Esuli

Le lunghe estati del ritorno Richiami che non si spengono

L’appartenenza è come il confine, una maledizione e una speranza. Scritta nei geni di chi fa parte di una minoranza, è il frutto di un lungo percorso di maturazione per chi ne acquisisce coscienza negli anni, legandola alla storia della famiglia, filtrando dolori e nostalgie per trasformarli in ricchezza. Processo complesso che molti figli e nipoti degli esuli si apprestano a fare in età adulta, quando la frenesia della famiglia e del lavoro, lasciano il posto a una più pacata riflessione sulle proprie origini e sull’importanza delle radici per sentirsi completi.

Ne ragioniamo con Andor Brakus in una fredda giornata triestina, bloccandolo durante un viaggio da Torino dove vive, verso l’Istria e Fiume, agli inizi di gennaio.
Impegnato nell’associazionismo istriano, fiumano e dalmato della sua città, concentrato sui problemi che caratterizzano questo mondo, ma anche proiettato verso il futuro che ha ancora tanto bisogno di essere focalizzato, per certi versi inventato.
“Il 2017 – racconta – è stato per noi un anno proficuo. Nella sede del nostro Circolo abbiamo organizzato presentazioni di libri e mostre, sono stati onorati i nostri Santi patroni, abbiamo preparato pranzi e cene per stare insieme, per sviluppare questo senso d’appartenenza che ci rende diversi e unici nello stesso tempo agli occhi del mondo, che ci unisce a livello locale”.

Il Circolo è anche la sede dell’ANVGD. Spieghiamo le loro specificità

“L’ANVGD, è una costola di quella nazionale di cui sono vicepresidente, ma per molto tempo sono stato presidente del Circolo di via Parenzo, nel villaggio di Santa Caterina, che riunisce profughi e rimpatriati, tra cui anche molti greci giunti nella nostra zona durante il regime dei Colonnelli. Diciamo che il Circolo fotografa la composizione del quartiere di cui è parte integrante come luogo d’aggregazione e di attività varie. Sorge non lontano da Lucento nelle cui Casermette erano stati accolti moltissimi giuliano-dalmati, esuli dalle nostre terre nel dopoguerra”.

Ma negli anni di lavoro attivo, di che cosa ti sei occupato?

“Ho operato in un settore di nicchia, quello delle etichette per le grandi marche di prodotti nazionali con un giro d’affari davvero notevole”.

Che cosa portavi con te del tuo mondo d’appartenenza?

“Direi la serietà, senz’ombra di dubbio. Era un dato di fatto che mi seguiva e spesso mi precedeva, permettendomi di ottenere risultati ragguardevoli. Con me la produzione funzionava perché tenevo fede agli impegni. Poi per vent’anni ho costruito in Sardegna due villaggi vacanza. Il lavoro mi portava ad assentarmi da casa per gran parte dell’anno, ma l’associazionismo era sempre nei miei interessi per il coinvolgimento della mia famiglia”.

Figlio di Fiumani, per quali percorsi siete arrivati a Torino?

“Sono nato il 14 febbraio nel profondo sud, nel campo profughi di Santeramo in Colle. Spesso racconto che ero più povero di Gesù bambino; non avevamo nulla. L’unica camicia di seta di mio padre era servita per coprirmi. Lui scherzando qualche anno dopo, mi diceva: ‘Ti xe nato con la camisa’. All’epoca mia madre, nata Barcovich da una famiglia che era a Fiume da quattro secoli, aveva 21 anni. Una donna volitiva, in gamba. A Fiume aveva lavorato presso gli affari interni come dattilografa, per cui riuscì a ottenere un posto simile a Bari. Ci trasferimmo e lei entrò in Prefettura. Mi portava con sé quando andava al lavoro, a Bari. Non conoscevamo nessuno che si potesse prendere cura di un bambino piccolo. Se in ufficio arrivava un superiore, lei mi chiudeva nell’armadio. Come spesso succede, la gente ignorante non capisce questi disagi. Un collega l’apostrofò chiamandola profugaccia. Lei mi prese e se ne tornò a casa. Quando il prefetto ne fu informato, mandò una macchina a prelevarci e si scusò per il torto subito. Incredibilmente ho tanti ricordi di quei momenti. La mamma spesso si stupisce che in così tenera età potessi immagazzinare tanti ricordi. A un certo punto mio padre se ne andò a Napoli in cerca di un lavoro che ci permettesse di evolvere ulteriormente la nostra situazione. Poi da Torino nell’estate del 1955 ci scrisse di aver trovato lavoro in fonderia e anche una casa dove abitare. Così lasciammo Bari per dirigerci a nord. Dopo la fonderia, papà entrò alla Michelin e nel 1961 nacque mio fratello; la famiglia s’era assestata”.

Che cos’era Fiume a casa tua?

“Noi fiumani siamo aperti, ci adattiamo agli ambenti che ci assorbono. Non c’era rancore a casa mia. Sono stato tirato su con un profondo rispetto nei confronti di tutti, così com’era abitudine nella nostra città che vidi, per la prima volta, nel 1958. Giungemmo in treno dopo un viaggio rocambolesco. La prima sosta fu a Milano per ottenere il visto d’entrata al Consolato. Ricordo attese interminabili e la caparbietà della gente che non mollava, non si spazientiva: l’importante era giungere a una positiva conclusione. L’occasione era triste. La mamma ritornava a Fiume per il funerale di suo padre. Per me erano figure mitiche. Gioivo quando mi raccontavano che il bisnonno fosse stato il primo proprietario di una bicicletta, con la grande ruota anteriore. Girava con eleganza per le vie della città, talmente abituato a quest’esclusività che, quando passava il vigile fermava le macchine per cedergli il passo. Ma la mia era anche una famiglia di tradizione antifascista ante litteram, perché veri fiumani, aperti al mondo. Ricordo che giungemmo a Trieste di notte per prendere il primo treno che portava verso Lubiana. La stazione di raccordo era quella di Pivka: credo sia sempre la stessa. Fiume ci accolse livida e deserta alle cinque del mattino. Era febbraio e faceva freddo. Io e la mamma eravamo le uniche anime vive che si trascinavano per strada una pesante valigia. A un certo punto si materializzò un signore che vedendoci in difficoltà, prese la nostra valigia e ci accompagnò a destinazione. Per mia madre era il primo ritorno a casa, nella sua abitazione in Scoietto. Per un bambino ogni posto nuovo è emozionante, come un’avventura. Rimasi stupito dall’affetto della zia, sorella di mia madre, che non smetteva di abbracciarmi. Lei era rimasta a Fiume, andata sposa molto giovane a un signore fiumano dal cognome croato. Conobbi così la nonna. Per anni la loro casa sarebbe stata la meta delle mie lunghe vacanze estive. Durante quei mesi al mare e in giro per la città, ho stretto amicizia con tanti miei coetanei, ai quali mi lega ancora oggi un importante rapporto di conoscenza e affetto”.

Ma a Torino, a scuola, com’eri visto?

“Il mio cognome era sotto la lente d’ingrandimento, ma non mi ha mai creato problemi, solo curiosità da parte di tutti. Non ho mai smesso di parlare il dialetto in casa e con gli altri ragazzi figli di esuli come me. Non mi sono mai sentito bistrattato, anche perché sempre molto fiero di essere fiumano. Accettavo con allegria il fatto di essere un italiano a Fiume e un profugo in Italia, perché ero certo della mia appartenenza”.

L’attività al Circolo com’è nata?

“Cinque anni fa il Circolo stava per chiudere e dopo anni in cui ero stato semplicemente consigliere mi è stato chiesto di diventare vicepresidente. Analizzata la situazione ho deciso di proporre l’apertura di una cucina-ristorante che ci avrebbe permesso di vivacizzare la nostra presenza, ma anche di creare un fondo minimo per la nostra attività. Facendo pranzi e cene, in piena regola, abbiamo creato un volano di autofinanziamento che ancora funziona, ma siamo anche riusciti a veicolare una cultura importante, quella gastronomica tipica delle nostre zone”.

Il ricambio generazionale è un problema. Come va affrontato?

“È vero, i grandi vecchi se ne stanno andando. Siamo come i Panda, dico spesso scherzando, vale a dire... in estinzione. Ne siamo coscienti ed è proprio da questa consapevolezza che nasce la necessità di unire tutte le sigle dell’associazionismo giuliano-dalmato, aprendo al massimo alle realtà della nostra minoranza in Istria, Fiume e Dalmazia, per avere più potere contrattuale nei confronti dei governi, sia centrali che locali e per realizzare programmi condivisi per il mantenimento della nostra cultura e delle nostre specificità”.

Quale contributo può dare Torino?

“Importantissimo perché ha sempre espresso persone in gamba, che hanno a cuore le nostre sorti, sia nel passato che oggi che a impegnarsi è la nostra generazione ultrasessantenne, che considero non più giovane ma che mi piace definire modernariato. Siamo riusciti a stabilire ottimi contatti con le Comunità in Croazia e Slovenia. Ne è testimone il programma che proponiamo il 10 febbraio con la partecipazione di realtà trasversali. Quest’anno si esibirà la famosa mandolinistica torinese, ma anche il Maestro Francesco Squarcia con la sua viola e il gruppo La Battana di Rovigno che proporrà la tradizione dialettale. È un segnale che consideriamo importante, all’insegna di un’apertura che ci contraddistingue e che intendiamo espandere, con la consapevolezza che non possiamo procedere divisi. Ne va della sopravvivenza della nostra identità che non può e non deve morire”.

 

 

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