Esuli

Essere italofoni. Al terzo incontro ci si interroga sulle condivisioni

Tutto nasce da una serie di domande che continuano ad avere peso in una realtà in profondo cambiamento, quella della Comunità nazionale in Istria, Fiume e Dalmazia e nell’associazionismo giuliano-dalmato: cosa significa sentirsi italiani oggi in Istria, Fiume e Dalmazia, ed esserlo in Italia o sparsi nel mondo? Come declinare la propria identità in una realtà in rapido cambiamento esposta alle insidie della globalizzazione e dell’omologazione? E quali vie seguire per completare il processo di ricomposizione tra esuli e rimasti, nell’ambito di un grande progetto comune a sostegno della continuità della presenza e dell’identità italiane nell’Adriatico orientale?

A queste domande si è cercato di rispondere al terzo convegno “Essere italofoni” tenutosi sabato scorso nella sede della Lega Nazionale di Trieste e promosso congiuntamente dalla Lega e dall’Associazione Trieste Pro Patria. Come riferito in apertura da Paolo Sardos Albertini, presidente della Lega Nazionale, quella del popolo italiano dell’Adriatico orientale (da Trieste al Montenegro) è un’identità particolare, difficile, complessa, e insieme, straordinaria proprio perché è un’identità di frontiera che, ad onta delle appartenenze statali e delle vicissitudini storiche, è fondata sul valore e il retaggio di una cultura capace di interagire e dialogare con le altre.
Il dibattito sull’argomento, nel mondo della diaspora, è una conquista recente, iniziato con un’iniziativa all’interno della Bancarella, il Salone del libro dell’Adriatico orientale. Agorà di una realtà trasversale fatta di autori, editori e personaggi della cultura di un popolo sparso, aveva avuto un importante seguito con le tavole rotonde all’interno dell’Associazione delle Comunità istriane, volute da Carmen Palazzolo e supportate dal presidente di allora, Lorenzo Rovis che aveva messo in contratto “esuli e rimasti”, storico, politologi, gente comune che in u processo di catarsi aveva riversato in pubblico le proprie remore, i dolori, le chiusure. In un tam tam che il tempo per fortuna non ferma, questa necessità di ricostruire un collante all’interno di una realtà che la storia ha fatto esplodere ed ha depositato ovunque nei vari continenti, rappresenta una necessità imprescindibile per chi vuole costruire una nuova dimensione, a volte svincolata da un certo associazionismo asfittico e ripiegato su se stesso che sta morendo e trascina con se ogni cosa, bella o brutta che sia. Ma le nuove generazioni guardano oltre, la Lega Nazionale ha dato voce a giovani studiosi che hanno cambiato la visione sulle divisioni e le recriminazioni del passato, proponendo nuove riletture di tutto ciò che è stato. Può succedere allora di assistere ad un dibattito aperto, franco, trasversale, schietto che guarda al futuro.
I punti di forza dell’identità e della coscienza nazionali – ha rilevato Antonino Martelli, presidente di Trieste Pro Patria –, sono proprio la cultura e la lingua: da qui la scelta di ospitare il terzo convegno di “Essere italofoni”, un’iniziativa questa rimbalzata su facebook e sui social media – ideata da Massimiliano Fabbri – per stimolare il dibattito sui temi dell’italofonia e dell’identità.
Gabriele Bosazzi, il giovane presidente della Famia Ruvignisa ha posto in risalto la rilevanza della collaborazione fra esuli e rimasti e la ricca esperienza accumulata in questo senso dai rovignesi che hanno saputo superare le fratture e gli steccati del passato per cogliere insieme la sfida della difesa di una comune identità. Un percorso le cui basi sono state poste – ha spiegato Sardos Albertini - con la prima dichiarazione d’intenti firmata nell’ottobre del 1991 dalla nuova Unione Italiana con la Federazione degli esuli e che, nonostante gli ostacoli e i temporanei rallentamenti, oggi appare quanto mai indispensabile.
A parlare del significato di essere italiani oggi in Istria, Fiume e Dalmazia, delle esperienze e della realtà dei “rimasti” sono state Valentina Petaros della Società Dante Alighieri- Comitato di Capodistria e Luana Poleis, presidente della Comunità degli Italiani di Visignano. Un’esperienza faticosa e difficile che si scontra ogni giorno con un ambiente nel quale spesso gli italiani autoctoni si sentono isolati, estranei, stranieri in casa propria, “pesci fuor d’acqua” soggetti a costanti pressioni e resistenze, ma che si traduce in un ostinato e quotidiano impegno a difendere la propria identità, a tramandare le proprie tradizioni ai figli, a lottare – anche quando la battaglia può apparire impari – per la propria dignità. Valentina Petaros Jeromela, ripercorrendo le sue esperienze di ricercatrice in campo archivistico e gli studi sugli usi e i costumi capodistriani tratti dal ricco archivio della famiglia di Giuseppe Vatova, ha rilevato l’importanza della conservazione dell’eredità culturale e di un adeguato approccio – che meriterebbe di essere sorretto da maggiori attenzioni e competenze – alle fonti archivistiche.
Dell’approccio storico alle problematiche degli italiani del Confine orientale, ovvero dei cambiamenti registrati in campo storiografico e nell’ambito del mondo della scuola nei confronti della tematica dell’esodo, soprattutto dopo l’approvazione, nel 2004, della Legge sul Giorno del Ricordo, ha parlato Lorenzo Salimbeni, del Comitato 10 febbraio, mentre il giornalista e scrittore Valentino Quintana, autore del romanzo “Fratelli contro”, ha inviato un testo sul significato oggi dell’italianità nella Venezia Giulia e all’estero che è stato letto da Antonino Martelli.
Di particolare spessore l’intervento dello storico Matteo Giurco, dell’Università di Firenze che ha analizzato lo stato dell’italofonia in Italia, l’uso e la salute dell’italiano fra gli italiani della Penisola. Un uso – e di conseguenza un livello di consapevolezza della propria identità linguistica e culturale – che si vanno purtroppo gradualmente affievolendo per effetto della globalizzazione e sotto il peso di un sempre più insidiosa preponderanza dell’inglese, divenuto ormai “lingua franca” della globalizzazione, “instrumentum regni” del moderno sistema capitalistico e finanziario. Matteo Giurco ha analizzato molto lucidamente l’ambiguo rapporto, sul piano storico, politico e sociale, fra lingua e potere, giungendo alla conclusione – supportata da una ricca documentazione – che “la lingua è potere”. Partendo dalle prime elaborazioni della concezione della “costruzione della lingua” come strumento di dominio e di imperio negli Stati moderni- dalla Spagna di Isabella d’Aragona sino all’Impero Britannico e al ruolo, oggi, dell’unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti, e facendo proprie le tesi dello storico britannico Robert Philipson esposte nel 1992 nel libro “Linguistic imperialism”, lo studioso ha ribadito che oggi siamo preda di un vero e proprio imperialismo linguistico. Il dominio politico, il controllo strategico delle risorse mondiali oggi si attuano attraverso gli schemi del “soft power” (concetto coniato da Joseph Nye), ovvero con lo strapotere dei modelli culturali; la forza militare è il cane da guardia, ma il vero potere si esercita con la superiorità e la capacità di diffusione del proprio sistema culturale e dei propri codici linguistici. Di fronte a questo strapotere dell’inglese, come lingua franca della globalizzazione, della tecnologia e della finanza, l’Italia si sta dimostrando disarmata e debole, esposta ad ogni tipo di influsso. Gli anglicismi negli ultimi decenni sono aumentati in modo esponenziale, e rischiano trasformare l’italiano in un ibrido “itanglese”.
Alle legittime preoccupazioni per la tenuta dell’italianità nell’Adriatico orientale e della presenza degli “italofoni” nel mondo si aggiungono dunque quelle del futuro stesso dell’italiano in un contesto generale segnato dalle insidie della globalizzazione. L’italiano gode di un grande prestigio ed è una delle lingue più insegnate nel mondo; ma se “lingua è potere” la sua sopravvivenza è legata anche alla capacità dell’Italia e degli italiani di “fare sistema”, di trasmettere, attraverso un nuovo “soft power”, il prestigio di una grande eredità storica, culturale e civile. Dal convegno triestino “Essere italofoni” è emerso un timido segnale: per noi che più volte abbiamo rischiato di perdere tutto non vi è che una strada, quella di cercare di reagire, di non lasciare nulla di intentato.

 

 

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