Esuli

Siamo un grande libro di storia e di memoria

Un anno trascorso in fretta con la sensazione che il Raduno precedente debba rimanere nella memoria e nella storia dei Raduni dei Dalmati Italiani nel Mondo come quello eccezionale, irripetibile. Puntualmente però, l’editoria arriva a smentire le previsioni, scodellando nuovi volumi, sempre più interessanti, sempre più importanti. Ne ragioniamo con Adriana Ivanov, responsabile del settore Cultura dei Dalmati, animatrice delle mattinate della Cultura al Raduno di Senigallia.

Nomi nuovi, le sorprese sono sempre gradite, cosa ha portato quest’anno a riva la marea libraria?

“È davvero una marea: vietato pensare che la bibliografia dalmata sia in estinzione o anche solo in calo, ogni anno la voce di questo nostro popolo piegato dalla storia risorge vitale e sorprendente, con decine e decine di proposte bibliografiche che costringono ad attuare una selezione. Dalla Scuola Dalmata, che tutto raccoglie, grazie all’instancabile operato di Giorgio Varisco, sono state indicate le novità dell’ultimo anno, tra le quali abbiamo scelto “solo” trenta pubblicazioni da recensire, cosa non facile nell’arco delle due ore riservate all’Incontro con la Cultura Dalmata. Scoprendo piacevolmente che non solo autori zaratini, come Silvio Testa, ma anche dalmatofili, come Domenico del Monaco, o Accademie e Istituzioni culturali, vedi l’Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova e la Venetian Heritage, si occupano di noi, attraverso scritti o interventi di recupero dei nostri beni culturali”.

Ha iniziato dalla letteratura con tre nomi molto interessanti, cosa celano?

“Ho stuzzicato la curiosità proponendo come titolo della prima sezione ‘Donne e farfalle zaratine’. Le donne sono rispettivamente la protagonista de La Zaratina, madre dell’autore Silvio Testa, e quella de Il Pescatore, madre di Pietro Prever. Le farfalle sono le anime di un fratello e di una sorella zaratini travolti bambini dall’esodo, che agognano di levarsi in volo per tornare a Zara. Il dolore per la nostra città è ugualmente condiviso da due figli di zaratini e da un non-zaratino, che affettivamente è cittadino onorario a pieno titolo”.

Silvio Testa con la sua Zaratina fa soffrire il lettore per la partecipazione in presa diretta del bombardamento di Zara. Per lei cosa è stata questa lettura?

“La letteratura della memoria è molto ben attestata nella nostra produzione, ma la tragedia che ci ha connotati e che ha prodotto l’esodo pressoché totale da Zara in coincidenza dei bombardamenti del 1943-44 fa sì che il racconto della vita in città si fermi a quella data, per proseguire poi con la narrazione delle personali vicende dell’esodo. Poche le eccezioni, vale ricordare il recente La ‘liberazione’ di Zara distrutta, di Tullio Vallery, che visse alcuni anni a Zara dopo l’occupazione titina. E così, nel romanzo di Testa, non solo i singoli bombardamenti vengono filmati in presa diretta, facendo rivivere pure in me i racconti su quell’incubo della mia tradizione familiare, comune a tutti gli zaratini - un vero, sanguinante esempio di memoria collettiva - ma viene descritta anche la non-vita degli italiani rimasti dopo l’occupazione, perseguitati, eliminati, dilaniati dalla scelta restare-partire o in attesa della concessione dell’opzione, non sempre conclusasi in senso positivo. Sì, la lettura mi ha portata all’immedesimazione, ripensando a miei parenti che non ottennero l’opzione o alla mia stessa famiglia cui era stata negata per due volte con la capziosa motivazione che la madrelingua non era l’italiano! Come se nel melting pot delle nostre terre di frontiera il cognome connotasse l’identità nazionale!”

Con Prever assistiamo al fenomeno del “ritorno” alle proprie radici, alla rinascita come Araba Fenice dalle ceneri della memoria, di personaggi nuovi, consapevoli del proprio ruolo. Cosa può dirci?

“È stata un’esperienza umana di profonda commozione ascoltare la genesi e la motivazione del romanzo dalle labbra dell’autore stesso. La ricerca del passato familiare, con lo zoom puntato sulla madre Marcella, eroina di un riscatto attuato attraverso esperienze dolorosissime, quale portare con sé in una fase dell’esodo una cassettina con il corpicino di una figlioletta morta, si fa occasione di palingenesi: rinasce nell’autore la coscienza delle radici, che cerca di dare risposta al perché lui sia nato così lontano da Zara. L’impegno etico di commemorare e nobilitare la figura della madre lo porta a riflettere non solo sulla violenza subìta dagli zaratini, ma su tutte le violenze che continuano a segnare il nostro tempo, con un grido disperato contro questa umanità disumana, che non vuole imparare dalla storia. Perché il titolo sia dedicato a un pescatore è una chicca finale, è la quadratura del cerchio, che solo il lettore può scoprire…”

E poi un ritorno con Domenico Del Monaco. Tutto da leggere?

“Si può non nascere zaratino e sentirsi tale nel profondo, si può non essere esule e descrivere l’esodo con efficace realismo, si può non esser stati educati da genitori zaratini e portarsi dentro la formazione e i valori dei nostri veci per generazioni. Questa la lezione di Domenico del Monaco attraverso le sue Farfalle di Zara. Questo il conforto che tante volte abbiamo inutilmente atteso in passato dai nostri connazionali: è una lacrima asciugata tra le tante che abbiamo versato”.

Seguono la saggistica, i libri di storia ma anche delle chicche come L’Aria di Bog di Dario Fertilio per piccoli lettori ma non lettori piccoli. Come è stato accolto?

“Sorridente e un po’ sornione come è lui, con pacatezza e umiltà Dario Fertilio ci ha presentato il piccolo Gaston, il suo alter ego bambino, travolto da un’infanzia difficile, assediato da incubi e paure, fino al lieto fine che l’autore concede volentieri all’amabile lettrice e all’amico lettore che confidano nella vittoria del bene. Tutto ciò avviene sull’isola di Brazza da cui Fertilio é originario, tra i refoli di bura, il Barba Viško, la teta Lina…Dalmazia, Dalmazia, male sottile che tutti ci incatena! Una favola che tale non è, come non lo è Il piccolo principe, apparentemente scritta per bambini, ma che propone un’altra lettura in filigrana, impregnata com’è di psicologia e di ascendenze freudiane. Un gioco? No, il gioco intellettuale di un finissimo intellettuale”.

Cosa possiamo dire di altri autori che si ispirano alla Dalmazia e che ha avuto modo di presentare?

“Possiamo manifestare lo stupore, compiaciuto, per l’ampiezza dello sguardo riservato a tutto ciò che è dalmata cultura, a partire da un’opera fondamentale di Fulvio Senardi sugli opposti nazionalismi in letteratura, che pone a confronto il saggio sulla letteratura della Dalmazia di un intellettuale italiano, Mussafia, e quello di uno croato, Kušar, per dimostrare che il dialogo era già difficile a fine Ottocento, radice prima dello scontro etnico e di tutti i nostri mali. Senza far torto a nessuno, compresa la miscellanea di AA.VV. Caleidoscopio dalmata, edita dalla Scuola Dalmata di Venezia, non posso tacere la ponderosa ricerca storica sulla guerra in Jugoslavia del’41-‘43 attuata da Gino Bambara, Židov (Ebreo). E non posso tacere per vari motivi: quelli ufficiali, che l’autore ha pubblicato nell’opera - costata un decennio di ricerca - a novantacinque anni e che è venuto personalmente da Brescia a presentarla; che per completezza di indagine è una summa della vicenda bellica che ci ha portati sul fronte balcanico; che mette in risalto il salvataggio degli ebrei croati dai nazisti e da Pavelić attuato dall’esercito italiano, benché fossimo alleati dei tedeschi, anche per l’intervento di personaggi appartenenti alle gerarchie politiche e militari che mai avremmo supposto potessero sfidare le leggi razziali. E poi i motivi ufficiosi, comunque dichiarati dal prof. Bambara: il piacere di partecipare per la prima volta al Raduno e soprattutto l’amicizia con mio padre, dall’infanzia ai banchi delle Magistrali alla comune esperienza come sottotenenti a Mostar, insieme alla Mensa Ufficiali quando maturarono gli eventi che portarono la Divisione di fanteria Murge a mettere in salvo la comunità israelitica di Mostar. Papà me ne aveva parlato, lui me ne ha dato conferma, ne sono molto commossa… Anche a Secondo Raggi Karuz l’età avanzata non ha impedito di venire per far recensire da Mirella Tribioli il suo ponderoso libro Ortodossa fede, appena pubblicato, tant’è che è stato presentato alla fine della rassegna”.

Nuovi arrivi e il saluto, mesto, a chi se ne va avanti per sempre. Difficili da conciliare i due momenti. Come ha fatto?

“Col groppo in gola. Il mio primo pensiero è andato infatti, oltre ai tanti maiores che ci hanno lasciato negli ultimi mesi, a Lucio Toth che era seduto al mio fianco nella scorsa edizione dell’Incontro con la Cultura a presentare la sua Storia di Zara, il suo estremo tributo alla città per cui ci struggiamo…Un uomo grande, che mi manca tanto. E a Raffaele Cecconi, che seppure impossibilitato a partecipare da qualche anno a questa parte, era sempre con noi, perché costantemente gli ho dedicato il posto d’onore alla fine della Rassegna. S’è guadagnato uno spazio tutto suo anche stavolta, attraverso due suoi inediti che mi aveva personalmente inviato, scusandosi del senso della morte che ormai incombeva sui suoi versi, pur sempre illuminati di guizzi di ironia e arguzia. L’ultimo, datato maggio 2017 - lui se n’è andato ad agosto - porta il significativo titolo Lontano ed è accompagnato da un minuscolo biglietto che recita “Un caro saluto…da lontano, Raffaele”. Lo conservo come una reliquia…”

Che cosa rimarrà di questa edizione, quali spunti di riflessione per il futuro?

“La constatazione è che ad ogni edizione l’Incontro supera sé stesso nei contenuti per la vitalità e la quantità dei titoli che spuntano come polloni, per cui, se anche mi impongo di contenere i miei interventi, comunque il materiale è vastissimo, rappresentato non solo da saggi per addetti ai lavori, ma anche da una letteratura più nazional-popolare per la quale nutro il massimo rispetto, se non vogliamo restare imbavagliati nel nostro sapere, senza trasmettere nulla, e se vogliamo farci conoscere. Spuntassero tanti dalmati e dalmatofili presenti ai nostri raduni e alle nostre attività, quanti sono i libri che ci rappresentano…!”

Cosa porterà di questa full immersion nelle conferenze il prossimo Giorno del Ricordo che la vedrà, come sempre, nelle scuole?

“Un patrimonio ulteriore di bibliografia da poter trasmettere a chi vuole approfondire su di noi, nuove argomentazioni storiche supportate dalla documentazione acquisita e…l’orgoglio dalmata, o no?”

 

 

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