Esuli

Il segreto dell’Isola Nuda svelato da una bambina

È Aleksandra Stojanovic che firma la prefazione del romanzo “Il segreto dell’isola nuda” di Claudia Sonia Colussi Corte, sua madre. Il libro, denso di emozioni, è stato pubblicato dalla Forum di Udine. Parla di Lussinpiccolo, della Dalmazia, di Monfalcone, Vicenza, una storia di continue partenze e ritorni sul filo della storia, sulla lama di un rasoio ideologico che doveva servire a raggiungere la giustizia sociale e si abbatté invece sulle vite di gente innocente.

Tutto inizia a Lussinpiccolo dove nasce il nonno di Aleksandra e padre di Claudia Sonia, Cherubino Colussi. A diciotto anni lascerà l’isola per raggiungere Monfalcone dove trova un lavoro nel cantiere fondato da lussignani come lui, i Cosulich. Ma scoppia la guerra e dopo vicende rocambolesche, alla fine del conflitto, spinto dall’ideologia che anima gli operai monfalconesi decide di portare la famiglia in Jugoslavia, nell’isola della sua infanzia per “costruire” una nuova realtà fatta di solidi principi e di giustizia, almeno è questa la sua speranza e la sua spinta. Ma il suo sogno si infrangerà nel gulag di Goli Otok, l’Isola Calva o Nuda, un mondo di pietra e sofferenza.

Aleksandra, quali sono le prime cose che hai appreso sulla storia della tua famiglia?

“La nonna a Lussino mi raccontò di come la famiglia venne travolta da un terribile destino in seguito alla decisione del nonno di tornare a vivere sull’isola, nonostante avesse un lavoro sicuro a Monfalcone e a prescindere dal fatto che Lussino non appartenesse più all’Italia dopo il 1945. Mia nonna non aveva mai condiviso questa sua scelta, non le interessavano i percorsi della politica e non si sentiva coinvolta dall’ideologia comunista, considerava la propria italianità sopra ogni altra cosa”.

Tu come hai conosciuto l’isola?

“Sono vissuta lì da bambina, era un mondo autentico e diretto, che percepisco ancora attraverso l’olfatto, la vista, l’udito... Ricordo con molta chiarezza i suoi profumi, i colori e le voci, il suono del dialetto istro-veneto che amo moltissimo. Mi vedo, piccolina, sul sentiero che attraversa il bosco di pini e porta alla baia di Cigale, accompagnata dalla nonna Antonietta, mentre recito una delle prime poesie che imparai: La cicala canta canta, tutto il giorno sulla pianta... Per me Lussino era un mondo fiabesco, simile a quello che trovavo nei libri di favole che mia madre leggeva da bambina e che i nonni avevano custodito nell’enorme cantina della casa di Via Garibaldi. Poi, crescendo, cominciai a conoscere l’isola in modo più razionale, imparai anche molte cose sulla sua storia e l’importanza che aveva avuto nei secoli passati”.

Che cos’erano per te quelle lunghe permanenze nella casa dei nonni?

“Per alcuni anni la mia vita è stata lì, nella casa dei nonni. E proprio in quel periodo si è creato quel forte senso di appartenenza all’isola e di legame con la sua gente che ha influenzato molte delle mie scelte, incluse quelle professionali, mi occupo di insegnamento e ricerca in cui è centrale la lingua italiana”.

Come hai cominciato a conoscere i risvolti di una vita rocambolesca, quella di tua madre e dei suoi genitori?

“Frequentavo le scuole medie e avevo raggiunto ormai da tempo i miei genitori a Belgrado. C’era una specie di consegna del silenzio sulle dolorose vicende legate alla carcerazione del nonno e alla sua permanenza a Goli Otok, l’Isola Calva. Volevano proteggermi dallo sgomento che questo fatto avrebbe suscitato in me. Inoltre, fino alla morte del maresciallo Tito avvenuta nel 1980, questo tema era ancora incredibilmente scomodo e forse non volevano che io ne parlassi con miei compagni di scuola. A rompere il silenzio fu ancora una volta la nonna, donna semplice e schietta, bisognosa di riandare con il pensiero al passato nel freddo dei lunghi inverni che trascorreva, con noi a Belgrado, dopo la morte del nonno”.

Come hai immaginato la vicenda di questo nonno comunista?

“Era l’uomo dei racconti della nonna e della mamma, le persone a me più care. Secondo mia madre, come spiega nel libro, era una persona dall’animo puro e altruista che fu tradito da persone false ed ipocrite, da coloro che usavano l’ideologia comunista per vantaggi personali. Per mio padre, uomo pratico e responsabile, il nonno era semplicemente un ingenuo che avendo fatto delle scelte sbagliate andò incontro a un tragico destino. Era un sognatore, credeva nella fratellanza fra gli uomini a tal punto da ritenere irrilevanti le evidenti differenze, anche l’appartenenza etnica. E fu questo il particolare che la nonna non riuscì mai ad accettare... Da adulta, ho cercato di porre la vicenda del nonno nel contesto storico, per poter capire meglio, per non giudicare senza un’analisi distaccata, quasi scientifica”.

Che cosa ti ha rivelato il libro di tua madre? Quali cose hai appreso che non conoscevi?

“Sono riuscita a capire meglio la personalità di mia madre, ho capito perché ha sempre avuto una spiccata diffidenza nei confronti del prossimo, perché quelle sofferenze l’hanno segnata a fondo per sempre. Era solo una bambina che, nel momento in cui stava scoprendo il mondo, questo si presentava nella sua peggiore luce”.

Che cosa ti ha impressionato maggiormente?

“I livelli di crudeltà degli uomini, la loro demoniaca violenza e la capacità di infliggere dolore ad altri uomini, trovando addirittura diaboliche giustificazioni per farlo”.

Tuo nonno era a Goli Otok, quando nel ’54 tua madre e la nonna andarono a trovarlo. Nel libro lo descrive, ma tu come lo immagini questo momento?

“È difficile pensare sia potuto accadere, sembra irreale nella sua atrocità: forse è troppo doloroso persino immaginarlo. Mia madre nel libro si sofferma sulla descrizione dell’aspetto fisico del nonno che al momento dell’incontro avrà avuto una trentina di chili. Riuscire a sopportare l’emozione di una tale trasformazione, ritrovare il proprio padre distrutto nell’anima e nel corpo è una prova che lascia una traccia indelebile nell’animo di chiunque, figuriamoci in quello di una bambina. Credo le abbia sostenute la fede in Dio, le loro preghiere nella chiesetta della Madonna Annunziata sul promontorio della baia di Cigale. Mi sembra di vederle camminare sul sentiero che porta fino alla chiesa, mentre s’inoltrano nella pineta che profuma di resina e fiori”.

Tua madre come considerava le distanze, vivendo a Belgrado, ma con il cuore a Lussinpiccolo?

“Lussinpiccolo era il luogo di esperienze traumatiche, l’arresto di suo padre in particolare, tanto da volerle cancellare o almeno evadere. Ha compresso i propri sentimenti nei confronti dell’isola magica, sigillati, per poter trovare rifugio altrove: un’impresa per niente facile. Credo non sia mai riuscita a lasciarsi andare neanche alla nuova vita nella capitale, maturando un senso di non appartenenza, un vuoto che tuttora continua a turbarla”.

Attraversare il confine, come ha fatto tuo nonno, era un’avventura tragica: che cosa pensi del concetto stesso di confine, oggi?

“Anche se il mondo è cambiato, temo che di confini ce ne siano ancora tanti e di ogni genere soprattutto nella mente delle persone. Ci vorrà tanto tempo per essere in grado di apprezzare i valori umani universali e superare le differenze che dividono. Ma è anche vero che questo era il grande sogno di mio nonno. Forse oggi siamo più rassegnati”.

Ti ha cambiata la vita in Canada?

“Sono diventata più pratica, più organizzata e concentrata sulle cose che contano davvero nella vita. Ho imparato ad avere più fiducia nella gente che qui è rilassata, non ti costringe al costante bisogno di protezione, all’allerta, così come nella mia vita di prima. Finalmente credo in me stessa e nelle mie capacità che qui vengono riconosciute in modo naturale. E di questo sono veramente grata alla società canadese”.

Quanto è grande l’ingiustizia della politica nei confronti delle persone?

“Purtroppo è un fenomeno tuttora presente in moltissimi Paesi del mondo. In modi diversi, i politici continuano a non dare importanza alle preoccupazioni e alle vere esigenze della gente comune. Proprio come nel passato, quando i venti della storia, stimolati dalle politiche delle grandi o piccole potenze che fossero, turbavano l’esistenza degli individui, anche al giorno d’oggi siamo testimoni di manipolazioni e sfruttamenti per ottenere il consenso dei cittadini su decisioni che non sempre portano al bene comune”.

Ai tuoi studenti hai raccontato la vicenda della tua famiglia. Quali sono state le loro reazioni?

“Ho insegnato un corso in cui abbiamo trattato argomenti legati alla storia dell’Italia e degli italiani. Per i miei studenti è stato difficile concepire le dimensioni della sofferenza umana, queste cose non fanno parte delle loro esperienze di vita. Hanno accolto la mia testimonianza con incredulità”.

Storie come queste, o anche quelle della shoah, come vengono concepite dai giovani. La loro incredulità rimane tale o si pongono delle domande?

“Non sono sicura che si pongano delle domande. Il benessere per loro è qualcosa di scontato, difficile immaginare un mondo del tutto diverso, agli antipodi della loro esperienza. Credo sia difficile approfondire questo argomento con le giovani generazioni del continente americano. Probabilmente non è semplice per loro accettare che certe cose siano accadute realmente”.

Perché tua madre ha voluto lasciare questa testimonianza così forte?

“Per ribadire l’innocenza del nonno e di tanti altri che si erano trovati nelle stesse condizioni. Perché simili tragedie non si ripetano, perché è giusto conoscere la verità sulle vicende di quegli anni, per rivelare al mondo l’ipocrisia dei Paesi cosiddetti comunisti. Secondo il nonno erano colpevoli di aver compromesso i valori e le idee del comunismo. Lui non perse mai fiducia nell’ideologia come tale, che lui definiva comunismo vero. Ciò che intendeva è che bisogna continuare a sognare e a sperare proprio come ha fatto lui, nonostante tutto”.

Esiste un progetto di traduzione del libro in lingua inglese. Quello anglosassone è un mondo che conosce queste vicende?

“È una società rivolta soprattutto al presente, la gente non si occupa di storia. Non so se questa sia una cosa positiva... Penso comunque che il libro potrebbe interessare in quanto racconta una storia intensa, che coinvolge e non può lasciare indifferenti”.

Oggi che cosa rappresentano per te Lussinpiccolo e la sua gente?

“L’esperienza dei lunghi inverni canadesi può essere deprimente: ripenso alle tante cose della mia vita di prima, il profumo dei pini di Lussino, le primavere di Belgrado con gli alberi in fiore, gli amici dell’infanzia... Ma non ho rimpianti. Tutto sommato, sono soddisfatta della mia vita canadese. Lussinpiccolo rimane sempre un punto di riferimento per me e credo di avere molte cose in comune con la sua gente: è un posto dove l’elemento italiano, slavo e austriaco s’incontrano da secoli per creare un’identità veramente unica, che io condivido e di cui apprezzo i valori”.

Dopo il libro di tua madre ce ne sarà uno tuo?

“Sarebbe bello poter scrivere un libro tutto mio. Se dovesse succedere, sarebbe un libro di riflessioni sull’identità, sia personale che collettiva e culturale: questo mondo globalizzato troppo spesso ci confonde”.

 

 

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