Esuli

Ma noi da dove veniamo? Viaggio al centro dell’identità

Al centro della storia di scrittore di Pietro Spirito c’è la sua curiosità, intesa come desiderio di conoscere, indagando con criterio, scandagliando le fonti, appassionandosi alle storie anche minime ma comunque emblematiche di un mondo pieno di colpi di scena, quello della quotidianità che segue come giornalista de Il Piccolo, ricco di racconti, per chi li sa cogliere, per chi riesce a valutarne l’immediata importanza ed il messaggio universale. L’elenco dei suoi libri è molto lungo ed ognuno a suo modo spalanca un universo. Il nostro interesse si focalizza sull’ultimo romanzo, intitolato “Il suo nome quel giorno”, Marsilio editori, che ci conduce sul Carso, quello di ieri del Campo profughi di Padriciano e quello di oggi, la casa dell’archivista che narra la vicenda.

Le protagoniste sono delle donne, di ieri, la ragazza esiliata dall’Istria con la sua famiglia e la donna di oggi, la figlia che ha avuto e “venduto” per darle una vita “vera” lontana dalla storia del confine orientale. La città respira con il lungo racconto di esistenze mai paghe, incapaci di trovare quella normalità a cui tutti tendono, il tormento diventa un cammino da percorrere e per il quale l’autore inventa continui andirivieni dal passato al presente, praticamente una strada in salita. Sullo sfondo anche Trieste è un personaggio da raccontare.



Ma come si è rivelata negli anni questa città di mare così complessa, attraverso quali percorsi?


“Semplicemente l’ho praticata, attraverso il mio lavoro di giornalista che mi ha portato a conoscere ed a studiare, capire vari fatti storici e non storici, raccontandoli velocemente per dovere di cronaca ma anche trasferendoli nella scrittura. Così continuo a viverla. Il mare è arrivato dopo, solo la frequentazione ha aiutato a comprenderne il significato: è un grande simbolo di questa città per ciò che è stato e per ciò che custodisce, a volte conflittuale e volte fonte di ricchezza ma anche di allontanamento. E’ un orizzonte verso cui tendere, che ti apre delle possibilità ma che schiude anche alla delusione, è la storia che passa attraverso questo mare. È uno dei percorsi che ti porta a cogliere le mille anime di questa città”.


L’esodo, quale ruolo assume nella comprensione della vicenda di Trieste?


“La percezione dell’esodo, è una delle ferite di questa città, non l’unica purtroppo, ma è riuscita senz’altro a portare dolore, separazione, vissuti a volte con condiscendenza, a volte con fastidio, perché è il simbolo di una profonda frattura sia storica che umana”.


Come nasce la storia del tuo romanzo, slo finzione o da risvolti reali?


“E’ uno spunto di cronaca, alcuni dei personaggi li ho conosciuti, mi hanno raccontato quanto successo, sono persone che esistono e che continuano a trattenere la mia attenzione anche dopo che ho narrato i fatti in questo libro che ha richiesto tanto lavoro, molta pazienza, tanta ricerca, infinita concentrazione per arrivare al nocciolo della vicenda o di ciò che intendevo mettere in evidenza, ovvero la ricerca dell’identità. Il dolore di fondo è di tipo universale, quindi avrei potuto ambientarlo in altri luoghi e in altri tempi. Ma solo qui diventa reale la grande forza del personaggio principale”.


Perché?

“Con determinazione, chiede soltanto di avere un'esistenza, normale. Aspira a una vita sua, semplice e invece le condizioni che si sono create suo malgrado, vedi l’esodo e la sistemazione in un campo profughi, la proiettano in un mondo quasi aggressivo, che pretende un risarcimento per il semplice fatto di esistere. Giulia vive in Sudafrica, dove è cresciuta presso una famiglia italiana benestante. Alla morte di quelli che ha creduto essere i suoi genitori ha saputo di essere figlia di una donna italiana, d'origine dalmata, che l'ha concepita casualmente, 45 anni fa, in un campo profughi, e per miseria e disperazione l'ha venduta. Giulia usa internet, cerca persone che, a Trieste e dintorni, possano aiutarla: cultori di storia locale, archivisti, organizzazioni dalmate e così via. Scrive messaggi in bottiglia. Un impiegato, archivista della Cassa pensionistica marittima le risponde. Decide di aiutarla. Comincia così un viaggio a ritroso nel tempo, a tratti commovente, a tratti penoso, sempre misterioso. La vita è stata ingiusta con Vera, la madre biologica di Giulia, e lei ha voluto mettere in un cassetto la parte più dolorosa. La dignità a volte ha un prezzo molto alto da pagare. E’ la dignità degli sconfitti”.

Sono i grandi temi dell’attualità, il diritto all’identità e alla considerazione dell’altro…

“Da dove veniamo è uno dei grandi temi della modernità. E Trieste in particolare, è una città moderna. L’ho capito molto bene realizzando libro fotografico sulla città con un grande fotografo: questa modernità è balzata agli occhi, ti spinge verso il futuro ma a ha in sé anche il senso dell’esclusione. Non è forse questa la malattia mentale, conseguenza dell’alienazione? Faccio spesso il paragone con New York, la grande mela, in cui la modernità è la chiave di lettura di tutto, puoi diventare il più ricco del mondo o essere il più alienato del pianeta. Anche Trieste ama gli estremi e sviluppa le medesime situazioni”.

Sei giornalista di professione e quando puoi, scrivi. Perché?

“La scrittura mi da molto, scrivere non è altro che un’interrogazione sulle cose, non cerco risposte, non esprimo giudizi, altrimenti diventi ideologico, interrogo tutto, anche il male. Faccio questo percorso attraverso le parole, le metafore, le immagini”.

Ti occupi anche di documentari, linguaggi diversi…

“Sto realizzando proprio in questi giorni con Elisa Cozzarini un documentario sul campo profughi per stranieri, costruito nei primi anni sessanta in zona Basovizza, dove oggi sorge l’Area di ricerca. Vi trovava rifugio chi scappava dal blocco sovietico. Abbiamo rintracciato un rumero, fuggito a vent’anni, andato poi negli USA, che ha avuto successo, si è rifatto una vita, è diventato uno scrittore affermato. Nell’intervista ha dichiarato di ricordare appena il luogo in cui era stato rinchiuso, per il semplice fatto che aveva voluto chiudere con la vita precedente per poter andare avanti. Non provava nessuna emozione nel rivedere il luogo dove era stato rinchiuso in una cella, perché in quel luogo era iniziata la sua libertà, ed era l’unica cosa che contava. Sono tornato a visitare la Vedetta Alice, sulla passeggiata che corre parallela al mare sul costone di roccia non lontano da Duino, sul pavimento, pochi lo notano, ci sono le iscrizioni dei profughi, lasciano un segno sulla strada verso una nuova vita. E’ un monito, il paradigma che può riguardare la vita di ciascuno di noi, può succedere, nessuno ne è immune, fa parte della nostra evoluzione”.

Perché l’archivista, Gabriele Sala nel romanzo, si interessa in modo così struggente della storia di Vera, tanto da precipitarne all’interno?

“Perche anche lui è un irrisolto con questo grande bisogno di riaffermare la propria identità. Gli esuli istriani che lasciavano le proprie città, le case, le cose, avevano alle spalle una grande civiltà da difendere, non dovevano affermare solo se stessi e questo peso finiva per schiacciarli, o comunque per metterli in crisi. Moti non ne hanno più parlato, hanno chiuso col passato, non l’hanno raccontato ai figli. Questa è la vera sofferenza. Quando lasciamo un luogo caro, la nostra vita precedente, cambiamo anche noi, ci reinventiamo, è un percorso difficile quando è consapevole e civile, immaginiamo quando ciò succede per guerre, persecuzioni o altre tragiche ragioni”.

Alcune tue storie sono state portate in scena, quindi ci sono la parola, l’immagine ma anche il teatro. Cambiare registro è un bisogno?

“Sono un narratore, mi interessano tutti gli strumenti che permettono di esprimere un’idea, quindi non solo il documentario ma anche il teatro. Se è un bisogno? Direi di sì, per stemperare il fatto che scrivere è un lavoro da naufraghi, solitario. Gli altri generi invece preesuppongono un lavoro collettivo: questo mi piace. Oltre a ciò mi incuriosisce capire le differenze tra i diversi linguaggi, il rapporto di mutuo scambio tra le diverse situazioni, con il teatro, per esempio, affino la capacità di inventare i dialoghi, la scrittura cinematografica offre la possibilità di visualizzare vari piani di prospettiva, da angolature incrociate”.

Quando leggi un bel libro cosa pensi?

“Sono profondamente soddisfatto, perché c’è il piacere immenso della lettura e tutta la fatica l’ha fatta un altro”.

Hai nel cassetto una storia di pura fantasia?

“La sto scrivendo e riguarda il rapporto padre e figlio, sono dei racconti, alcuni già pubblicati altri no, con questo filo che li unisce. E’ un argomento che mi interessa e che considero di grande attualità”.

Il teatro?

“Viribus unitis con Sara Alzetta, legato con la mostra Il mare dell’intimità che per indisposizione dell’attrice non siamo riusciti a presentare. Speriamo di recuperare in un’altra data. Al Miela andrà in scena il 17 aprile alle ore 2.30 In viaggio sul Rex, con la Big Band diretta dalla Maestro Davanzo, dove faccio il narratore. Lo spettacolo si rallaccia alla mostra Nel mare dell’intimità. L’Archeologia subacquea racconta l’Adriatico. Una ricostruzione dell’atmosfera musicale che si respirava quando si viaggiava sul Rex attraverso l’esecuzione di alcuni brani originali e la musica con le danze in voga negli anni ’30. SHIPYARD TOWN JAZZ La Big Band della città dei cantieri navali, ovvero Monfalcone (GO), è stata fondata nel settembre del 1986 da un gruppo di appassionati di questo genere musicale e per 21 anni è stata diretta dal Maestro Filippo Daneluzzi, prematuramente scomparso nel settembre 2007”.

Prossime presentazioni del libro?

“Ho appena realizzato un mini tour in Austria, con la comunità italiana che vive a Graz e a Vienna, ed è stato molto bello. Poi, si vedrà”.

 

 

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