Esuli

Trieste, una porta aperta nella terra del dialogo

Fino a pochi anni fa Trieste era sempre stata per me una città di transito sulla via che mi portava alla mia città di Fiume. Scendevo alla Stazione centrale, davanti a Piazza Libertà e fatti pochi passi, entravo nell’androne che ospita la stazione delle autocorriere. Per molto tempo non mi seppi spiegare quel senso di disagio che provavo al suo interno. Ricordo che avevo sempre la spiacevole sensazione di ombre e voci e lezzi che aleggiavano attorno ai muri di quel cavernoso edificio. Se dovevo attendere del tempo per prendere la mia corriera, preferivo passarlo all’aria aperta. E così un giorno notai una targa affissa sul muro che ricordava come migliaia di esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia erano stati accolti in quel Silos ora trasformato in stazione. A quel punto scattò in me una molla e mi rividi bambino in una fredda notte di marzo del ’47, sdraiato per terra su una coperta assieme ai miei genitori e a mia sorella, proprio in quel Silos. Ricordai che nel buio di quel cavernone, nella triste desolazione dei profughi, d’un tratto si levò il canto straziante di un uomo... “Buona notte, angelo mio... buona notte a te, ovunque sei tu...” Da allora mi sono chiesto perché avessi cancellato quel ricordo per 60 anni. Forse lo potrei spiegare con la domanda che si fa Gina Lagorio nel romanzo “Inventario”: “È lecito inseguire farfalle in un lazzaretto?”

La fiumana Marisa Madieri, moglie dello scrittore Claudio Magris, nel suo libro “Verde acqua” fa una vivida descrizione delle condizioni di noi esuli in quel Silos di Trieste, e spiega perfettamente la sensazione che mi porto dietro da 70 anni senza saperne l’origine: “Entrare al Silos era come entrare in un paesaggio vagamente dantesco, in un notturno e fumoso purgatorio. Dai box (nel ’47 eravamo separati soltanto da coperte appese a corde, nda), si levavano vapori di cottura e odori disparati, che si univano a formarne uno intenso, tipico, indescrivibile, un misto dolciastro e stantio di minestre, di cavolo, di fritto, di sudore e di ospedale”.

Tristi ricordi

Quello dunque fu il mio primo incontro con la città di Trieste, “ospite” nel Silos che era stato creato come deposito di granaglie e terminal ferroviario ai tempi dell’Impero Austro-Ungarico. Il triste Silos che dal 1943 al 1945, collegato con l’infame Risiera di Trieste - unico campo di sterminio in Italia – era stato luogo di raccolta e di partenza dei 159 treni diretti al “capolinea” di Auschwitz. Quella stessa Risiera, quella stessa stanza della morte, dopo una mano di calce da parte degli angloamericani, verrà trasformata nel 1949 in nuovo campo profughi per gli italiani dell’Istria.
Da allora molte cose sono cambiate, ma non tutte. Parte di quello stesso Silos che ospitò gli esuli giuliano-dalmati è ora un rudere in cui trovano riparo i nuovi migranti, esuli da terre molto più lontane e ugualmente violente.
Da allora molte cose mi sono successe. Fu nel 2008 che grazie al generoso interessamento di due carissimi amici mi fu concesso il Premio Letterario Internazionale Trieste Scritture di Frontiera dedicato a Umberto Saba 2007 (Sezione Giuliani nel Mondo) per la mia raccolta di poesia “Per un pugno di terra”. In quell’occasione ebbi modo di scoprire una Trieste per me inedita, una città di sole e mare, di sobria eleganza e una città permeabile a intensi scambi multiculturali. Mi trovai fra persone che vivono un costante “sconfinamento di identità, fluttuanti” come dice Mauro Covacich in “La città interiore”: individui che passano da una parte all’altra di confini ormai inesistenti, da una lingua e cultura all’altra. È una città salottiera ma al tempo stesso in pieno fermento culturale e politico. È una città che vive pienamente il suo ruolo di mediatrice, dove s’intesse pazientemente una trama di collaborazione fra italiani, sloveni e croati.


Il sacrificio dei «rimasti»

In seguito giunse l’invito a partecipare al primo Incontro mondiale dei Fiumani a Fiume, nell’estate del 2013. In quell’occasione mi resi conto del sacrificio fatto dai “rimasti” e del loro indomito impegno a mantenere viva la nostra lingua e cultura. E constatai anche l’appoggio e il contributo dato da coloro che erano usciti e avevano fondato Associazioni di giuliano-dalmati nel mondo. Quello che era stato ottenuto a Fiume si ripeteva anche a Pola, Spalato e Zara. Fu con immensa gioia che vidi allora consacrata la realtà che avevo auspicato nei lontani anni ’90 in Canada: il ricongiungimento delle due parti di una sola realtà, di un solo cuore, di un’unica identità. Tutto ciò fu certamente agevolato dal fatto che la Slovenia e la Croazia divennero membri dell’Unione Europea, rispettivamente nel 2004 e 2013.
Eppure il mio avvicinamento a Trieste e la mia stima per quella città non erano ancora finiti. Tra la fine 2016 e l’inizio del 2017 avevo allestito a Vancouver una mostra multimediale assieme all’amico fotografo Jon Guido Bertelli. L’esposizione era composta da sue drammatiche foto in bianco e nero e da mie poesie sul tema dei diseredati o emarginati di Vancouver. In seguito il mio carissimo amico e collega Konrad Eisenbichler mi suggerì di proporre la mostra alla prof.ssa Gabriella Valera dell’Associazione Poesia e Solidarietà e alla comune amica Rosanna Turcinovich Giuricin. Nel giro di poche settimane mi fu comunicata non solo l’approvazione per la mostra a Trieste, ma anche l’appoggio dell’Associazione Giuliani nel Mondo, che mi permise di raggiungere Trieste e presentare io stesso la mostra.
L’esposizione fu inserita nel contesto del 13th Literature and Poetry Festival organizzato ogni anno dalla prof.ssa Valera e con lo specifico tema di “Exodus and Generations: The Disconfort of an Impossible Language”. L’allestimento della mostra avvenne nella Sala Espositiva dell’Acquaforte Carlo Sbisà, gentilmente concessa dall’Università Popolare di Trieste durante la prima settimana di aprile. Mi sentii particolarmente onorato e commosso dalla presenza affettuosa di tanti Fiumani. La signora Carla Pocecco e il nostro compianto Manuele Braico, Presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane, si prodigarono per rendere la mia visita tanto piacevole.


Quanta sofferenza

La mostra parla di tutti coloro che soffrono lo sradicamento, l’esulanza; parla di drammatici sconfinamenti di identità; dei non appartenenti; parla di vite deterritorializzate; parla del degrado sofferto per la perdita della propria dignità, che è peggio della perdita della vita stessa. Nell’intervista che il giornalista Dario Fertilio mi fece all’apertura della mostra volli citare i versi della poetessa Marylyn Plesser, “Chi ti ha fatto tale insanabile danno/che accogli ogni gentilezza con tanta diffidenza?”...e mi vennero in mente gli strazianti versi di Ungaretti: “Si chiamava/Moammed Sceab/discendente/di emiri nomadi/suicida/perché non aveva più/Patria/amò la Francia/e mutò nome/fu Marcel/ma non era Francese/e non sapeva più/vivere/nella tenda dei suoi/dove si ascolta la cantilena/del Corano/gustando un caffè/e non sapeva /sciogliere/il canto/del suo abbandono./Riposa/nel camposanto d’Ivry/e forse io solo/so ancora/che visse”.


Orizzonti e non mura

Attraverso questa mostra volevo soprattutto stimolare un vero dialogo fra coloro che percepiscono la diversità come una minaccia e coloro che invece la vedono come uno strumento per il miglioramento e la crescita di sé stessi e della società. Solo così potremo essere fra coloro che vedono orizzonti là dove altri tracciano ancora confini e mura.
Durante la settimana della mostra accolsi i visitatori e ebbi stimolanti discussioni che mi rivelarono la grande apertura mentale dei Triestini, da sempre un impasto di tante anime e culture. Io stesso fui accolto a Trieste da vecchi e nuovi amici in un affettuoso abbraccio simile a quello della magnifica Piazza Unità che accoglie il mare e ciò che esso porta. Ebbi modo di riconoscere in Trieste il singolare modello di una testa di ponte che si proietta nella cultura europea e nelle culture del Nord e dell’Est. Una vera città di frontiera, un vero crogiuolo di popoli che, come nella mia Fiume fino al ’45, si sono amalgamati qui nel corso dei secoli. Come non provare il piacere infinito dei suoi caffè stile viennese, come non sentire il fermento contagioso di questi stessi caffè, fucine di idee e creatività. Trieste città “di carta”, città di scrittori nel contesto quasi mitico del suo variegato fascino antico, il cui profumo permane ancora nei gesti e nelle parole della sua gente.
Eppure come ci dice il suo più amato poeta, Umberto Saba, Trieste è una città dalla “scontrosa grazia”, città resa grintosa dalla sua bora, dalla dura roccia carsica e dal dolore di tante lacerazioni.
Eppure sempre pronta, come l’improvviso spruzzo fresco del suo mare, a ridere e scherzare per mascherare la più intima natura. Ho compreso che per amare Trieste bisogna comprenderla in tutte le sue contraddizioni.
Trieste è una città struggente nella sua luce, avvolta in un misterioso profumo d’altri tempi che sa anche di futuro. Nel terso contrasto fra i suoi bianchi palazzi e il suo mare blu tende ad acuire tutti i sensi. Trieste più che una città è un’idea fatale dal potente richiamo. Conoscerla davvero significa soffrire l’equivalente del mal d’Africa.

 

 

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