Esuli

Claudio Ciociola rende omaggio alle riflessioni del suo Maestro

Quali saranno gli epistolari che nel futuro permetteranno di cogliere le pulsioni del tempo presente di scrittori e pensatori, non ci è dato sapere. Forse le mail, forse le pagine di fb? Chissà. Ciò che oggi appare comunque di grande e ritrovato fascino, è lo studio dei percorsi degli intellettuali del passato che hanno avuto modo di lasciare traccia del proprio ruolo nella società attraverso le opere ma anche le numerose lettere che celavano una rete di rapporti, confronti, supporti, condivisioni. Pensiamo ad autori come Montale, Saba, Svevo che si scrivevano regolarmente, intrecciando il loro quotidiano con Bobi Bazlen, Pier Antonio Quarantotti Gambini o lo stesso Joyce. Non di meno articoli di giornale, rappresentano un fondo archivistico di grande valore per chi vuole conoscere pensiero e personaggi. Capita così di sfogliare un numero della “Nuova Rivista di Letteratura Italiana”, numero XIX del 2016, per scoprire un gioiello degno di essere reso noto ai quattro venti. Il Saggio è firmato da Claudio Ciociola della Normale di Pisa.


Radici a Visignano

Un binomio che già fa scattare ammirazione e curiosità. Tanto più se succede di scoprire, indagando, che il prof. Ciociola pensa anche “istriano” perché di madre di Visinada, Maria Maraston, formatasi all’Istituto Magistrale di Parenzo. Il professore è nato a Varese “ma sin da piccolo – rivela – ero calato in una realtà irreale - quella dell’Istria -, che sembrava avere consistenza solo nell’incoercibile, continuo ricordo (i miei di parte materna erano sgocciolati via poco a poco dopo la guerra; da ultimo i nonni, nel ‘54). Per l’ovvia complicazione della cosa ho cercato sempre d’informarmi, ma anche di essere un testimone silenzioso”. Scopre così, nel centenario dalla nascita del suo maestro Gianfranco Contini (1912-2012), numerosi suoi scritti e carteggi, tra cui anche un intervento sulla questione di Trieste nel 1946, mai più ripubblicato. Questa sua provenienza familiare lo porterà ad intervenire da “studioso”, cioè in forma pubblica e approfondire l’analisi di questo testo che lascia senza fiato. Il motivo si svela nella lettura: Contini, già allora, era stato in grado di capire con una lucidità disarmante la questione del confine orientale attraverso le opere dei suoi autori più in vista.


Il 22 giugno del 1946

Il saggio che Claudio Ciociola, storico della letteratura, gli dedica s’intitola “Porta di due mondi”: Contini e l’insegnamento di Trieste che così introduce: “Nel luglio del 1946 la discussione sull’assetto del confine orientale dell’Italia è particolarmente accesa. In risposta a un manifesto d’intellettuali francesi favorevoli all’annessione di Trieste alla Jugoslavia, la “Fiera letteraria” dedica un numero unico agli scrittori e artisti della Venezia Giulia. Gianfranco Contini, che l’anno precedente aveva pubblicato un preveggente saggio nel quale la questione dei rapporti dell’Italia con l’area balcanica era affrontata in chiave federalistica, traccia in quest’occasione un panorama sintetico della letteratura triestina, rivendicando il ruolo esemplare della ‘porta orientale’ nella definizione della futura Europa”. E ora il testo del saggio continiano, mai riproposto prima, viene riedito proprio dalla Nuova Rivista letteraria con un saggio dello stesso Ciociola: la sera del 22 giugno 1946 Paul Éluard – riassume -, al ritorno da un trionfale viaggio in Jugoslavia, tenne a Palazzo Grassi a Venezia una conferenza sul tema “La poesia al servizio della verità”. Il poeta aveva firmato, in quel tempo, un manifesto di intellettuali francesi in cui si sosteneva l’annessione di Trieste alla Jugoslavia. Pier Antonio Quarantotti Gambini, precedendo nella sala l’oratore, lesse al pubblico quel manifesto, e concluse che gli pareva inammissibile, mentre l’Italia era umiliata a Parigi, alla conferenza della pace, che si desse ascolto a chi dell’Italia si rivelava nemico. Il pubblico applaudì, acclamando all’italianità di Trieste. Éluard si giustificò asserendo di non aver firmato il manifesto, tanto più che egli era stato assente per tre mesi dalla Francia. Ma gran parte del pubblico, e lo stesso Quarantotti Gambini, abbandonarono la sala quando Éluard ricordò la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Francia nel giugno del 1940. Dell’episodio fa menzione anche Saba in una lettera a Quarantotti Gambini in cui esprime la propria indignazione.
Due settimane prima dell’avvio della conferenza di Parigi, precisamente il 18 luglio 1946, prendeva quindi posizione sulla questione di Trieste e contro il manifesto degli intellettuali francesi la «Fiera letteraria» (serie postbellica diretta da Giovan Battista Angioletti, con un comitato di direzione composto da Corrado Alvaro, Emilio Cecchi, Gianfranco Contini, Gabriele Pepe, Giuseppe Ungaretti), in un numero interamente “dedicato agli scrittori e artisti della Venezia Giulia”. In prima pagina, l’articolo di fondo del direttore Angioletti s’intitola Contro l’ingiustizia; l’articolo di spalla, dello storico Gabriele Pepe, Il problema politico. Tra i due, un asterisco di Giuseppe Ungaretti che si richiama “all’integrità della Patria”.


L’animo di Trieste

Ma che cosa scrive Contini. Ciociola ci permette con il suo saggio di rileggere quell’intervento più attuale che mai, in cui rivela la sua incredibile lungimiranza e quasi preveggenza potremmo dire. Contini, che era nato a Domodossola, passato per Pavia, Torino, Perugia dove insegnò a lungo e Parigi, Firenze e Pisa, guarda Trieste e riconosce i tratti del volto svelandone profondamente l’animo.
… “Nella nostra geografia letteraria, Trieste e la riviera giuliana sono segnate inalienabilmente da caratteri di finezza penetrativa, di comprensione sottile, di umanità, di nostalgia melodica della felicità, che sono antipode alla sommarietà e pesantezza... Esse hanno arricchito l’Italia d’un’apertura e larghezza europee proprio quali si dovevano aspettare in astratto da questa porta di due mondi, dai suoi contatti, di popoli e lingue, dai suoi mirabili traffici: provincia italiana di unione e concordia internazionale, non di cieca lotta e sopraffazione…
… “sembra probabile che sull’orlo del territorio nazionale la cura della lingua, patrimonio prezioso da conquistare e affermare, si esasperi e raffini. Qualcosa di simile avvenne appunto a Tommaseo, e il suo luogo di nascita non è estraneo al suo destino di massimo lessicografo della patria, benché a quest’impresa egli arrechi precisamente una romantica competenza di poliglotta che manca a ogni purismo. E non è privo d’interesse notare quanta passione linguistica accendesse la fase romantica della cultura sulle rive orientali dell’Adriatico. Di Rovigno era quell’Antonio Bazzarini i cui vocabolari ebbero incontrastato favore nelle scuole italiane intorno alla metà del secolo. Fondatore della dialettologia neolatina è stato un piccolo e glorioso ebreo di Gorizia, Graziadio Isaia Ascoli, debellatore del manzonismo e risolutore della questione della lingua sul terreno scientifico. Negli stessi anni illustrava la filologia romanza dalla sua cattedra austriaca il dalmata Adolfo Mussafia; e incoraggiava un giovane, Antonio Ive, a raccogliere i venetissimi Canti popolari della sua Rovigno e a studiare i dialetti dell’Istria. Fino a qualche mese fa, quando una provvida malattia lo sottrasse a dolori più gravi continuava questa illustre tradizione Matteo Bartoli, di Albona, il raccoglitore delle estreme reliquie dell’antico dalmatico, che dalla ricchezza di esperienze linguistiche della sua terra ricavava forse l’impulso al metodo geografico in glottologia. Superstite di questa onorevole schiera è Giuseppe Vidossi, mentre Enrico Rosman, sull’esempio del Kosovitz, ha raccolto con diligenza, in un’operetta pur sommaria e popolare, il vocabolario giuliano…”
… “E non sarebbe troppo difficile tentare un paesaggio interno di questa Trieste, dominata com’è delle malinconie e angosce via via più intricate d’una complicata educazione sentimentale fino al sereno esito della vecchiaia, perennemente venata dalle nostalgie dell’infanzia. La “Senilità” di Svevo, la precocità di Quarantotti, il peso dell’età e di tutta la biografia nel canto di Saba e di Giotti, le tristezze, gli avvolgimenti, i passaggi in grigio di tutt’i minori ne compirebbero agevolmente la descrizione. La quale riuscirebbe tuttavia assurdamente incompiuta se non mostrasse come tutte le fila cadono a un solo mito carnale e terrestre, al riconoscimento di quella persona che è, più d’ogni altra città d’Italia e non solo d’Italia, alla coscienza di chi vi è nato, con la passione difficoltosa che ispira, lei stessa, Trieste. Di che amore non palpitano i viali aspri e ventosi di Senilità, i davanzali e le nature morte di Colori, le ricche e contraddittorie prospettive del Canzoniere, “un pezzo – sei di Trieste, come la sua Piazza – Piccola”. E all’omaggio e come all’eros “personale” accedono i forestieri, così in questa canzoncina di Mario Soldati che, sotto apparenze leggere e accenti futili, rapisce tanto dell’incanto di Trieste: “Dopo dieci anni – torno a Trieste rivedo Piazza – dell’Unità e come allora – oggi m’investe un vento vivo – di libertà. Mormoreremo questi versicoli come il nostro secondo talismano”. Davvero, caro Soldati: Popoli ed anime – in lotte astruse a questo strazio – chi comandò? Così conclude il suo intervento Gianfranco Contini con piena consapevolezza di una realtà che fatica a ritrovare se stessa.

 

 

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