi con copertura ad arco, prima di rispuntare ai giardini Valeria. “Giunti a questo punto – rileva la Petešić – è necessario analizzare tutto quanto setacciato per ottenere la visione d’insieme. Risulta, intanto, più chiara la faccenda della struttura muraria rinvenuta anni or sono: si tratta dei resti di una villa imponente, lunga oltre 40 metri, probabilmente d’epoca augustea, degli ultimi decenni del I sec.a C., che venne abbattuta in occasione dei lavori di costruzione dell’anfiteatro e del suo canale di scolo. Di questa struttura restano ancora superstiti superfici di pavimentazione fatta in ceramiche esagonali – opus scutulatum – e uno strato di affreschi”. Si apprende che a parte i “soliti” frammenti di ceramica, le monetine romane in fase di pulitura tra cui quelle con l’immagine dell’imperatore Claudio c’è anche dell’altro. “A quattro metri di distanza dall’Arena – racconta l’esperta – ci si è imbattuti in un anfora di epoca romana con i resti funebri di un neonato. Assolutamente nulla di strano. Gli antichi seppellivano i propri morti ai bordi delle strade, oppure vicino agli ingressi delle aree urbane e degli abitati. Più erano ricchi, più monumentale e rappresentativo era il sepolcro. In detto caso l’umile l’anfora con il suo contenuto, conferma non solo lo status sociale, ma anche l’usanza di evitare le urne cinerarie in determinati casi, ossia di seppellire senza cremazione i lattanti fino alla dentizione”.


Antichità a scapito dei parcheggi

La ricerca condotta davanti all’Arena, anche con il supporto delle archeologhe Aska Šopar e Aneta Vežnaver, rientra pure nel progetto di recupero e nobilitazione del circondario monumentale. Spiega in detto caso Darko Komšo, direttore del Museo archeologico istriano, che in collaborazione con la Città e in accordo con la Sovrintendenza al patrimonio storico-monumentale si cercherà di lasciare allo scoperto buona parte di quanto rinvenuto. In piano di esecuzione ricerche geomagnetiche della zona tra l’Arena e il piazzale Carolina. Previste inoltre quattro o cinque sonde, che serviranno per scoprire il tracciato di via Flavia, anche nella sua lunghezza e larghezza, e vedere se siano necessari ulteriori scavi archeologici di più vasta portata. Tutta a scapito dei parcheggi, l’idea e quella di ridurre l’odierna superficie stradale dando la precedenza alle antichità.. Per la presentazione del patrimonio romano ereditato e la riorganizzazione dell’accesso all’Arena (anche per i diversamente abili), bisognerà attendere l’anno prossimo.

 

 

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