Esuli

Egidio Braicovich pilota di idrovolante nei cieli di Istria, Quarnero e Dalmazia

Egidio Braicovich è tornato dopo un lungo viaggio durato una vita nei cieli della Sardegna, in volo verso e dalle maggiori città italiane. Pilota sulle rotte commerciali aveva lasciato Trieste e soli diciassette anni. Oggi firma il nuovo progetto di collegare Trieste con Venezia, con Pola, Lussinpiccolo, Fiume e Zara, volando a poche centinaia di metri sopra il livello del mare da dove cogliere i paesaggi più belli che si possano ammirare. Tutto ha avuto inizio da una rievocazione alla quale l’IRCI, Istituto regionale per la cultura istriana fiumana e dalmata, ha dedicato qualche mese fa una bellissima mostra che, a sua volta, ha prodotto altre iniziative di prestigio. Ma chi è Egidio?

Dobbiamo partire da lontano nel tempo. Il nostro pilota è nato a Orsera da madre di Parenzo, “istriano doc” come giustamente si definisce, venuto con la famiglia a Trieste, a metà degli anni Cinquanta quando l’esodo era già un ricordo ma di fatto continuava sottile e inarrestabile laddove c’erano le possibilità di superare le difficoltà politico-amministrative. “Mio padre, nella seconda guerra mondiale, riparato a Malta, per un atto eroico venne reclutato nella Marina inglese. Trieste era la sua destinazione naturale negli anni del Governo militare alleato, così ci trasferimmo e qui nacque mia sorella”.
A otto anni Egidio perde sua madre e a diciassette, per ragioni di lavoro, viene inviato dall’azienda a Cagliari. Lì la folgorazione. “Frequentavo il club di volo vicino a casa mia, perché ero un ragazzo senza una famiglia e quindi con del tempo a disposizione per dedicarmi ad uno sport di nicchia come questo. Non immaginavo che covasse in me un’autentica passione”.
Così, lavorando e studiando Egidio conquisterà “le ali”.

Ricordi ancora il primo volo in solitario come si direbbe in ambiente marino...

“È molto simile, è volo da solista. E me lo ricordo certo. Ero talmente concentrato sulla procedura da rispettare che l’adrenalina mi rendeva perfettamente concentrato. Le emozioni sono venute dopo quando, una volta a terra, ho ripensato ad ogni momento, bellissimo, avevo compiuto da poco i 18 anni”.

Sapevi allora che ci fossero delle comunità giuliano-dalmate in Sardegna?

“Non ne avevo coscienza quando arrivai, ancora ragazzino, ma quando venni a sapere di queste comunità, iniziai la mia ricerca, il risultato fu inaspettato. Giunsi a Fertilia in incognito e vedendomi gironzolare, la gente del posto venne subito ad indagare le mie intenzioni. Dissi che ero nato a Orsera e i nomi dei miei genitori, il resto fu incredibile. Per prima cosa mi chiesero se avessi già mangiato, per rifocillarmi, mi portarono a casa di persone che avevano lo stesso cognome dei miei genitori. Trovai i miei parenti, per me fu indescrivibile. Con Marisa Brugna, mia cugina, impegnata nell’associazionismo, diventata famosa per il suo libro sull’esodo, non ci siamo più lasciati”.

Che cosa ti colpì dei loro commenti?

“I ricordi, che mi parlassero dei miei genitori da giovani, che mi svelassero particolari di una vita precedente che non conoscevo. Ricomponevo un altro me stesso che la vita aveva inghiottito a mia insaputa e che ora riemergeva. Ho vissuto con loro momenti indimenticabili”

Raggiunto il brevetto di pilota commerciale, come è cambiata la tua vita?

“Radicalmente per quarant’anni”.

Che cosa raccontavano i tuoi zii dell’Istria?

“Flash, episodi anche marginali ma indicativi di un mondo. Quando lo zio Brugna venne a Trieste, se ne stava per delle ore seduto sul balcone a guardare il profilo dell’Istria in lontananza e allora ho capito che chi era andato lontano aveva dovuto superare in fretta il dolore ma chi era rimasto a Trieste, saldato a quella sagome all’orizzonte, s’era indurito gioco forza, per resistere, per diventare ombra e nascondere i sentimenti. A Fertilia strinsi rapporti d’amicizia con molte persone della nostra terra, ho capito la loro necessità di stare vicini. Quand’ero ragazzo nessuno mi ha mai definito profugo, mi sarei sentito quasi offeso ma ora che gli anni sono trascorsi e che ho capito tante cose, sono io a presentarmi così agli altri, rimarcando questo distinguo. Le radici rendono forti”.

Perché il ritorno a Trieste?

“Era un pensiero fisso, un progetto al quale non ho mai rinunciato e di cui avevo reso partecipe anche la mia famiglia in Sardegna. Le mie figlie conoscono poco l’Istria ma per me è la mia storia di bambino anche se la vita mi ha spinto altrove”.

C’è stato un ritorno anche a Orsera?

“Ho dovuto reinventarmi, perché riconoscevo le case e le strade ma io ero diverso. E’ stata la gente, incontrata anche per caso, ad aiutarmi a costruire una mia nuova dimensione nei luoghi della mia famiglia. Mia sorella, più giovane di me, non ha questa esigenza, io sì. Ora so da dove provengo ed è qualcosa di importante. Anche se oggi qui non ho molte conoscenze, sto cercando di ricostruire le antiche amicizie e di crearne altre, frequento le conferenze, è stata preziosa la mia collaborazione con l’IRCI per la mostra sui 90 anni della compagnia area locale fondata dai Cosulich, noti per la loro storia nella navigazione navale. Il presidente Franco Degrassi e il direttore Piero Delbello, entusiasti di questa storia, hanno accettato la proposta di rendere omaggio alla ricorrenza proponendo un volo Trieste-Zara. Quella con Zara era la seconda linea della compagnia dopo quella con Torino”.

A giugno avete organizzato questo trasferimento con a bordo Franco Luxardo, che vive e lavora a Torreglia, rappresentante degli esuli dalmati nel mondo e con Damir Murković, presidente della Comunità croata a Trieste. Come è stato?

“Meraviglioso, emozionante, salutato da un folto pubblico a Trieste e accolto con entusiasmo a Zara, tanto da portarci ad immaginare di ripristinare la linea a scopi turistici. È un’ipotesi che si sta valutando, includendo nel percorso anche Venezia. Questo volo celebrativo è stato possibile grazie al supporto di molte persone sia a Trieste ma anche a Zara, come la locale autorità portuale, il ministero dell’aviazione, le amministrazioni, la polizia. Gli itinerari turistici oggi s’aprono alla rivalutazione del passato, al recupero delle cose positive e degne della nostra storia. Una delle curiosità è la fermata a richiesta dei passeggeri sulla rotta tracciata”.

Oltre ai progetti che riguardano il volo, ce ne sono altri?

“Abbiamo in programma una conferenza all’Adriaco, la società velica che ci ha concesso di parcheggiare l’idrovolante al nostro rientro da Zara e ci hanno offerto un buffet per festeggiare insieme l’evento. Per volontà del presidente, ad ottobre, parlerò dell’eco sostenibilità del volo con l’idrovolante e dello stretto legame, che è una mia convinzione, tra la barca e l’aereo. Sono progettati secondo un unico criterio, con la barra al centro e il pilota a destra mentre l’ormeggio, come l’imbarco è sempre sulla sinistra”.

All’incontro si parlerà anche di Gianni Widmer al quale è intitolata l’Associazione MareCielo di cui fai parte. Chi era. Perché a Trieste non è ricordato?

“Nasce qui nel 1892, in via Giulia 1, figlio primogenito dell’ingegnere Giovanni Widmer e di Caterina Visintin, già in giovane età dimostra interesse per la meccanica: tant’è che frequenta la Scuola Industriale di Trieste e trascorre le sue giornate documentandosi sul mondo dell’aviazione.
Terminati gli studi nel 1911, Gianni convince il padre a lasciarlo iscriversi alla scuola di volo de La Comina (Pordenone), che dopo un po’, per problemi finanziari, chiude e così Widmer è costretto a cambiare scuola e si iscrive a quella di Taliedo (Milano), dove il 18 giungo del 1911 ottiene il brevetto; subito effettua, sul Blériot XI, la traversata Grado-Trieste, poi partecipa al raid Venezia-Trieste – con partenza davanti all’Hotel Excelsior del Lido di Venezia – mentre a Wiener Neustadt partecipa alla prima gara internazionale di volo in Austria. Esegue il primo tour nei Balcani: passando sopra Zara, Spalato, Lubiana, Zagabria, Belgrado, Sarajevo e infine Montenegro. Se a Trieste Gianni è poco noto, non di certo lo è in Romagna, nelle Marche e nella Città di San Marino – vi è un monumento a lui dedicato – dove, invece, viene ricordato per le sue imprese.
Sempre acclamato da una grande folla, Gianni riesce a realizzare il suo sogno, ovvero arrivare in aereo a Roma e ci riesce: è il 1914. Nel 1922, nasce la SISA (Società Italiana Servizi Aerei) dei Cosulich che comprende una scuola di pilotaggio; come capo pilota istruttore viene assunto Gianni Widmer – esercita questo ruolo fino al 1926, data in cui gli viene proposto un nuovo incarico di una lunga serie. Il 5 ottobre del 1971 ha un incidente motociclistico e dopo alcune settimane, esattamente il 30 ottobre, muore nella sua casa di Milano, a causa di complicazioni dovute all’incidente. È sepolto nel cimitero di Sant’Anna di Trieste. Era stato il primo italiano ad arrivare a Trieste imbarcato su un idrovolante durante la prima guerra mondiale. Ci sono tantissimi aneddoti sul personaggio e sulla sua storia, piena di colpi di scena. Spero che Trieste, prima o poi, gli dedichi una via”.
Meglio un parco cittadino, dove giocano i ragazzi, perché i suoi sogni di pilota e sperimentatore non vennero mai meno, come succede ai giovani che si inventano la vita.

 

 

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