Esuli

La cultura del territorio affidata a preziosi testimoni

18 UNOIMG 2523Come molte cose che il destino mette sul nostro cammino, anche questa storia, che andiamo a narrarvi, viene scoperta per caso, ma al momento giusto. La nipote della nostra protagonista si chiama Nadia, splendida signora che vive a Trieste, la sua città, con una mano verso l’Istria della famiglia materna e una verso il Trentino della famiglia paterna: un perfetto connubio per queste nostre terre di incontri.
“La mia nona parlava per proverbi e la iera nata a Sissan”, scampolo di conversazione captata con immediato interesse, che diventa un invito a indagare.
Per la nipote che da piccina non sapeva pronunciare il suo nome di troppe sillabe, era semplicemente “nona Onca”, nata il 17 gennaio del 1902, da Maria Bencich e Martino Manzin sulla punta dell’Istria. Destinata a un’infanzia solitaria perché rimasta orfana di madre, vivrà in un ambiente agiato, il padre, nella stalla, aveva le mucche e i campi dove coltivare ciò di cui la famiglia e gli animali avevano bisogno. Entrando a Sissano, raggiunta la chiesa dei Santi Felice e Fortunato, per arrivare alla sua dimora, bastava girare a sinistra e andare fino in fondo dove casa e stalla bloccavano ogni ulteriore sviluppo stradale. Il mondo iniziava e finiva in quella dimora piena di saggezza: “Tutti devi far un bagno de umiltà; Regali e favori xe solamente debiti e prestiti; Chi pecora se fa, el lupo la magna; Se le man gaverìa paura come i oci, non se farìa mai niente...”
“Non me lo sono chiesta finché stavo con lei, probabilmente era la sua educazione o la tradizione del luogo, ma la nonna aveva un proverbio per ogni situazione. Io che sono vissuta al suo fianco per tanti anni, ho assorbito come una spugna l’essenza del suo modo di stare al mondo”.
Veronica, a diciannove anni, “bela come el sol”, sposa Giovanni Rakic (poi diventato Racchi), di Promontore. Solo pochi chilometri da Sissano, ma già la suocera parlava un’altra lingua, il dialetto slavo istriano, difficile da comprendere per Veronica, cresciuta in un ambiente italiano. Professione del marito: fanalista. Il che significava che la famiglia era destinata a spostarsi da un’isola all’altra o da un’isola a un promontorio, laddove i fari avevano bisogno dell’opera dell’uomo per funzionare, segnalare, avere la giusta manutenzione e controllo. Per il nonno era un mestiere e una passione.
“Nonna racconta delle tempeste, delle notti di bufera sul faro...” Sorrideva, non amava le storie tristi e non voleva parlare dell’esodo, nel suo cuore Sissano continuava a palpitare. “Non xe un mal che non xe un ben”, diceva tra sé e sé e accarezzando il volto della nipote, aggiungeva “che Dio te accompagni e la piova no te bagni”, era il suo saluto, un modo per dire “e adesso basta” alle insistenze, alla richiesta di sempre nuovi racconti di quella terra che negli occhi di una ragazzina nata e cresciuta a Trieste, era un luogo delle meraviglie.

E aggiungeva “el signore dixe la vendetta sarà solo mia, ma i suoi tempi no xe i nostri”.
Nadia non sempre comprendeva il significato recondito di queste frasi ripetute come una cantilena, ma ne intuiva la maestosità, qualcosa di ancestrale e antico che il tempo avrebbe sistemato nelle giuste caselle. Ovvero, “Non è mai lungo il giorno che non arrivi la notte” prima o poi avrebbe capito, intanto registrava, come fanno i giovani, soprattutto quando sono mossi da un affetto profondo. Veronica sarebbe voluta tornare a Sissano ma ci fu l’esodo e il marito diventò per un breve tempo il fanalista del faro della Vittoria, e poi della Lanterna di Trieste. Anzi, fu l’ultimo fanalista in ordine di tempo. Per i nipoti una casa “tonda”, da girarci senza limiti. La scala a chiocciola portava al fanale, interrotta da un pianerottolo provvisto di stufa che era la postazione del fanalista di turno. Veronica saliva con la tazza di caffè caldo, che portava al suo Giovanni perché gli facesse compagnia nelle lunghe notti piene di pensieri, di ricordi e, forse, di sogni. Soprattutto per la discendenza… “un caval non servi per una corsa sola”, nella vita bisognava far tesoro di tutto.
Nella Lanterna vivevano altre quattro famiglie di esuli – Corbato, Zaratin, Maurel, Destalis – in un rapporto di mutuo soccorso perché erano anni difficili in cui “el mala’ porta el san” avrebbe sentenziato la nonna.
La Lanterna era vicina ai bagni cittadini, in particolare al Pedocin, la spiaggia d’epoca austroungarica col muro divisorio per uomini e donne, dove Onca portava la nipote. “Fu in una di quelle circostanze che mi rivelò di non saper nuotare come molte altre donne della sua epoca che pur vivevano a stretto contatto col mare, senza mai affrontarlo personalmente. Non aveva paura, semplicemente non c’era stata occasione, né era consuetudine. Bastavano forse quei pochi chilometri che separano Sissano dalla costa per fare la differenza.
“Ricordo il giorno in cui le dissi: nonna non voglio che tu muoia mai, non devi morire”. E lei mi rispose divertita “tranquila picia mia, mi vivrò per sempre”. La guardai curiosa, ma non mi diede altra spiegazione. Per infilarmi le scarpe quando ero piccina, mi metteva seduta sul tavolo e per distrarmi cantava: taulik, taulik, taulik. Anni dopo la sentii ripetere la cantilena con mia figlia. E qualche anno dopo fu mia figlia a fare lo stesso con suo fratello. E ora ripete quel verso mentre infila le scarpette dei miei nipotini nel lontano Brasile dove vivono.
“La stavo guardando su Skype e lei continuava a ripetere taulik, taulik, taulik. Allora ho capito che Veronica era qui con me, ed era lì con lei, perché certe cose non muoiono mai.
“Mi ha lasciato una grande eredità, per me Sissano è lei, adattabile a ogni situazione, un carattere volitivo, severa con i figli, due maschi e quattro femmine. Ma attenta e morbida con noi nipoti. A volte mi chiedo se ho la sua saggezza e la sua bontà, mi metto alla prova per scoprirlo. Ne aveva passate tante, era stata segnata dalla guerra, aveva perso alcune persone care tragicamente. Ma non ne parlava, preferiva raccontarmi aneddoti divertenti. Non so se fossero veramente storielle legate a Sissano, ma lei le ambientava nel suo paese d’origine.
“Come la storia del prete che in chiesa predicava: chi che darà, Dio ghe tornerà el doppio”. Preti e dottori “iera quei che magnava boni boconi e in stala i gaveva una fortuna”. Una notte lo stalliere dimentica aperta la porta della stalla del prete e le vacche se ne vanno a spasso per le strade deserte per infilarsi in una stalla vuota, proprietà di un contadino caduto in povertà che di bestie non ne aveva più. Il mattino dopo, il buon uomo vede questo ben di Dio e chiude le porte. Il prete arriva trafelato e trova il contadino contento che si fosse avverata la profezia, lui in passato aveva dato e Dio l’aveva premiato. Ringraziò il prete che se ne tornò mogio mogio alle sue incombenze.
O ancora, la storiella del lupo e della volpe affamati che decidono di approfittare di uno sposalizio.
“Dice la volpe: tu che se grande fai la guardia, io che sono piccola entro e prendo qualcosa anche per te. Lei entra a mangia a sazietà. Poi si cosparge la testa di riso. Lupo, lupo, vara qua, per le lignade che i me ga dado me esci el cervel, non rivo neanche a camminar”. Il lupo se la carica in groppa e la porta in salvo mentre lei ripete “el malà porta el san”.
La volpe e il lupo, anche davanti al laghetto con i pesci. Peschiamo? Con che cosa? Con la coda. Dice la volpe: la mia coda è troppo lunga metti la tua che è più corta. Morale della favola: “Chi xe sempio xe sempio”.
“Me le raccontava all’infinito perché non ero mai stanca di risentirle”. Riecheggiano ancora per la loro incredibile attualità. “Pillole di saggezza”.
Ha mai usato l’Istrioto?
“In singole parole quando cuciva o cucinava. Non era una cuoca appassionata fuorché per il pesce che era la sua passione. Ma cuciva per tutti, anche per le mie bambole. Ho ancora lo scialle fatto da lei all’uncinetto o le presine, era abilissima nei rammendi... cose d’altri tempi. Era orgogliosa di avere nell’armadio una pelliccia per andare a messa. Ho ereditato, tra gli oggetti, il martelletto di legno che il nonno usava per rompere i granzipori, el cuor per i aghi, l’ovo de legno per ramendar le calze, el pignatin de smalto per el caffè e la sua piadina bianca. Il resto me lo porto dentro”.
Di Promontore raccontava del nonno che tirava su le nasse piene di pesce, astici, “granzievole”. Parlava del freddo del Ventinove quando erano stati trasferiti al faro sull’isola di fronte a Cherso, l’acqua che gelava nel bicchiere sul comodino e i mattoni caldi di cui circondava la culla della figlia appena nata. Erminia e Giovanni nacquero a Promontore, Maria a Sissano, Rosetta a Cherso sul faro di Faresine, Licia a Fasana, Renato a Pola. Abitavano a Scoglio Olivi e poi s’erano spostati verso il centro, in via Pondares, vicino a P.zza Dante Alighieri, di fronte alla pasticceria della famiglia di Alida Valli. Il padre della Valli era un conte, diceva la nonna con la bocca piena per dargli importanza e sciorinava il lungo nome: Altenburger von Marchestein und Freunberger Barone del Sacro Romano Impero.
“Sono andata con mia madre e mia figlia Sara a vedere tutti i posti in cui hanno vissuto. Ricordo con nostalgia quella giornata a spasso per Pola, Sissano, Promontore. Posti bellissimi. Mentre camminavamo commentavo: la nonna era una pagnotta di pane, pinza calda, qualcosa di avvolgente. Ha avuto dieci nipoti, io sono quella che le è stata più vicina. Anche perché gli altri vivono sparsi in varie città italiane. Lei coccolava tutti: “Bisogna dar de vivi” ripeteva. Le volevo un bene infinito. Era consolatorio il rapporto con lei, “tutti trova la sua strada”, mi diceva. Adorava mio padre e poi mio marito che l’ha sempre considerata la sua nonna, non metteva mai zizzania. E se mia madre si lamentava delle assenze di mio padre, lei se ne usciva con: Ti vederà bella che dura sarà co el sarà a casa”.
“Riva per tutti”.
“Non aver odio nel tuo cuor, te fa mal solo a ti”.
“Vissuta con tanta gente ha dovuto sempre condividere, capire, superare. In ogni faro trovavano altre famiglie e quindi bisognava adattarsi. Quando era brutto tempo non ci si muoveva dal faro e quindi la convivenza diventava pesante. Rifuggiva sempre dalle “ciacole”, ma si occupava molto dei figli. Della zia Rosetta diceva che era un “peveron”, difficile da domare. La zia Erminia diventò una ricamatrice di corredi di grande eleganza. Erano a Pola, mi raccontava, passa un camion e cade una forma di formaggio, Rosetta veloce la recupera e la porta a casa felice di poterla mangiare. Ma la nonna si oppone, vuole aprire la forma all’arrivo del figlio Giovanni, precettato. Pregherò ogni sera che faccia i vermi – risponde la figlia ribelle – così quando torna lo buteremo via e così è stato. Quando lo raccontava rideva da matti. Erano una famiglia vivace. Però aveva anche un grande pudore e certe sfumature non le ho mai conosciute, soprattutto la sfera degli affetti, il rapporto col nonno. Era un brav’uomo, era l’unico commento possibile da captare. Lei comandava, come gran parte delle donne delle nostre terre. Quando portava in tavola le grancevole diceva. Tocia nela malisia. In questa frase c’era tanto della sua storia”.
I dolci solo nelle feste comandate.
“E avevano un significato preciso, che oggi pochi conoscono. Quello me l’ha insegnato la nonna triestina: la pinza è la spugna intrisa d’aceto che asciuga il sangue dal corpo di Cristo, la titola simboleggia i chiodi, l’uovo i ciottoli del Calvario, rossi del sangue di Cristo, il presnitz la corona di spine”. Veronica continua a vivere.
“Dio è grande – diceva –. No giudicar ma perdona, ti viverà meio. Lasili andar che i tornerà sempre da ti. Ogni d’un sa el suo, e Dio quel de tutti”.
Abbracciamo Nadia per la sua generosità.
È esistito un popolo che aveva come riferimento un preciso territorio. L’esodo l’ha sparso dappertutto con i semi di una diversa consapevolezza, un’appartenenza a distanza, legata ai ricordi, alle testimonianze, alle memorie di riti e tradizioni interiorizzati, affidati alla sfera personale.
Ma tutto questo è anche patrimonio comune al quale dovrebbe spettare un preciso destino, unito a quello in loco, delle genti che nelle sei località sorelle continuano ad usare l’antico idioma. Come fare? Da queste riflessioni sono nati progetti interessanti e altri sono ancora in fase embrionale. Per salvare la memoria dell’istrioto, il CRS di Rovigno ha pubblicato i Dizionari dei vari dialetti nella Collana degli Atti. Quello di Sissano è in lavorazione e dovrebbe diventare parte del progetto che in collaborazione con altri soggetti il Circolo Istria intende realizzare.

 

 

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