Esuli

Speriamo che sia... cinema Mario de Luyk si racconta

Con il cuore dentro il cinema, Mario de Luyk, di famiglia lussignana ha sempre tanto da insegnare. È stato in grado di regalare all’Istria e a Fiume momenti indimenticabili, nel vero senso della parola. Come non ricordare che la notte degli Oscar in cui Salvatores vinceva con Mediterraneo, il film veniva presentato in un cinema di Fiume con la partecipazione di due attori del famoso cast. Il pubblico era in piedi nella sala di Braida, eccitato e incredulo di assistere a un simile momento: quasi come essere a Hollywood. E come non citare l’entusiasmo suscitato a Pola dall’arrivo di Mario Monicelli.

A distanza di anni, confessa che il regista ogni volta che l’incontrava, chiedeva: “Quando torniamo a Pola?”. “Al prossimo film” rispondeva de Luyk. E Monicelli: “Ma io ci vengo anche per il film di un altro, basta andarci”. Quest’attività, fatta con il coinvolgimento delle Comunità degli Italiani, era un omaggio alla storia familiare, un legame con i luoghi di provenienza mai venuto meno.
Fu il primo a portare a Trieste “La frontiera” di Franco Giraldi, con protagonisti Giancarlo Giannini e Raoul Bova, che al cinema Ariston incontrarono il pubblico: un trionfo. E quel film parlava della sua isola.
Mario de Luyk, riconosce alle sue radici quarnerine un’impronta particolare: è fatta di mare e di sole, delle estati trascorse a Lussino: è la vacanza, la scoperta di una natura che non concede repliche, scalda, consola.
“La mia non è una famiglia di esuli. Come tanti capitani, anche mio padre s’era trasferito a Trieste prima della guerra perché era più facile il rientro a casa e la permanenza con moglie e i figli. Lavorava per la compagnia Tirrenia. Prima ancora era stato a Napoli. Diplomato a Lussino dove abitavano le nonne e le zie, in zona Calvario, sopra l’ultima cappelletta, la chiesetta che chiudeva il Calvario era stata data in gestione a mia nonna. Quando passo lo ricordo ogni volta: è un rito, un marchio impresso a fuoco nella mia memoria”.

Quindi sei stato risparmiato dalla storia dell’esodo?

“Non direi: l’estate del 1943 l’avevo passata in vacanza a Lussinpiccolo con la mamma. Ricordo poche cose. Avevo quattro anni, ma sono quei momenti che rimangono impressi anche in un bambino piccolo: ricordo il gran parlare della vicenda di un medico considerato una spia, l’atmosfera cupa di quei momenti, la sensazione di qualcosa di incombente che avrebbe potuto cambiare le nostre sorti. Col piroscafo Pola rientrammo a Trieste pochi giorni prima dell’8 settembre. A Lussino l’Italia non c’era più. Un amico capitano mi raccontò, anni dopo, dell’arrivo degli jugoslavi sull’isola; si susseguirono incursioni di cetnici e di ustascia che si uccisero a vicenda”.

E i tuoi parenti?

“Tutta la famiglia, nonne comprese aveva un legame stretto con Trieste, per questa vicenda di uomini di mare che determinavano lo spostamento di mogli e figli. Così, per varie vicissitudini, ci ritrovammo tutti a Trieste, mentre a Lussino erano rimaste le case e i nostri beni. Alcuni poi recuperati, altri ancora in predicato. La nonna paterna, vedova de Luyk, tentò di tornare a Lussinpiccolo in gran segreto per recuperare la roba di cui aveva bisogno, ma venne fermata e cacciata in carcere per giorni. Un episodio che la segnò moltissimo. Non tornò più a Lussino. I miei genitori invece ci andarono negli anni Sessanta. Io mi spinsi sui luoghi della mia infanzia dieci anni dopo. Erano gli anni Settanta. Le nostre case erano state sequestrate e nazionalizzate. Il nonno aveva una grande villa in Val d’oro, poi trasformata dall’INA, l’industria petrolifera jugoslava, in casa vacanze per i dipendenti. Abbiamo chiesto la restituzione ma la netta impressione è che non succederà mai. Quando torniamo siamo semplicemente turisti”.

Che cosa rappresentava Lussino per te?

“Il passato, la storia, le vicende gloriose delle famiglie Vidulich che erano stati tra i fondatori del Nautico, o dei Cosulich, la cui storia è legata ai cantieri di Monfalcone. A ogni ritorno vivevo una sorte di sdoppiamento, determinato da un pensiero malinconico: se non ci fosse stato l’8 Settembre, io che cosa sarei stato? Avevo terminato gli studi al Liceo Dante di Trieste, poi l’Università; lavoravo già in un centro di psicologia e orientamento, ma con questo senso indefinito di precarietà o di continua ipotesi di un’altra vita, se non ci fosse stata la storia a decidere per me. I rancori della nonna avevano agito in modo forte. Fino ai miei diciassette anni ero per certi versi fascisteggiante e contro gli slavi. Ma l’età della ragione mi avrebbe cambiato profondamente: il primo amico con un pensiero politico definito, l’ho incontrato al liceo Dante, di sinistra laica, non nazionalista, antifascista, diventato poi un ministro: era Padoa Schioppa. Frequentava la mia scuola a Trieste perché suo padre era vicepresidente delle Generali. Mi ha introdotto nel mondo dei radicali triestini. Questa militanza mi spinse a superare un atteggiamento indotto, per fare una scelta finalmente autonoma. Il credo di allora era l’agnosticismo, il laicismo e un’apertura internazionalista. Così all’Università ho aderito al socialismo grazie al rapporto con un altro amico, Elvio Giagnini, che mi suggeriva letture marxiste. Mi iscrissi al PSI. Di più non potevo osare con una famiglia come la mia. Conseguii la laurea e iniziai la mia professione presso un centro di psicologia del lavoro”.

Quando arrivò il cinema?

“Me lo portavo dentro tanto che divenni dirigente del CUC, il Centro universitario cinematografico, con quasi mille soci che promuoveva il cinema di qualità e d’autore. Il nostro impegno era la presentazione di pellicole che non venivano distribuite nei normali circuiti. Mi riferisco agli inizi dei fratelli Taviani, Rosi, Bellocchio, la giovane cinematografica inglese, la nouvelle vague francese che noi proponevamo volendo sostenere la qualità, il cinema d’autore. Contemporaneamente scrivevo sui Quaderni del CUC e anni dopo mi chiamarono a fare il dirigente della Cappella Underground che sviluppava il medesimo approccio verso il cinema”.

Non solo passione. Ad un certo punto diventa lavoro...

“Alla fine degli anni Settanta, decisi di prendere in gestione l’Ariston, il primo cinema d’essai di Trieste. Ricorsi alla possibilità di una pensione anticipata per dedicarmi completamente a quest’impresa. Erano gli anni in cui la televisione aveva soppiantato il cinema e le sale ne soffrivano moltissimo: qualcuno ne stava prospettando la chiusura definitiva. Fu una crisi di passaggio. In effetti per i vent’anni successivi, ebbi modo di registrare un successo economico non indifferente: riuscivamo ad attrarre moltissimo pubblico. In due annate l’Ariston risultò il primo per incassi a livello locale”.

Ma quanta gente veniva al cinema?

“Ricordo il giorno che arrivammo ai mille biglietti venduti: una soddisfazione impagabile. In cartellone c’era ‘Allegro ma non troppo’ di Bruno Bozzetto. Bissammo il successo in anni più recenti con ‘Sette anni in Tibet’, che in un Santo Stefano stabilì il record di 1.200 biglietti”.

Fu il cinema a portarti a collaborare con La Voce del popolo?

“Era la fine degli anni Ottanta. Frequentavo i Festival internazionali scrivendo, per l’Avanti e per La Voce, da Cannes e da Venezia. Ricordo un’intervista con Maia Sansa, di famiglia istriana: il nonno era stato il medico condotto di Dignano. Poi seguirono le rassegne del cinema a Fiume e a Pola, con Castellito e Monicelli, e a Fiume con Cederna e la Grazioli con ‘Mediterraneo’. Gli spettatori furono centinaia, sia delle Comunità degli Italiani, ma anche della maggioranza che apprezzavano le nostre proposte. Con il direttore del cinema di Fiume diventammo amici”.

Perché quest’interesse per il cinema?

“Il cinema è un’arma forte, immediatamente usufruibile, più ancora della letteratura. È uno strumento di formazione dei pensieri e della cultura delle persone, che da giovane consideravo fondamentale nella lotta per le idee. Il senso comune della gente nasce anche da discorsi fatti attraverso questo mezzo, ne sono stato sempre convinto. È formativo, apre la mente, aiuta a ragionare”.

È per questo che hai accettato di insegnarlo all’Università?

“Un giorno arriva una telefonata dalla facoltà di architettura di Trieste, che mi chiede di svolgere corsi dedicati al cinema nell’ambito del programma di studi umanistici che fa parte della preparazione degli studenti. Preso in contropiede rispondo di sì, d’istinto, convinto di provare a dare un contributo. Credevo a una breve stagione e invece dura ancora, dal 2003”.

Hai pensato di proporre qualcosa di analogo ai Dipartimenti in lingua italiana di Pola e Fiume?

“Perché no? Sarebbe un ritorno, ricco, senz’altro positivo. È una speranza”.

 

 

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