Esuli

Donne istriane nel mondo: Nevia Gregorovich una lunga storia d’amore con Parenzo

A volte capita che la realtà superi, se non la fantasia, almeno le previsioni. Succede una mattina di dicembre, nel cuore di Trieste. Incontriamo Nevia Gregorovich a pochi giorni di distanza dall’inaugurazione della sua mostra nella Sala Sbisà dell’UPT, per parlare del suo lavoro, dei suoi tanti interessi, dei legami con l’Istria. La provenienza dalla medesima terra, esperienze simili con altre persone che incrociamo quasi per caso, portano a ricordare tempi che furono.
“Ho iniziato a studiare pianoforte con la maestra Sivilotti a Parenzo – racconta l’artista – ed estrae da una busta di plastica delle foto di lei bambina davanti ad una tastiera con l’insegnante al suo fianco, severa ma innamorata della sua professione o passione per la musica. Capace di riconoscere i talenti”. “Era anche la mia maestra – risponde una bella signora dal tavolo accanto al nostro, che ha captato il discorso – ma a Rovigno. Mi considerava brava se mi aveva scelta per accompagnarla in un saggio”. Le memorie s’incrociano. Capita in questa parte d’Italia che non finisce al confine, che dilaga fin dove arrivano la lingua, la cultura, le esperienze e spalanca a nuove condivisioni bidirezionali, importanti. Una sensazione che ci accompagna in quest’intervista non convenzionale, potremmo dire, alla ricerca delle tante cose che uniscono chi è nato sullo stesso mare.


La rincorsa del mare?
Perché è proprio il mare il tema che Nevia rincorre nella sua pittura, passando per esperienze diverse che l’hanno fatta conoscere ed amare dal pubblico. Proprio a Trieste di lei si è occupato per tanto tempo, con slancio e autentico apprezzamento il critico Carlo Milic, che insieme a tanti altri l’ha fatta conoscere e l’ha aiutata a crescere, a trovare la propria strada tra le tante che la vita le ha concesso. Accanto alla pittura, la musica, in una forte interazione.

In questi giorni partecipa anche alla Biennale delle Donne nel Porto Vecchio di Trieste con un lavoro intitolato al mare, acquarama, “non un’onda ma riflessi morbidi di mare – racconta – ritratto in modo quasi musicale, per un quadro di grandi dimensioni. E’ la prima volta che mi presento a questo evento e devo dire che ne sono entusiasta, stando con gli artisti si cresce, il bisogno dell’altro è costante”. Comunicare fa parte delle scelte di vita sin da quando ragazzina lasciò Parenzo.
“La famiglia chiese di poter partire già nel 1948 ma la risposta positiva arrivò solo nel 1956. Giusto il tempo di frequentare i primi anni di scuola. Al momento degli addii i compagni di classe mi consegnarono un quaderno dei Ricordi, come allora si usava. Una pagina per ciascuno con delle frasi e disegni. Una di queste, dell’amica Petretti, mi ha sempre accompagnata, diceva di ricordarmi che non c’è nulla che attiri la sventura più che il piangersi addosso o le antipatie il portarsi in giro un volto addolorato. Ne ho fatto tesoro”.

Destinazione Monza.

“La mia è una delle tante storie dell’esodo ma proprio per questo particolare ed eccezionale. Grazie all’intercessione di Don Cairo, appassionato di storia degli Asburgo, che era spesso al campo profughi, venni ammessa al Collegio Bianconi. I miei acquistarono un pianoforte che venne portato al campo, con gran meraviglia di tutti. Così superai il quinto di pianoforte contemporaneamente alla terza media. Questo desiderio dei miei genitori di investire nella mia educazione mi faceva sentire forte e mi integrai senza problemi. Mia madre aveva finito le magistrali a Parenzo ed aveva lavorato per tanto tempo per i Marchesi Polesini come contabile. Fino al 1944 quando, per paura dei bombardamenti, ci spostammo dai nonni a Foscolino, un villaggio alle spalle di Orsera”.

Da quel mondo di mare e campagna, cinque anni al campo profughi furono pesanti…

“La permanenza era condizionata per fortuna da una prospettiva allettante. La mamma era stata assunta al banco di Roma a Milano dove era prassi assegnare l’appartamento ai dipendenti. Nei primi mesi del 1961 entrammo nella nuova casa. Ci venne a trovare anche la maestra Sivilotti, voleva sapere se avevo continuato gli studi, mi stimolava e mi seguiva a modo suo, informandosi dei miei progressi. Le comunicai, anni dopo, l’esito degli esami sostenuti al Conservatorio e il conferimento della Laurea di musica al decimo anno, confermata concertista”.
Un grande sacrificio? “Scherziamo, studiare è sempre stata una gioia, tanto era grande la mia sete di sapere. Ho fatto studi particolari di paleografia musicale, per comprendere l’origine della musica. Scoprendo le scritture con una sola linea, quando le note non avevano una definizione precisa però era possibile dirigere i grandi cori nei monasteri. Volevo andare alle radici. Mi muoveva un’incredibile passione. Mi ero iscritta alle Magistrali ma il pomeriggio lo dedicavo alla musica. Per me era una gioia immensa, imparare mi gratificava”.

E l’Istria era ricordo, nostalgia, cos’era?

“Era la felicità del ritorno tutte le estati dai parenti di Pola, Parenzo, Orsera. Spesso ero ospite in casa delle mie amiche del cuore. Dormivamo in soffitta, sui materassi stesi sul pavimento, che gioia quel ritrovarsi… Siamo fatte così, noi donne della famiglia: la nonna paterna ci ha seguiti in Italia che aveva compiuto 80 anni e adorava Milano. Era nata a Marassi ed era una Debeljuh. Aveva imparato l’istroveneto con mio nonno Gregorovich, a casa sua si parlava il ciacavo. Hanno avuto cinque figli, mio padre era l’ultimo e lei adorava mia madre. La mamma di cognome faceva Braicovich, ma era Braico fino al 1947, parente dei Sincich, montenegrini signori del territorio alle spalle di Parenzo. Devo il mio battesimo artistico a Enea Sincich. Nel suo studio milanese conobbi Romano Conversano, esule da Rovigno, insieme si divertivano ad educare una ragazzina piena di sogni e passione”.
Anche talento e la fortuna necessaria per crescere nella curiosità e la voglia di mettersi in gioco. È ancora così Nevia. Ha deciso di spostarsi ancora da Milano a Sistiana per stare insieme alla mamma molto avanti con gli anni. Ricominciare è possibile se non si temono le sfide.

Ma questo amore per la musica da dove arriva?

“La risposta c’è. Era mio padre ad avere un’incredibile abilità manuale. Dipingeva anche lui ma soprattutto suonava la fisarmonica da virtuoso. Ne ho tre a casa che lo raccontano. Mi ha insegnato i passi di valzer ai balli che si organizzavano all’hotel Parentino, prima di partire. Di mestiere era meccanico, aveva un’officina a Parenzo, poi lavorò all’oleificio ma continuava a curare la sua moto Guzzi provvista di sidecar. Amava le corse. Negli anni del campo profughi fece di tutto, poi a Milano trovò un impiegò alla Mercedes ma prima ebbe l’onore di portare la Bianchina all’esposizione di Ginevra. A Milano ho insegnato anch’io, alle medie, storia della musica. E per otto anni alla scuola musicale. Ho continuato a studiare tutta la vita, soprattutto i vari metodi di insegnamento della musica. Molto interessata ai metodi di perfezionamento. La mia istrianità mi ha accompagnata. Mi sono sentita diversa, non peggiore o migliore, bensì ricca di curiosità che non avvertivo negli altri, nel conoscere il mondo e capirlo. La dedica di Grazia Petretti mi ha sempre dato una forza pazzesca. Da bambina la leggevo senza capirla. Ma forse per il significato di quel quaderno dei Ricordi mi sono appassionata al libro d’arte. Ad un certo punto, all’università della terza età di Milano, ho unito le mie conoscenze facendo lezioni di musica ma anche d’arte parlando della Basilica eufrasiana, il massimo”.

Il resto: Biennale di Venezia, Spoleto arte e Festival dei Due mondi. La sua biografia è una continua sorpre+sa.

“Ho esposto parecchio prima di andare in pensione, soprattutto in Spagna, anche Missoni ha voluto un mio quadro. Ho sempre suonato in duo, una realtà di nicchia che ci ha portate dappertutto. Anche i miei figli hanno viaggiato con me e adorano l’Istria. Mia nuora è slovena. Ho anche diretto dei cori”.
Che cos’è la musica per Nevia?
“Tante cose: è stata formativa, mi ha dato equilibrio, perché crea il senso di responsabilità, ti regala la soddisfazione del risultato, si acquisisce il senso della perfezione, si trasmette un metodo di vita, insegna a stare con gli altri, capisci quando fai male, ti correggi. Abitua a usare il tuo corpo se canti. Nei giovani è fondamentale. A livello politico tutto ciò non si capisce. Vai in Germania, vai in Spagna, insegnano uno strumento già all’asilo. Giocare con le note, imitare l’orchestra con la voce, scandire il tempo con le mani, analizzare i timbri sonori, è meraviglioso. Ho bussato a tante porte per cercare di far entrare la musica come materia obbligatoria nelle scuole, è una battaglia difficile”.

Nella sperimentazione che è compagna di vita, cosa manca?

“Mi piacerebbe fare dei progetti musicali per la nostra terra. Vorrei dare voce al mio modo di essere trasversale, credo di avere una storia da comunicare”.

 

 

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