Esuli

Storie di emigrazione in Sudamerica Tante speranze spezzate dalla dittatura

16 Villa Manin PassarianoNel vortice venezuelano anche i corregionali dell’FVG. La Regione sta monitorando con grande attenzione ciò che sta succedendo nel Paese sudamericano dove l’emigrazione da tutto il territorio adriatico-orientale è stata importante e di rilievo nel corso della storia. Nel mondo della globalizzazione, le distanze si annullano, la preoccupazione si generalizza e si personalizza nello stesso tempo, quando la sofferenza tocca parenti, conoscenti, amici. A ragionare su questo aspetto, al recente incontro dei corregionali nel mondo, svoltosi a Villa Manin di Passariano con gli auspici della Regione stessa, è stato Enrique Luciano Petracco, friulano, con un lungo intervento sul tema “Venezuela ieri e oggi: la situazione economico – sociale e i nostri corregionali nel Paese Sudamericano”.

Molti stanno vivendo una situazione surreale, costretti a rimanere in un Paese sull’orlo del conflitto civile con la popolazione alla fame. La Regione si sta muovendo per far rimpatriare le famiglie più a rischio, difficili però da raggiungere e, ancora più complicato far ottenere i documenti necessari per lasciare il Venezuela. Eppure è un Paese di grandi potenzialità…con una storia ricca… Parte proprio da questa considerazione il ragionamento di Petracco.
“Il nostro legame con quella terra ha una radice antica: il 1.mo agosto 1489 Cristoforo Colombo vide per la prima volta le coste venezuelane e le battezzò come Tierra de Gracia (Terra di Grazia). Pochi mesi dopo, il cosmografo e commerciante toscano Amerigo Vespucci, percorrendo il golfo di Maracaibo, affascinato dal dedalo di case su palafitte emergenti dalle acque, decise di darle il nome che oggi conosciamo: Venezuela, ovvero “piccola Venezia”. Terra meravigliosa con una superficie di circa un milione di chilometri quadrati (quasi tre volte l’Italia), una popolazione di trenta milioni di abitanti, dei quali il 70% con meno di 21 anni… Terra di speranza dunque…”.

Speranza che l’economia ravvisa nella presenza del petrolio….

“È il quinto produttore di petrolio al mondo e il primo del continente americano. Nei primi tre secoli di colonizzazione la popolazione venezuelana era composta prevalentemente da emigranti spagnoli che si stabilirono nelle regioni settentrionali, alla ricerca del mitico El Dorado, 400 anni dopo, si scoprì El Petrolio… La presenza italiana è databile alla seconda metà del XIX secolo. A seguito dell’unificazione del Regno d’Italia, il 18 febbraio 1861 i due Paesi firmano un documento conosciuto come El Tratado de Amistad Comercio y Navegaciòn, volto a incrementare gli scambi commerciali, con una pausa durante la Grande Guerra. Nel 1923 gli italiani censiti erano 5.000. Dopo la Seconda guerra mondiale si assiste alla grande emigrazione verso il Venezuela, come verso l’Argentina e il Brasile, c’erano pace e sicurezza, ai nostri corregionali veniva permesso di sviluppare industrie e attività produttive. E così il numero degli italiani arrivò a 300.000 unità, di fatto costituivano il 7% della popolazione. Nel censimento del 1961, erano la prima e più estesa comunità, ancor più numerosa di quelle spagnola o portoghese. Furono anni di duro lavoro, i nostri corregionali si rimboccarono le maniche e si diedero da fare”.

Quali erano i settori che li assorbivano maggiormente?

“Edilizia, metalmeccanica, la produzione di materiale per mosaici e loro realizzazione, il tessile e il commercio. Altri si dedicarono all’agricoltura nelle regioni occidentali di Merida e Tachira. Ognuno di loro mise a disposizione il proprio sapere e le abilità professionali. Un giornale locale scrisse allora che i corregionali (giuliani e friulani) erano “il principale motore delle trasformazioni economiche”. Ci fu chi, come il poeta Rafel Pineda, nel 1957, li definì “api lavoratrici”. Ma non solo lasciarono un solco nel lavoro e nell’ingegno, furono gli artefici di un salto di qualità in termini di arricchimento sociale e culturale. Portarono con sé, lontano dall’FVG, il rispetto del lavoro, della famiglia, del risparmio, un grande senso del futuro”.

La sua famiglia è stata testimone di questa trasformazione economico-sociale?

“L’ho vissuta crescendo accanto ai miei genitori e a tanti altri corregionali che avevano creato una comunità. Ancora oggi il loro impegno e il loro esempio sono fondamentali per noi tutti”.

Nel suo intervento ha fatto un cenno anche al ruolo della chiesa e della scuola…

“Nel 1958 arrivarono a Caracas i Padri Scalabriniani (missione di San Carlo), missionari che diedero vita alla Chiesa Nostra Signora di Pompei: la loro prima azione fu quella di aprire una scuola bilingue per noi figli e nipoti di italiani. La seconda a sorgere fu la casa di riposo Villa Pompei, che ancora oggi - anche se in situazione di enorme difficoltà – accoglie gli anziani (perlopiù di origine italiana) che affrontano particolari situazione di disagio. Ma altri istituti scolastici, con programmi omologati a quelli italiani, sorsero a fine degli anni ’60. Va ricordata inoltre una realtà di eccellenza come l’Istituto Italiano di Cultura, impegnato a organizzare numerosi scambi culturali. Il desiderio di massima collaborazione col Paese di accoglienza fece sorgere negli anni ‘70 i primi centri italo-venezuelani, dove le famiglie si ritrovavano e potevano fare conoscenza con i locali, trasmettendo le loro abitudini e acquisendo quelle dei venezuelani. Nel censimento del 1976, il numero degli italiani in Venezuela saliva a 450.000: è il periodo della “prima generazione”. Senza dubbio gli anni ‘70 furono per i nostri corregionali un momento di crescita sostanziale, e di consolidamento del lavoro fatto”.

Negli anni ’80 però arriva la crisi, gli equilibri cambiano. In che modo?

“Nel 1982, diverse banche fallirono, il prezzo del greggio scese vertiginosamente e aumentò la svalutazione del bolivar sul dollaro creando inflazione. Ma la nostra gente continuava a darsi da fare. La situazione politica, anche se apparentemente stabile, venne segnata dal golpe del febbraio 1992 contro il Presidente democraticamente eletto Carlos Andres Perez, e da lì fu un crescendo che mise in allarme la nostra gente. Nel dicembre 1998 il comandante Hugo Chavez vinse le elezioni. Inizia il periodo del totalitarismo, tutti i principi democratici vengono lentamente eliminati. Con il prezzo del petrolio al suo picco massimo nella storia del Venezuela, Chavez lancia un piano di nazionalizzazione delle industrie, delle società private, delle banche e delle fattorie. Promuove programmi sociali che in poco tempo diventano “sacche” di corruzione: migliaia di persone filogovernative, seppur prive delle necessarie professionalità, vanno a ricoprire incarichi vitali per il Paese. Molti di loro, nella piena impunità, iniziano ad accumulare delle grosse fortune e le inviano in “conti sicuri” negli Stati Uniti. Seguiranno una decina di elezioni fasulle. Il Paese mostrerà la sua grande sofferenza. I corregionali iniziano a ragionare su un possibile ritorno in patria. Nel 2012 Chavez muore e le cose peggiorano ancora”.

Perché la gente ha paura di continuare a vivere in Venezuela?

“Per le 12mila esecuzioni l’anno, per l’inflazione al 70 per cento, i casi di corruzione denunciati non vengono mai risolti dai tribunali controllati dal governo. La gente ha paura, vive barricata in casa con il timore che qualcuno bussi alla porta e li faccia sparire”.

Perché il Paese non vuole Nicolas Maduro per presidente?

“Perché la sua elezione nel 2013 segnerà il periodo più nefasto e perverso della storia repubblicana del Venezuela. Maduro è solo l’ombra di Chavez: ha scarse conoscenze politiche e poco carisma. Prima di essere nominato ministro da Chavez era un autista della metropolitana di Caracas con mansioni sindacali. Ha dato spazio alla corruzione e ai corrotti, la povertà è dappertutto. Le tangenti sono imposte dai funzionari senza pudore a ditte, imprenditori o privati cittadini che hanno la sfortuna di avere a che fare con il governo. Sono aumentate le espropriazioni arbitrarie scoraggiando gli investimenti locali e stranieri”.

Ma il petrolio non serve?

“L’importazione in Venezuela è pari al 75% del suo consumo e basa la sua unica fonte di ricchezza sul petrolio. Le valute estere (nello specifico, solo il dollaro americano) sono controllate dallo stato. Nel 2013 un dollaro valeva 25 bolivares contro i 7.960 bolivares di oggi … e lo stipendio minimo in Venezuela si aggira attorno ai 30 dollari al mese. Ma a spaventare i corregionali sono soprattutto i rapimenti e gli omicidi. Ogni 20 minuti muore un venezuelano nelle mani della malavita”.

Chi vi può aiutare?

“La Chiesa, e in particolare Papa Francesco, si sono offerti di mediare con l’intervento di Monsignor Padolin, fino a qualche anno fa Nunzio Apostolico a Caracas. Altri Paesi hanno fatto lo stesso, ma sono stati respinti. Il Governo non accetta alcuna ingerenza o negoziato. Il governo Italiano ha stanziato, mediante l’ambasciata ed i consolati, dei fondi per l’aiuto dei connazionali in Venezuela. Non è abbastanza però: occorrono azioni concrete per garantire un sostegno alle 200 famiglie di corregionali che non possono uscire perché i passaporti non vengono concessi. Ciò che si può fare è aiutarci a far conoscere la situazione in Venezuela affinché ci sia una mobilitazione ampia e forte”.

Lei è riuscito a rientrare in Italia, come è stato?

“Sono tornato nella terra dei miei avi, che ho sempre considerato anche la mia. Ma non posso dimenticare ciò che sta accadendo in Venezuela e continuo a impegnarmi per i miei corregionali, ancora sotto assedio”.

 

 

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