Esuli

«Le cose che non ci hanno mai detto» Giovani alla ricerca della propria storia

Vengono anche da molto lontano, ricchi di un bagaglio personale: la storia della loro famiglia, fatta di esodo, di distanze anche oceaniche, di nostalgie, di esperienze. Portano con sé le tradizioni di casa alle quali non assegnano un significato universale, sono solo tasselli di esperienze rubate attraverso l’affetto dovuto ai genitori e molto spesso ai nonni, forse credute esclusive, come il sapore dello strudel, le paste creme, gli “gnochi de susine”: sono i figli ed i nipoti degli esuli, sparsi in tutti i continenti che si portano dentro un bagaglio di conoscenze in cerca di verifica, di quell’interfaccia che li induca a sentirsi parte di un qualcosa, la città, i parenti. Oppure di un museo che questi valori li contenga e li metta in relazione con la storia individuale, anche di quella di tanti giovani triestini di origine istriana, fiumana e dalmata che qui possono trovare un riferimento alla propria appartenenza spesso confusa, annacquata, scolorita.

Nel cuore di Trieste, sulla via Torino, la via della movida, dove i giovani hanno stabilito da qualche anno i luoghi degli incontri dopo il tramonto, il Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata, voluto, sognato, cercato, immaginato, è finalmente una realtà palpabile ed importante ma spesso passa inosservato.
Amara considerazione visto che proprio qui abbiamo visto facce commosse di fronte a testimonianze riconosciute come proprie. E non si tratta solo della sagoma di un campanile o della prua di un’imbarcazione, della terra rossa o della bottiglia di Maraschino, qui c’è tanto e tanto di più. E’ un ritorno, un’immigrazione interiore. E’ una casa di valori, forse dimenticati.
La gestione dei due piani (secondo e terzo) è affidata al Comune di Trieste, mente al pianoterra è l’IRCI (con i suoi uffici al primo piano) a realizzare mostre legate alle tematiche giuliano-dalmate. Proprio in questo momento è visibile la mostra dedicata al mare attraverso la cartografia, con mappe antiche, fotografie d’epoca, quadri e oggettistica che raccontano la preziosa interazione tra uomo e mare che crea economia, contatti, conoscenza. L’allestimento è visibile ogni giorno grazie alla presenza dei volontari che tengono aperte le porte della sala espositiva, accolgono i visitatori, li guidano, spiegano i percorsi della mostra che è entrata a far parte anche degli allestimenti collaterali della Barcolana 2017.
Molto più rigidi gli orari del Museo comunale ai piani superiori che è in effetti il contenitore al quale fanno riferimento le mostre al pianoterra quali segmenti di una realtà ben più ampia che l’allestimento permanente ben illustra. Ma qui gli orari sono più diradati e la visita è a pagamento, 6 euro il biglietto intero, 4 il ridotto, gratis la domenica. A soli cento metri di distanza, il Museo Sartorio pratica tutt’altra filosofia, l’entrata è gratuita ed ogni visitatore può fare una libera offerta. Anche qui c’è un pezzo importante della cultura giuliano-dalmata che è indissolubilmente legato a quella del Museo di via Torino: il Sartorio custodisce i quadri messi in salvo all’inizio della Seconda guerra mondiale, prima a Villa Manin e poi a Roma, restaurati una decina d’anni fa e ora sistemati in uno splendido spazio a testimoniare una cultura religiosa e civica di alto significato. Ma le due cose non sono in rete. Né visitando il Museo di via Torino ci sono delle indicazioni sul Sartorio né viceversa.
La sensazione – e chiediamo venia a chi si dovesse risentire – è che questo Museo istro-fiumano-dalmato sia un po’ una Cenerentola, la figlia povera e indesiderata di una casa che intende esaltare ben altri contenuti. Bene, questione di scelte. Eppure, con un minimo di giusta promozione, via Torino, potrebbe diventare oltre che la strada della movida anche quella della storia e della cultura di un popolo sparso che anche qui ritrova sé stesso.
Perché? Ripercorriamolo insieme. S’inizia dalla linea del tempo che propone come prima tappa una statua bronzea di finissima fattura, recuperata a Pirano (fine V, inizio IV sec. a.C.), d’ispirazione per chi ha riconosciuto nella capra il simbolo dell’Istria. Altri reperti archeologici aiutano a capire che la terra alle spalle e al fianco di Trieste, al confine orientale d’Italia, è culla di cultura per tutti, per chi ha qui le proprie radici e per chi ha voglia di conoscere a fondo la storia di una realtà spesso oggetto d’interesse e strumentalizzazione politica che qui svela ben altri valori. Lo spazio successivo, suddiviso in tre sale, è dedicato alla cultura materiale con alcuni elementi simbolici per rappresentare l’universo umano in Istria attraverso i temi della religiosità, del costume, della socialità, della musica popolare. Tra i pezzi esposti, arte sacra popolare dal Magazzino 18, gioielli da Dignano d’Istria, uno strumento musicale (il “bassetto”). Ecco un altro legame con il più ampio contesto triestino, ovvero quel Magazzino 18 che da decenni custodisce le “masserizie” degli esuli che hanno vissuto vicende alterne, non meno difficili e tortuose di quelle dei legittimi proprietari della “roba” abbandonata nei depositi portuali al momento dell’esodo, e mai recuperata. Quegli oggetti fermano la storia in un momento preciso dello sviluppo territoriale e come tali hanno un’importanza fondamentale. Qui si racconta – come evidenziavano i depliant realizzati al momento dell’inaugurazione del Museo e mai più ristampati, per cui inesistenti – dell’acqua in Istria, della sua abbondanza e della sua mancanza, del forte legame tra gli abitanti di questa terra e tale elemento. L’acquedotto in Istria è una realtà recente; la siccità ha condizionato per secoli le vicende del territorio. Le estati erano una lotta per salvare le colture andando a prelevare l’acqua con carri e botti nelle poche sorgenti perenni che diventavano una risorsa insostituibile. Una passerella in assi di legno, spalanca una ricca raccolta di oggetti legati alla terra: dalla fienagione all’apicoltura, dall’aratura alla produzione del vino. I reperti, frutto delle ricerche di Roberto Starec e Sergio Sergas, sono adagiati su terra rossa istriana posta negli spazi che circondano il percorso centrale. Dalla campagna all’artigianato e al commercio attraverso ricostruzioni della farmacia di Capodistria o di un’oreficeria di Pirano: alcuni oggetti e arredi, portati in Italia dai rispettivi proprietari esuli nel secondo dopoguerra, rappresentano gli elementi simbolici del mondo degli artigiani, dei commercianti e degli industriali in Istria, Fiume e Dalmazia.
E da qui si entra in una delle sale più emozionanti dell’esposizione: quella che racconta la scuola e che le scolaresche di tutta la nostra area, dovrebbero visitare. L’allestimento compone una “classe” con 9 banchi, che in realtà sono teche contenenti quaderni e altri oggetti legati al mondo della scuola. I materiali e le loro storie provengono ancora una volta dal Magazzino 18 e stringono al cuore. Ci sono nomi e cognomi e la calligrafia e i disegni di ragazzi che volevano crescere a casa propria e chissà dove sono finiti nel mondo. Quel loro scrivere non è solo un esercizio, è un monito e una preghiera, a non dimenticare, a considerare che dietro a ogni segno ci sono persone che la guerra e le ideologie hanno estirpato dalla propria terra. Si sale al terzo piano per stemperare tanta emozione nelle vedute delle città di Istria, Fiume, Dalmazia, belle, di una bellezza fissa ed intoccabile anche nelle poesie e nella prosa dei personaggi più importanti, gli uomini illustri di una terra che non si è risparmiata, anche in questo è stata generosa, ha offerto i propri intellettuali alla storia del paese. E’ retorica? No, semplice constatazione. Per non tacere di libri, musica, pittura e scultura da Muggia alle Bocche di Cattaro. L’allestimento si chiude proprio con una sala che evoca le atmosfere del Magazzino 18, con i colli delle masserizie, com’era e com’è. L’ultima parte manca, il quarto piano dedicato proprio ai personaggi, agli scrittori della storia più recente attende tempi migliori. Tanti i particolari che qui non abbiamo raccontato ma che affascinano il visitatore che avrebbe bisogno di non essere lasciato solo. Ci sono tanti tipi di museo, questo ha bisogno della voce umana, di qualcuno che spieghi, che indichi, che aiuti a ragionare su ciò che l’esposizione rivela, come spesso abbiamo visto e sentito alle mostre dell’IRCI, perché persone direttamente coinvolte. E ci sono musei che vengono promossi in vari modi, investendo sull’informazione al pubblico e altri che vengono scoperti per caso, perché qualcuno ci sbatte il naso.
Trieste è ricca di collezioni, qualcuno sostiene che un museo in più non fosse necessario. Sbagliato, questo non è un museo in più, è il museo al quale tutti gli altri possono fare riferimento, perché è la storia di un vasto territorio raccontata in poche sale, è quella linea del tempo a cui tutti fanno riferimento. Abbiamo accompagnato qui giovani coppie ad incontrare la loro storia e ne sono uscite commosse e finalmente convinte di appartenere ad un popolo sparso che forse sta morendo ma non è sconfitto proprio per ciò che può ancora insegnare al prossimo.

 

 

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