Esuli

Cartografia, toponomastica e storia: il territorio come profonda passione

Vogliamo rendere omaggio a un intellettuale del nostro tempo, scomparso solo pochi giorni fa, la cui opera rimane a segnare la nostra storia. Il prof. Luciano Lago, docente universitario a Trieste, presidente dell’UPT, vicino alle nostre Comunità degli italiani, appassionato geografo e storico e impegnato nell’analisi della cartografia del territorio, profondo conoscitore della mobilità di un confine sul quale si sono abbattute tante sciagure nel corso della storia.

Lo ricordiamo attraverso un’opera che egli ha amato e che ha voluto con slancio, riguardante proprio la toponomastica del territorio: millecinquecento pagine, in tre volumi. È stato uno dei curatori del progetto con Giuseppe de Vergottini e Valeria Piergigli. In veste di presidente dell’UPT aveva voluto che l’ente morale di Trieste fosse incluso nella cordata che aveva realizzato il lavoro, vale a dire l’Istituto Geografico Militare di Firenze e Coordinamento Adriatico.
Lo ricordiamo attraverso le riflessioni che fece in questa intervista concessa al nostro giornale dopo la consegna dei volumi al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del 10 Febbraio, Giorno del Ricordo.
“La prima cosa che mi preme sottolineare è che abbiamo inteso realizzare, per tutto un complesso discordo che riguarda il concetto di confine e ciò che ha significato nella storia di queste terre, un’opera scientifica che fotografi la situazione con dovizia di documenti, ma senza alcuna interpretazione che ne avrebbe sminuito il valore. E mi spiego. C’è una particolare sensibilità che viene attribuita, non a torto, agli uomini di frontiera, nel percepire meglio di altri la tragica labilità del confine; pronto a spostarsi, a oscillare su un territorio, dietro contrapposte sollecitazioni, ma a fissarsi inevitabilmente dove gli eserciti hanno portato le armi. Maledetta sensibilità a comprendere come la spada finisca col tracciare il solco, non sempre col difenderlo, e come ogni riferimento ai “confini naturali”, ovvero quelli delle linee geofisiche spartiacque, sia soggetto alle più diverse interpretazioni di ordine culturale, ideologico, nazionale, etnico”.

Nei volumi è possibile leggere tutto questo, un lavoro capillare, certosino, ma nello stesso tempo di ampio respiro…

“Sono cinquant’anni di lavoro, mio e del mio Dipartimento. Partito con un primo congresso di geografi alla Marittima è proseguito nei decenni attraverso mostre, studi, il coinvolgimento di tanti colleghi in Italia (nei volumi ricordo i contributi di Rossit, Selva, Umek) e in Croazia con la paziente ricostruzione della toponomastica dalla Carta di Tolomeo del II secolo a oggi con assoluta imparzialità, questa è una cosa alla quale tengo particolarmente. L’approccio è fondamentale, lo è sempre stato, del resto. Non dimentichiamo le opere di grande valore che siamo riusciti a firmare anche con il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno in momenti in cui anche la cartografia era vista con sospetto”.

Perché è così importante oggi far chiarezza su un fenomeno come la toponomastica?

“Prima di tutto perché ce lo chiede l’Europa. Il superamento dei confini significa anche ripristinare il ruolo dell’approccio scientifico e documentato alla realtà che ci circonda. Un esempio? Le tante guide turistiche spesso fuorvianti, inesatte, che offendono l’intelligenza di chi viaggia. Ebbene, poter contare su uno strumento che faccia chiarezza è fondamentale sia dal punto di vista etico che culturale e civile. Ed è proprio in nome di questa Euroreciprocità che il nostro lavoro nel suo interesse autentico, ha voluto quindi proporre più semplicemente anche un ‘blocco dell’immagine’ dei sistemi di trasformazione in atto, come realtà da comprendere e da rispettare. Ai volumi è allegato anche un CD-ROM che facilita la ricerca dei contenuti”.

Dal punto di vista storico, che cosa rappresentano questi documenti cartografici e quale messaggio contengono?

“Queste carte documentali registrano, nei diversi momenti, il rapporto di forza tra le Potenze che si ripartiscono il territorio. Un confine non è solo una linea di qualche colore tracciata – sempre fuori scala, accentuata rispetto agli altri segni grafici – su una carta geografica, ma il risultato provvisorio – come testimonia la vicenda delle terre da noi qui indagate – di una continua negoziazione tra soggetti e forze diverse. È intorno a questa pratica dell’interazione, che non può prescindere dal riconoscere l’esistenza dell’altro che si gioca la nostra capacità di limitare il potenziale di violenza impresso nella parola confine. Ricordandoci però che non è l’unica maniera possibile di farlo, sempre che non vogliamo reiterare all’infinito le disastrose politiche di tanti tempi passati. È curioso notare che lo scarto tra la percezione e la descrizione delle forme geografiche nei monumenta della cartografia trecentesca, quattrocentesca e l’immagine mentale e materiale che oggi ancora ci appartiene è davvero minimo. Pertanto, il complesso lavoro di censimento e catalogazione dei toponimi, che è stato condotto con l’ausilio delle fonti cartografiche e dei materiali provenienti da diverse realtà museali, dalle raccolte faticosamente costituite in cinquant’anni dal Dipartimento di Scienze Geografiche-Storiche dell’Ateneo triestino, da centri regionali di documentazione, da enti pubblici e privati e dall’Istituto Geografico Militare ha inteso, quindi, da un lato, colmare una lacuna scientifica, dall’altro aiutare a comprendere la continuità storica di molti toponimi, le strutture originarie che li hanno definiti e la loro evoluzione, la persistenza o meno delle denominazioni dall’antichità a oggi nell’area di riferimento, sia nel contesto urbano che in quello rurale”.

Tutto questo con che risultati?

“Il risultato di questa ricerca ha prodotto un sorprendente mosaico complessivo, pieno di suggestione, dove il presente è dato obliterato per evidenziare meglio la storia. I preziosissimi documenti cartografici che abbiamo utilizzato per questa scala toponomastica ci hanno invitato a uno studio di geografia storica in quei suoi aspetti metodologici del ricostruire il mutare nel tempo dei ‘luoghi’ e dell’illuminare il passato che organicamente vive nel presente, dando quindi valore applicativo alla disciplina geografica prescelta, con la conoscenza del territorio adeguata alla sistematicità degli interventi già avvenuti, finalizzandoli allo sviluppo conoscitivo e alla loro, per quanto possibile, conservazione. Con l’aiuto dei preziosissimi documenti del passato da noi pazientemente raccolti lungo cinquant’anni di impegno e di quelli messi di recente a nostra disposizione dell’Istituto Geografico Militare abbiamo potuto individuare le scelte toponomastiche espresse nel variare del tempo come icone importanti di storia linguistica in queste regioni dell’alto Adriatico e della sua fascia orientale, da sempre territori di confine, correlata attraverso i secoli all’interno del paesaggio onomastico in modo forte, soprattutto nell’Istria, al rapporto con il venetico, all’interno dell’universo latino al rapporto con Aquileia, poi al rapporto con l’Aquileia friulana ed infine con Venezia, si è trattato di individuare, modi, tipi e forme di organizzazione e di conoscenza del territorio da parte dell’uomo: essi ed esse costituiscono un tutto che non solo è presente nello spazio ma esprime anche un divenire temporale, che si colloca come fattore incancellabile e indirettamente operante rispetto a tutti i successivi equilibri. Le modificazioni dell’uomo non si cancellano con la cessazione delle loro necessità: divengono strutture di base delle ulteriori modificazioni”.
Per quindici anni, dal 1988 al 2003, aveva retto la facoltà di Magistero, poi Scienza della formazione. Dal 1997 al 2001 aveva presieduto l’Associazione dei geografi italiani. Conclusa l’attività accademica nel 2003, aveva assunto la presidenza dell’Università Popolare dal 2004 al 2009.
Aveva fatto parte del cda dell’Irci. Lago era nato a Trieste nel marzo 1937, dove aveva svolto il suo iter di studi, prima al liceo Dante poi alla facoltà di Lettere, dove si era laureato con una tesi in Storia dell’arte moderna dedicata a Jacopo Sansovino, discussa con Roberto Salvini. Iniziò la vita universitaria triestina come assistente alla cattedra di Geografia, dal 1967 docente di Storia della geografia e delle esplorazioni geografiche. Dal 1977 è stato incaricato dell’insegnamento di Geografia presso la facoltà di Lettere, ove è stato direttore del laboratorio di geografia. Dal 1980 ha occupato la cattedra di Storia della cartografia che venne istituita nell’Ateneo triestino per la prima volta in ambito nazionale.
Dal 1984 è stato direttore dell’istituto di Geografia e dal 1990 al 1996 del nuovo dipartimento di Scienze geografiche e storiche. Scienze della formazione, nata dalla trasformazione della Facoltà di Magistero, ha conosciuto una stagione di grande sviluppo, con l’apertura delle sedi di Pordenone e di Portogruaro, con l’attivazione del corso di Scienze della comunicazione.
È stato presidente del Consorzio interuniversitario per la formazione degli insegnanti (CIFI) e primo direttore della Ssis di Trieste. Nell’ambito scientifico è stato tra soci fondatori del Centro italiano per gli studi storico-geografici. Autore di numerosi contributi inerenti lo studio geo-cartografico della penisola italiana, del Friuli e dell’Istria, si ricorda in particolare l’ampia ricerca “Imago Italiae.
La fabrica dell’Italia nella storia della cartografia tra Medioevo ed Età moderna” e “Descriptio Histriae” oltre ad altre opere di grande valore firmate con il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno.

 

 

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