Esuli

Vatova, D’Ancona e Parenzan «specialisti» del nostro mare

“Avanti Pasqua e a settembre la vita della Stazione zoologica, di solito molto tranquilla e uniforme, si elettrizzava improvvisamente per l’affluire d’uno stuolo di studenti e di signorine, che da ogni parte dell’Europa centrale convenivano al corso pratico…”. Giuliano Orel, biologo, sorride divertito: quella che ci ha letto è una descrizione che potrebbe essere cronaca di oggi e invece, tutto ciò succedeva a Trieste, dal 1875 al 1919, ai corsi pratici presso la Stazione zoologica di Sant’Andrea, che sono stati per lui motivo d’analisi e d’ispirazione quasi cent’anni dopo, nell’organizzazione dello stage di biologia marina a Salvore. Per due decenni e più a cavallo del nostro secolo, l’Università degli Studi di Trieste ha portato nel Golfo studenti provenienti da tutto il mondo oltre a quelli del corso di Idrobiologia e Pescicoltura “con lo scopo di sperimentare semplici metodi di raccolta, di smistamento e determinazione di campioni di bentos animale di fondali superficiali di substrato mobile ed applicare semplici metodi di elaborazione dei dati così raccolti per arrivare ad una prima descrizione dell’ambiente marino studiato”.

Durante le giornate salvorine, spesso completate con l’assaggio di prodotti ittici di grande qualità, “ci accompagnavano idealmente tre personaggi storici”, racconta, che rappresentano per Giuliano Orel un importante riferimento, dei reali compagni di viaggio da far conoscere agli studenti ma anche ad un pubblico più vasto perché rappresentano un’eccellenza da evidenziare, figli del territorio alto Adriatico.


Da Rovigno a Venezia

“I nostri dioscuri: il primo – introduce Orel – è Domenico Aristocle Vatova, nato a Capodistria nel 1897 dal padre Giuseppe cultore delle tradizioni e del folclore istriano, passione che egli erediterà al punto da curare la pubblicazione di alcune opere postume del padre sui proverbi istriani”. Ma chi è Vatova e dove si forma? L’Università di riferimento è quella di Torino dove si laurea nel 1919 con una tesi in botanica. Dal 1919 al 1925 si dedica all’insegnamento delle più svariate materie nelle scuole medie superiori di Capodistria, Pola e Rovigno. Immaginiamo questo luminare rivolgersi ai ragazzi spaziando dalle scienze naturali alla matematica, dalla chimica all’agraria, dall’igiene alla fisica, dalla geografia al tedesco. Ed è proprio una traduzione dal tedesco di un grosso trattato di fisiologia vegetale la sua prima pubblicazione, del 1926. Viene nominato nel 1924 dal Regio Comitato Talassografico Italiano assistente temporaneo e incaricato della gestione provvisoria dell’Istituto di biologia marina di Rovigno.
“Ha pubblicato veramente tanto – afferma Orel – ma rimane come pietra miliare la sua Relazione sull’anormale regime fisico-chimico dell’Alto Adriatico nel 1929 e le sue ripercussioni sulla fauna: il celebre inverno del ’29, il più freddo del XX secolo. Tale opera è ritornata in auge presso i ricercatori, dopo gli eventi meteo marini estremi del febbraio 2012. Mentre di regola a Trieste la temperatura media dell’aria è nel febbraio di +5,3°, nel 1929 scese a -1,7°, con uno scostamento dalla normale di ben 7°; a Rovigno essa discese da +6,3° a -0,9°, con uno scostamento di 7,2° ed a Venezia da +4,8° a -2,2°. Le temperature più alte si ebbero a Rovigno, posta in sito riparato, le più basse a Trieste, esposta alla bora, che imperversò con estrema violenza (per esempio il 28 febbraio ed il 1 marzo si ebbero medie orarie di 115 e 117 km/ora ed il giorno 28 febbraio alle ore 22 una violentissima raffica di 145 km/ora). Il periodo più freddo fu quello dal 10-15 febbraio, durante il quale si ebbero a Trieste massimi di appena -11,5° e minimi di -14,3°; a Rovigno massimi di -7,6° e minimi di -12,2°; a Venezia massimi di -9,0° e minimi di -12,4°”.
La gente si difese come poteva, ma in mare cosa si verificò? Vatova lo racconta: “Le anormali basse temperature osservate al largo di Rovigno, ci suggerirono l’idea di intraprendere una breve crociera nell’Alto Adriatico allo scopo di stabilire l’estensione e l’intensità del fenomeno. Non ci occuperemo dei gravissimi danni prodotti dal freddo intenso e conseguente congelamento, nelle lagune e nelle valli da pesca di Grado, Marano Lagunare, Venezia e Comacchio, dove morirono quasi tutti i pesci ad eccezione delle anguille, perché già sprofondate nel fango. A circa 5-6 miglia dalla costa si incontravano vaste zone cosparse di migliaia e migliaia di seppie galleggianti alla superficie dell’acqua, parte morte e semidivorate dai gabbiani, parte mezzo assiderate e nuotanti con gran difficoltà. La moria si estendeva a tutto l’Alto Adriatico…Molto sensibili al freddo si dimostrarono le specie litoranee ed in particolare il Dentex vulgaris (dental). Individui di 6-15 kg. semiassiderati e nuotanti con difficoltà venivano raccolti alla superficie o fiocinati in acque poco profonde, specialmente lungo la costa istriana. Morie di Labrax lupus (branzin) e Chrysophrys aurata (orada) ebbero luogo con pescate superiori ai 40 quintali per ciascuna speci”.
Tra il ’37 e il ’38 Vatova dirige un’avventurosa spedizione scientifica in Africa Orientale. Nel 1943, in seguito agli accadimenti bellici è costretto a lasciare Rovigno e a Venezia, dove si trasferisce con la famiglia, troverà il modo di ricostruire un Istituto di ricerca biologica marina presso l’Osservatorio per la Pesca marittima, in un edificio di proprietà del Regio Comitato Talassografico che successivamente darà origine all’odierno Istituto di Biologia del Mare.


Da Fiume a Budapest

Il secondo maestro, che Orel cita spesso negli incontri col pubblico del Circolo Istria, di cui è uno dei soci più in vista, è Umberto D’Ancona, nato a Fiume nel 1896 da Antonio e Anna Klas. Qui conseguì la maturità, nel 1914, per proseguire gli studi all’Università di Budapest, nel 1916 si trasferì in quella di Roma. Interrotti gli studi, combatté sul Carso come ufficiale di artiglieria; ferito, fu decorato con una croce al valor militare. Ripresi gli studi naturalistici a Roma si laureò nel 1920 con lode, dopo una serie di passaggi ed esperienze in diverse realtà, nel 1929 ottenne l’incarico d’insegnamento presso l’università libera di Camerino dove si trattenne un solo anno, per trasferirsi poi in quella di Siena. Qui tenne prima l’incarico e poi la cattedra di zoologia e anatomia comparata. Nel 1936 fu chiamato alla cattedra di zoologia a Pisa e l’anno seguente a quella di Padova, che tenne fino alla morte.
D’Ancona trasformò l’istituto di zoologia di Padova in uno dei più grandi ed attrezzati istituti policattedra italiani, rendendo operante l’orientamento associativo che era nei progetti della riforma universitaria. Nel 1940 fondò la stazione idrobiologica dell’università di Padova a Chioggia, che presto divenne un attivo centro di ricerca. I suoi interessi scientifici si estesero ai campi della fisiologia, dell’embriologia, dell’ecologia, dell’idrobiologia, dell’oceanografia, dell’evoluzione. In questa vastità di interessi la linea conduttrice, già segnata nei primi anni delle sue ricerche e forse nella sua giovinezza vissuta presso il mare di Fiume, rimarrà sempre la biologia marina. Nelle sue ricerche, erano sempre presenti l’interesse per la vita del mare e i problemi dell’ittiologia e della pesca. Egli iniziò con lo studio della stasi peschereccia durante il conflitto 1914-18, ed esaminò analiticamente i dati sulle quantità di pesce dei mercati di Venezia, Trieste e Fiume. Notò che la sospensione della pesca spostava l’equilibrio biologico a favore delle specie predatrici e a svantaggio di quelle che si alimentavano di vegetali o piccoli invertebrati. Ne concluse che una pesca moderata determinava un equilibrio biologico marino molto più favorevole, per l’economia umana, di quello naturale. Queste ricerche ispirarono a Vito Volterra la teoria matematica nota come “legge delle fluttuazioni biologiche” che il D’Ancona svilupperà e tratterà estesamente nel suo libro La lotta per l’esistenza.


Da Pola in Kenia e a Taranto

“Il mio terzo maestro è stato Pietro Parenzan, nato a Pola nel 1902. Sin da ragazzo scelse la sua strada con grande naturalezza, iniziando fin dall’età di 8 anni la raccolta di campioni per il suo gabinetto di Storia Naturale, allestito con il favore dei genitori”. Si laureò in Scienze Naturali a Padova nel 1930, quando già aveva organizzato e diretto una spedizione per lo studio della biologia dei laghi della Balcania meridionale e partecipato alla Campagna Scientifica in Mar Rosso della nave oceanografica “Ammiraglio Magnaghi” dell’Istituto Idrografico di Genova.
Nel 1934 conseguì la libera docenza in Biologia Marina e il suo primo impiego di assistente presso la Stazione Zoologica di Napoli. Compì varie spedizioni ai grandi laghi Margherita, Rodolfo, al Ciamò e al Cialbi e lungo tutta la costa del Benadir sull’Oceano Indiano. Nel 1946, dopo quattro anni di prigionia in Kenia, venne inviato a dirigere l’Istituto Talassografico di Taranto. Nel 1967 fondò la Stazione di Biologia Marina di Porto Cesareo, successivamente da lui donata all’Università di Lecce, di cui mantenne la direzione ad vitam. Nel 1981 donò al comune di Taranto la parte del suo patrimonio scientifico riguardante la speleologia, fondando il Centro Ricerche e Museo del Sottosuolo, le cui collezioni sono oggi conservate presso il Museo del Sottosuolo di Latiano, in provincia di Brindisi.

 

 

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