Esuli

Il lungo ritorno a casa e i racconti di prigionia

18 Internati militari lavoro 600x40427 gennaio, Giornata della Memoria. È una ricorrenza internazionale che commemora le vittime dell’Olocausto così come previsto dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005. La data è stata scelta perché in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nell’offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.

Nei campi avevano incontrato la morte tanti innocenti, civili e militari. In uno di questi, a Wietzendorf, erano stati portati i soldati italiani fatti prigionieri alle spalle di Ragusa. I sopravvissuti hanno raccontato storie incrociate, scritte da un comune destino.


Da «Maddalena ha gli occhi viola»

Carlo la vide partire. Era in piedi sulla porta della baracca, senza sapere quando avrebbe potuto andarsene da quel luogo di distruzione. Sentiva un senso di vuoto che solo per brevi attimi lasciava spazio alla speranza. Non gli mancava il coraggio, ne aveva avuto da vendere, sempre, ma la stanchezza di quella lenta e difficile ripresa, spesso confondeva le sensazioni.
Raggiunse Mario, il compagno inseparabile da tanto, troppo, tempo. Le esperienze di quei lunghi mesi avevano saldato i loro destini. A momenti avrebbe voluto cancellarlo dal raggio del suo sguardo perché gli rammentava ciò che era stata la prigionia ma, nello stesso tempo, sapeva che avrebbe fatto parte per sempre della sua esistenza, ovunque l’avesse portato quel tempo d’attesa, ancora pieno di morte. Era quella la paura più grande, ora. Cercare di tornare a casa vivi non era un impegno da poco, stanchi, denutriti, era facile soccombere. Le ore, i giorni, che non avevano avuto consistenza, ora cominciavano a pesare, ad avere un senso, anche nell’ansia.
“Non possiamo morire in tempo di pace, non sarebbe giusto, dopo gli immani sforzi per resistere”, si diceva per convincersi, per recuperare nuova energia, finalmente positiva.
Si distese sulla branda, Mario lo stava guardando senza parlare, con quegli occhi pieni di pensieri, grandi, di un colore indefinito, sbiadito dalla fame. Era anche lui prigioniero di guerra dal 1943. A dire il vero “internati” militari italiani, così erano stati definiti. Da soldati prigionieri non avrebbero potuto lavorare ma Hitler decise, e la RSI accettò passivamente, questo status particolare che avrebbe fornito forza lavoro a buon prezzo alla Germania.
Dopo l’8 settembre furono 810mila i militari italiani catturati dai tedeschi sui vari fronti di guerra. Considerati disertori oppure franchi tiratori e quindi giustiziabili se resistenti. Hitler per poterli “schiavizzare” senza controlli, li classificò “internati militari” (IMI), categoria ignorata dalla Convezione di Ginevra sui Prigionieri, quella del 1929.
94.000 optarono per la RSI o le SS italiane, come combattenti o ausiliari, ma molti preferirono la prigionia.
Negli ultimi mesi di guerra del 1945, erano diventati lavoratori civili, potevano circolare ma sotto il controllo dei nazisti. Così Carlo conobbe Miriam nella fabbrica a cui era stato destinato, con Mario sempre al suo fianco.
“Non so da quanto tempo siamo insieme, ma oltre al tuo nome non so nulla di te, neanche da dove vieni...”, gli disse in maniera quasi distratta, sembrava stesse parlando a se stesso.
Mario sorrise, non l’aveva fatto da tanto tempo, non sapeva come fosse un sorriso sulla sua faccia smunta, ma anche quello era un segno di qualcosa che stava cambiando e di cui non riusciva a prendere coscienza fino in fondo.
“Da Fiume”, rispose quasi lanciando le parole verso la porta, l’aria all’esterno ancora piena dei miasmi della prigionia, della guerra, di morti e di dolore. Ma nel pronunciare quella parola qualcosa in lui si sbloccò. La realtà, come un treno, lo stava riportando a sé stesso. E sorrise ancora al pensiero che fosse il momento di ricordare, come una concessione, una meta raggiunta dopo difficile e tortuosa strada in salita.
“Vengo da Fiume”, ripeté per la seconda volta, con più forza, sentendo una nuova energia scorrere nelle vene.
“Io dal Sud Italia”, rispose Carlo “passando da Wietzendorf”.
“Un’altra fabbrica, o un campo?”, chiese Mario.
“Un campo d’internamento IMI”.
“Sai dov’è Fiume, ne hai mai sentito parlare?”, chiese all’amico con un filo di voce, quasi stesse rivolgendo a sé stesso quella domanda.
“Certo che lo so, sono stato fatto prigioniero alle spalle di Ragusa e siamo stati tutti deportati a Wietzendorf, anche il nostro comandante che era di Zara”.
Mario lo guardò con gli occhi increduli, spalancati su quella notizia che lo faceva tremare, da due anni non aveva più sentito pronunciare il nome di quelle località, e ora, all’improvviso, tutto ritornava, il mosaico si completava e avrebbe voluto piangere se ne avesse avuta l’energia necessaria.
“Dove ti hanno preso?”
“A Trieste”.
“Come dite dalle vostre parti, Sior sì…”
“Ma tu come lo sai, dove hai sentito il mio dialetto, chi hai incontrato, chi hai conosciuto...” chi, dove, quando, le domande erano più delle risposte nella foga di sapere e di conoscere.
“Da chi? Dal nostro comandante al campo di Wietzendorf, lo zaratino, si chiama, se è arrivato vivo a questi giorni, Pietro Testa. Anche lui nominava la sua città come fai tu, allargando il petto. È a lui che devo la mia salvezza, al campo tutto filava anche perché aveva un rapporto particolare col comandante tedesco, Bernardi. Li ho sentiti parlare il tuo dialetto tra loro. Poi il comandante ci disse che Bernardi era stato a Pola durante la prima guerra mondiale, con la famiglia, nominava se non sbaglio un arsenale. Ecco lì il tedesco, anzi no, era austriaco, aveva imparato a parlare la tua lingua”.
“Dove ti hanno preso?”
“Ero alle spalle di Ragusa, con Testa e con il Generale Sandro Piazzoni. Ci furono scontri terribili con i tedeschi dopo il ‘43 a Komolac, a una ventina di chilometri alle spalle della città. Dopo che venne ucciso anche il generale D’Amico, ci fecero prigionieri e arrivammo a Mostar. Testa era con noi e con lui un altro zaratino, Ulisse Donati, ci spedirono in Germania. Lì al campo li vedevo spesso con Giovanni Guareschi, lui è di Parma. Il mio vicino di branda invece era Rocco Settis, chissà se lo rivedrò...”.
“Sei stato fortunato”, commentò, come se la comune conoscenza di luoghi e idiomi potesse assicurare la salvezza, ma si sentiva leggero, sollevato da un’improvvisa felicità.
“E tu?”
“Da Trieste ci avevano caricati sui treni diretti a Dachau, ma io fui destinato a lavorare nei campi di patate di una fattoria della zona”. Non aveva la forza di continuare il racconto, ma lo vide scorrere come un film nella sua testa, come se stesse studiando per un’interrogazione. Eravamo una ventina – continuò a pensare –, sistemati nelle baracche di quell’azienda. Un soldato veniva a chiuderci di notte dopo averci controllato. Al nostro risveglio ci consegnavano una gavetta con i resti della produzione del latte e a sera qualche verdura bollita in questo intruglio. Con noi c’erano alcuni russi, dei polacchi che erano lì da quattro anni. Ci guardavamo senza parlare, non ne avevamo né la voglia tantomeno la forza. Dopo un mese, iniziò la trebbiatura, ma ero già troppo debole per spostare i sacchi da un quintale. E così mi rimandarono in campo di concentramento e da lì fui destinato a una fabbrica in costruzione che avrebbe dovuto produrre carburanti sintetici, facevamo scavi, bassa manovalanza insomma. Con scarsi risultati, pesavo trenta chili, non ero capace di superare neanche uno scalino, lo sforzo era grandioso.
“Lì, nel campo ‘Uno A’ di Stablak, nella Prussia orientale, ho compiuto 19 anni”, lo disse a voce alta, ma si fermò per un attimo subito dopo, doveva riprendere fiato. Era fatica ma anche emozione.
Carlo interpretò quella pausa come un invito a raccontare la sua parte di storia, che in effetti era la medesima, per tutti e due, così continuò:
“La giornata iniziava all’alba perché dovevamo raggiungere a piedi il posto di lavoro, come qui fino a qualche settimana fa. Un’ora in piedi per l’appello finché ci contavano e si andava incolonnati a lavorare e siccome era notte uno davanti camminava con una lanterna di luce bianca e l’ultimo chiudeva con la lanterna a luce rossa. Si arrivava alle sette e si finiva quando calava la notte. Si rientrava al campo con la guardia che ci seguiva in biciletta...”, ma Mario quasi non l’ascoltava.
“Mi mandarono a Goerliz, 8A. Si stava in grandi baracche sistemati sulle brande senza fare nulla. Così fino a giugno 1944, quando mi hanno spedito in questa fabbrica”.
“Dove sono le tue mostrine?”
“Regalate a dei ragazzini, alla fattoria”.
“Anch’io”.
Rimasero in silenzio, ognuno raccolto nei propri pensieri. Ma per Carlo c’era una sorpresa. Pochi giorni dopo arrivarono altri prigionieri in marcia verso i centri di raccolta. Tra questi riconobbe altri soldati del campo di Wietzendorf. Chiese subito del comandante Testa, seppe così che era salvo, anzi aveva consegnato ad alcuni ufficiali alla partenza un dossier con l’ordine di conservarlo.
“Che cosa c’era scritto”, chiese Carlo.
“Quando i tedeschi hanno lasciato libero il campo non ha fatto che scrivere, giorno e notte su quei fogli”.
“Perché”.
“Voleva lasciare una testimonianza e voleva farlo prima che la libertà potesse inquinare pensieri e sensazioni”.
“Ma tu l’hai letto?”
“No, ma al campo tutti ne parlavano”.
“Cosa c’era scritto?”
“Tutta la nostra storia, dalla partenza del 26 ottobre 1943 con l’ultimo treno di prigionieri, il viaggio di dodici giorni sui carri bestiame e l’arrivo al campo Zeithain di Dresda. La sistemazione del comando italiano a Wietzendorf, la distribuzione dei compiti. L’incontro con il comandante del campo, il Colonnello Bernardi, quello che rispondeva sì Sior, mio Sior. Sapeva qualche parola di dialetto veneto”.
“Sì, lo ricordo bene, l’ho raccontato qualche giorno fa ad un amico... Bernardi aveva paura di Rorich?”
“Era il capitano della Polizia del campo, certo che ne aveva paura, anche tra loro, cosa credi, esistono le differenze. Ma Bernardi era un po’ dalla nostra parte...”.
“Forse, non lo so. Testa lo considerava di mentalità ristretta, perché non voleva guai, non voleva responsabilità”.
“Certo, Testa si misurava con la sua idoneità al comando, alla sua fierezza. Una volta lo sentii dire che era per la sua provenienza da quella terra dalmata che rende la gente dura come la roccia ma anche generosa e forte. Sei rimasto con lui fino alla fine?”.
“Sì, arrivo direttamente da lì, con me c’è anche Dino Calligaris, quello di Sagrado, insiste nel voler tornare a casa a piedi...”.

 

 

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