Fiume

Convenzione di Istanbul. I pro e i contro

La Convenzione di Istanbul è un tema molto presente ultimamente su tutti i media. C’è chi la approva pienamente e chi invece, a priori, è contro senza avere mai letto una riga a proposito. Si è parlato e si continua a parlare tantissimo di questa legge, che dovrebbe tutelare pienamente le donne. Purtroppo, però, come abbiamo potuto vedere nel corso delle proteste organizzate a Zagabria e a Spalato, sono in gran parte le donne a essere contro la ratifica della Convenzione. Il motivo? Nella stragrande maggioranza si tratta di ignoranza, ovvero di non conoscenza della legge come tale. Infatti, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul) è una convenzione del Consiglio d’Europa contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 e aperta alla firma l’11 maggio 2011 a Istanbul (Turchia). Il trattato si propone di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime e impedire l’impunità dei colpevoli. È stato firmato da 32 Paesi e il 12 marzo 2012 la Turchia è diventata il primo Stato a ratificare la Convenzione, seguito nel 2015 da Albania, Portogallo, Montenegro, Moldavia, Italia, Bosnia-Erzegovina, Austria, Serbia, Andorra, Danimarca, Francia, Finlandia, Spagna e Svezia.
Per quale motivo allora i manifestanti hanno sbandierato striscioni nei quali venivano “citate” altre leggi che nulla hanno a che vedere con la Convenzione? Per capirne di più abbiamo effettuato una breve inchiesta tra i cittadini di Fiume per sentire il loro parere.

Il parere dei fiumani

“Ho visto le proteste a Zagabria e mi sembra assurdo sentire le constatazioni fatte dai manifestanti – spiega Deborah Voncina Ivanić –. Ci sono persone che hanno parlato di gay, di ideologie del genere, del fatto che la Convenzione sia stata ‘inventata’ dai comunisti... Io sono a favore della ratifica. Secondo me è una cosa sulla quale non si dovrebbe discutere, visto anche il fatto che è stata già approvata in tantissimi Paesi. Sono informata sul tema e credo che combattere contro qualsiasi tipo di violenza dovrebbe essere una cosa naturale. Avere dei diritti significa essere tutelati e il mio parere è quello che la Chiesa non dovrebbe assolutamente avere nulla a che fare con una cosa del genere”.
Dello stesso parere anche Arianna Čohilj. “Non conosco tutta la Convenzione nello specifico, però so di che cosa si tratta. Approvo pienamente anche perché più leggi ci sono più grande è la possibilità che eventuali crimini vengano eliminati. La legge in Croazia non funziona e non soltanto dal punto di vista della tutela delle donne. Non so se la Convenzione di Istanbul sarà quella giusta e non credo che ratificandola diminuirà il numero delle vittime. Le persone violente ci saranno sempre. Però intanto avremo una legge in più a nostro favore”.

La prima e la seconda parte...


Ema, che non ha voluto rivelarci il cognome, è invece un po’ confusa sul tema. “Ho letto alcuni testi su Internet, per lo più articoli scritti dai media. Sono d’accordo per quanto riguarda la prima parte, ovvero quella della tutela delle donne. La seconda invece non è troppo chiara”. Alla nostra domanda su quale sarebbe la seconda, Ema risponde: “Quella nella quale si parla del genere...”.
Nell’art. 3 della Convenzione, spiegando cosa si debba intendere per violenza, si fa riferimento “a tutti gli atti di violenza fondati sul genere”. Successivamente al paragrafo C dello stesso articolo viene fornita anche la definizione di “genere”: “Ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini”. Dunque l’essere donna e uomo non è un dato biologico a cui deve seguire una conformità psicologica, bensì un dato convenzionale (ruoli che “una determinata società considera appropriati”), un costrutto artificioso nato da un consenso diffuso (“attributi socialmente costruiti”). Nel paragrafo D invece di legge che “l’espressione ‘violenza contro le donne basata sul genere’ designa qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale, o che colpisce le donne in modo sproporzionato”. Non esiste quindi “una seconda parte” che si occupa del genere, anche se tanti hanno avuto qualche dubbio a proposito senza aver letto tutta la Convenzione.


È assurdo. Siamo nel XXI secolo

“Ammetto di non essere a conoscenza di tutto il testo della Convenzione e di avere sentito spesso parlare di questa ‘storia del genere’ – spiega Sandro Schwarz –. Sono informato sul tema, ma non ho letto tutto quanto perché non ne ho avuto occasione. Sono comunque contro qualsiasi tipo di violenza a priori, in particolar modo nel confronto di donne e bambini. Dovrebbe essere una cosa normale approvare una legge simile. Mi sembra assurdo che nel XXI secolo si debba pensare alla costruzione di case rifugio per le donne”.

Un ritorno al passato

A favore della ratifica anche Slavko Gauš. “Stiamo dando spettacolo per niente, creando una situazione assurda. Provo una tristezza immensa nel vedere che dopo quasi cent’anni di lotte, dopo avere creato una società moderna, ora ci sono delle persone che ci vogliono fare tornare nel passato. Le idee primitive ci faranno diventare una delle nazioni più conservatrici in Europa. Non ho parole”, spiega Slavko Gauš.


Con la violenza non si risolve nulla

Tra quelli che hanno criticato la magistratura e le leggi in generale c’è anche Duško Jeličić. “Se funziona la magistratura funziona tutto. Purtroppo da noi la legge non è uguale per tutti. Sono assolutamente contro la violenza e personalmente ratificherei subito la Convenzione. Non ho avuto modo di leggerle tutta, ma sono del parere che la donna vada protetta da qualsiasi tipo di violenza. E non soltanto la donna. Con la violenza non si risolve niente”, conclude il nostro interlocutore.

Cosa ne pensano a Pola?

“La discussione sulla ratifica della Convenzione di Istanbul è, secondo me, giusta e legittima, in quanto ognuno è libero di esprimere la propria opinione e difendere le proprie idee. Personalmente – ritiene Marta Banco, professoressa di storia – mi dispiace vedere che tutta la questione venga politicizzata e ideologizzata, perché penso che invece possa essere un’occasione per ribadire e dimostrare in quale direzione sta andando o vuole andare la nostra società. Quale immagine vogliamo lasciare alle future generazioni? Quella di uno Stato che predica bene ma razzola male o di uno che difende, concretamente e praticamente, i valori della libertà, nel senso più ampio del termine, della tolleranza e del rispetto. Non sono semplici parole. La ratifica del documento è di fondamentale importanza, perché giuridicamente vincolante per la tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza; è anche una questione di grande cultura”.
: “II dibattito che attualmente accalora l’opinione pubblica e i politici in Croazia – ci ha detto Ester Jadreško, professoressa di sociologia e di filosofia – può essere letto da più punti di vista, anche senza entrare nel merito del contenuto della Convenzione stessa. Per un aspetto la discussione distoglie l’interesse da quelli che sono i problemi reali e concreti del Paese: all’opinione pubblica viene dato in pasto un tema proposto in modo estremamente semplificato con una comunicazione che elimina tutte le sfumature e analisi complesse, utilizzando stereotipi e generalizzazioni per parlare direttamente alle emozioni della gente dicotomizzando le posizioni: pro/contro, noi/loro. Dall’altro questa modalità viene recepita perché risponde al bisogno delle persone di sfogare le proprie insoddisfazioni offrendo ‘nemici’ preconfezionati. Permette alle persone di unirsi attorno a un’opinione/visione e sentirsi appartenenti a un gruppo più ampio, a un insieme e non più soli e insicuri in una società in cui l’incertezza e l’insicurezza sociali sono estremi”.
“Personalmente sono contraria a qualsiasi forma e specie di violenza ai danni del prossimo, donna, bambino e uomo che sia – è l’opinione di Edna Jurcan, architetta e fotografa –. Violenza psicologica e violenza fisica, in uguale misura. Sono contraria a qualsiasi forma di fascismo inteso come ideologia fondata sul totalitarismo della destra. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica nota come Convenzione di Istanbul è un trattato che si propone appunto di prevenire la violenza e favorire la protezione delle vittime, ma anche di impedire l’impunità dei colpevoli. In Croazia le statistiche relative ai maltrattamenti e al femminicidio sono devastanti. Evidentemente le leggi nazionali non bastano. Bisogna fare di più e la Convenzione è uno strumento legale che consente di fare di più, non vedo come si possa contestarla. Opporvisi è un’alta forma di pressione e, volendo, anche di violenza contro il buonsenso”.
“Ho l’impressione che tutta la trama di questo dibattito pubblico sia intessuta unicamente di frasi fatte e tanta ignoranza, ulteriormente condita da una valanga di ripugnanti offese. Io non capisco e non vedo il motivo di tutta questa grancassa – ci ha detto Ervino Quarantotto, pensionato, presidente del Consiglio della minoranza italiana della Città di Pola –. Personalmente sono d’accordo con la Convenzione, almeno nei suoi tratti e obiettivi essenziali, che sono gli unici che conosco non avendo letto il documento nella sua versione integrale. Quello che non capisco è perché una Convenzione voluta dall’Europa e votata dall’Europa, tra l’altro di nobili pretese, possa poi essere contestata in seno agli Stati nazionali. Gli Stati nazionali non sono forse rappresentati in seno al Parlamento europeo? Non hanno discusso la materia a suo tempo? Le decisioni non sono state prese a larga maggioranza di voti? Per non dire della propaganda dei militanti sguinzagliati dalla Chiesa cattolica. Tutto questo è decisamente troppo”.
“Le misure legali e giudiziarie nonché l’impegno dei media per combattere la violenza contro le donne finora sembrerebbe non abbiano prodotto un risultato sufficiente e la Convenzione di Istanbul è quella che fornisce la via giusta per creare una protezione più efficace – è categorico Corrado Ghiraldo, preside della Scuola elementare di Dignano –. La Convenzione definisce la violenza contro le donne come una grave violazione dei diritti umani e come una forma di discriminazione e alle vittime della violenza offre lo stesso livello di protezione in tutti i Paesi europei. Prevenire la violenza contro le donne è fondamentalmente una questione di civilizzazione, come lo è pure combattere e prevenire ogni tipo di violenza e di discriminazione”.
“In linea generale sono favorevole alla ratifica della Convenzione di Istanbul, in quanto questa rappresenta un passo avanti nella difesa delle donne, uno strumento vincolante a livello internazionale nella creazione delle leggi che proteggono le donne contro ogni forma di violenza – sostiene Sandro Manzin, direttore dell’Università Popolare Aperta di Dignano –. Senza entrare nel merito dell’accesa discussione che si è sviluppata, ritengo che l’argomento non va politicizzato, in quanto la Convenzione offre la possibilità di una maggiore difesa delle donne da ogni manifestazione di violenza. I parlamenti di altri Paesi europei hanno votato il documento all’unanimità, non vedo perché non dovremmo farlo anche noi”.
“La civiltà di un Paese si misura anche dal modo in cui tutela la libertà e la sicurezza delle donne – non ha dubbi Zdenka Uljanić, ristoratrice di Valbandon (Fasana) –. Quindi dico sì alla ratifica della Convenzione di Istanbul. Ratifica che sarebbe un primo atto con cui ci si impegna a risolvere un problema endemico della nostra società: la violenza contro le donne. E da quanto ho capito, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica indica proprio una serie di misure e strumenti che i singoli Stati devono adottare per prevenire non soltanto la violenza, ma anche per proteggere le vittime e perseguire gli autori dei reati. Non capisco come qualcuno possa essere contrario a un documento simile soltanto perché presenta uno, due o forse tre articoli che definiscono il concetto di genere. È assurdo pensare – come molti invece ritengono – che questo possa rivoluzionare il sistema educativo croato o scardinare la famiglia tradizionale. Detto questo tengo a dire che ognuno dovrebbe essere libero di vivere la propria vita come meglio crede. Tutti dovrebbero avere gli stessi diritti, indistintamente dalla loro origine, nazionalità, condizione sociale, dalla loro fede religiosa o orientamento sessuale. Sia come sia, penso che lo show messo in scena intorno alla ratifica della Convenzione di Istanbul sia soltanto un modo per distogliere l’attenzione dei cittadini da quelli che sono i veri problemi della Croazia”.

 

 

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