Esuli

Quando la vita ci porta molto lontano è il cuore che ci riconduce alle origini

Caterina Edwards è una pluripremiata scrittrice italo-canadese. Questa è la definizione generica destinata ad arricchirsi dopo un fitto carteggio minimo di “pre-conoscenza” e finalmente a tu per tu davanti ad un piatto di pesce fritto e insalatina in una calda giornata estiva. Perché è proprio l’estate che la riporta a Venezia, meta delle sue vacanze assieme a Lussino… itinerari del cuore, percorsi di famiglia. La sua è una lunga storia, un romanzo che è diventato parte dei suoi romanzi. Il piatto che gustiamo insieme, nella sua breve sosta a Trieste, fa parte di questa appartenenza, sa di sapori ancestrali e di frugalità di una popolazione cresciuta in riva al mare e che con il mare condisce ogni idea, ogni volo, il gusto stesso di esplorare ed essere.

“Sono qui per raccogliere altro materiale per il mio prossimo libro”, rivela, sicura di suscitare curiosità ed attrarre attenzione.
“Ancora una volta protagonista sarà una donna, come negli altri miei romanzi”, tra i quali spicca “Finding Rosa” perché parla del rapporto con sua madre, la donna alla quale deve il richiamo alle radici isolane, di una Lussino che ha imparato a conoscere da lontano, ancor prima di conquistarla con le lunghe esplorazioni durante i viaggi di ritorno a Lussingrande, gli affetti di amici e parenti.
“I miei genitori si conobbero a Venezia durante la guerra. Succede che un ufficiale dell’esercito inglese requisisca l’alloggio della futura moglie. Io nacqui nel 1948 e quando avevo otto anni la famiglia emigrò in Canada e si stabilì in Alberta. Oggi, io e mio marito Marco Lo Verso, viviamo a Edmonton, con le nostre figlie Tatiana e Antonia”, ci rivela.

Com’era tua madre?

“Oh, non è facile da spiegare, forse può farlo Marco, com’era mia madre?”. Ed egli risponde con un ampio sorriso: “Era severa, voleva le cose fatte a modo suo, critica, non permetteva distrazioni”.

Una vera donna lussignana insomma, padrona della sua casa e del suo mondo. Non dimentichiamo che gli uomini andavano per mare e le donne dovevano gestire tutto, dai figli, agli interessi, alla casa. La determinazione è diventata un fattore genetico.

“Tutto vero. Io sono cresciuta in un mondo diverso e questo suo decisionismo lo vivevo con una continua tensione. Poi gli anni l’hanno resa distante, perché tornava spesso con la mente alla sua isola, a ritmi che appartenevano ad altri luoghi e altri tempi. La scrittura mi ha aiutata a indagare su di me, su di lei, sul nostro rapporto, sulla lontananza dai luoghi di provenienza che diventa un ostacolo nel rapporto madre-figlia. È stato un lungo percorso dal quale ho imparato moltissimo e che, per certi versi, continua. A casa se ne parla spesso, anche Marco è figlio di immigrati siciliani in California”.

Come si vive accanto a una moglie scrittrice? Lo chiediamo a Marco.

“Ah, benissimo. Ci siamo scambiati ruoli e competenze in grande armonia, Caterina lavorando mi ha permesso di studiare. Poi ho trovato il mio ruolo professionale come professore di letteratura inglese alla Concordia University College di Edmonton. A quel punto eravamo tutti e due impegnati con la scuola, lei insegnava letteratura e scrittura creativa alla MacEwan Community College e alla Athabasca University di Edmonton e per molti anni all’Università dell’Alberta, e allora abbiamo deciso che era il mio turno di lavorare lasciando a lei gli spazi per continuare a scrivere. È diventata una delle scrittrici più apprezzate in Canada, vincitrice di tanti premi, invitata a tenere conferenze in Nord America e in Europa”.

Ma Rosa come arrivò a Venezia dov’era destino che incontrasse questo soldato inglese, tuo padre?

“La nonna era rimasta vedova durante la prima guerra mondiale con tanti figli e così decise di lasciare Lussino e trasferirsi a Chioggia e poi a Venezia, sempre seguendo la possibilità di un lavoro. La mamma era piccola, ma tornava spesso a trovare i parenti, i Letich, sull’isola che per lei, come per me, era un posto magico: col mare chiaro, il sole, l’interno delle case ombroso e fresco, con i tappeti e i vasi orientali, le cineserie, così come si usava nelle case dei capitani. Mio nonno era un Pagan, della famiglia detta dei Pomoronzola: ho scoperto che le famiglie si riconoscevano dal soprannome, che aveva riferimenti ben precisi e storie particolari che li definivano. Ho provato profonda ammirazione per i miei zii che hanno navigato i mari del mondo. Ma sono dovuta diventare adulta per capire la portata di tutto ciò. È successo qualche anno fa. Mi trovavo in Francia a una cena con i proprietari della Costa Crociere. Era una tappa prima di andare a Lussino e nell’annunciarlo aggiunsi che mi stavo dirigendo verso un luogo di cui magari non avevano mai sentito parlare. Rimasi stupita della risposta: la conoscevano eccome, la mia isola. Era il luogo di provenienza di tutti i loro migliori capitani di cui conoscevano prodezze e aneddoti, a volte divertenti, ma sempre ammantati di grande rispetto e ammirazione”.

Come ti accoglievano negli anni cinquanta e sessanta a Lussino?

“Oggi so che la situazione era molto difficile, ma per una bambina che aveva delle percezioni immediate e che non si rendeva conto del contesto, era una specie di paradiso. Sentivo i miei cugini parlare il dialetto che era il mio e tutto mi sembrava familiare e naturale. All’isola ho dedicato un libro di racconti intitolato Island of Nightinghale”.

Quando hai preso coscienza della storia che ha segnato queste terre?

“Mi hanno aiutata tantissimo i miei studi di letteratura. Il mio professore aveva contatti con Trieste, conosceva il contesto e mi spinse a leggere Svevo e soprattutto Stuparich, che per me è stato una rivelazione. Ho ritrovato nei suoi libri, in particolare nell’Isola, tante similitudini e aderenze col mio pensiero, con la sensazione dell’esistenza di queste identità fluide che non avevo ritrovato prima di allora in nessun altro autore, me ne sono innamorata. E così della città di Trieste, che sublimava queste diversità fino ad affascinarmi come nessun’altra. Poi è arrivata in casa mia madre, la quale non poteva più vivere da sola e mi sono dovuta rapportare con questa donna difficile che cominciava a perdere la memoria. Andava a controllare i cassetti. Mi criticava per ogni cosa e io non capivo perché lo facesse. Mi è stato suggerito di leggere i libri di Elsa Bragato che raccontano la Lussino di un tempo e allora ho capito che il comportamento di mia madre era la normalità per l’epoca in cui era vissuta e per l’educazione che aveva avuto, ma anche per caratteri genetici di queste meravigliose donne lussignane. Non era strana, era la sua cultura che io non capivo. Non era solo rigorosa, era anche generosa, adottò una nipote che era rimasta sola, un gesto grandioso. Sono riuscita a capire la difficoltà con cui mi madre aveva cercato di superare i suoi traumi, legati probabilmente all’abbandono dei luoghi amati e delle sue genti”.

Come molte scrittrici anche tu scrivi da sempre?

“In effetti è vero. Quando ero piccola, figlia unica, arrivata in Canada dopo i primi anni trascorsi in Inghilterra dove i parenti guardavano mia madre con freddezza e ciò la rendeva triste, abbiamo vissuto in diversi paesini e io mi sentivo molto sola, per cui avevo sviluppato la capacità di raccontarmi delle storie che mi facevano felice, mi proteggevano. Diventata adulta, scrivere è stato come continuare un viaggio nel mondo, mi apre gli occhi, mi aiuta a interrogarmi sulla realtà che mi circonda, a focalizzare la mia diversità. Nel libro dedicato a Venezia ‘La bocca del leone”, ambientato un po’ nella città della laguna, un po’ a Edmonton, c’è una scena che pochi hanno capito o comunque ha lasciato interdetti i lettori: descrivo il bombardamento di Zara, con alcuni particolari dedicati alle vicende di queste terre che pochi conoscono”.

I tuoi libri hanno molto successo...

“Quando scrivo le mie storie, raccolgo le voci dei protagonisti, le testimonianze delle persone, così diventano un ritratto collettivo in cui le persone si riconoscono. Mi piace riferirmi alle esperienze direttamente, sentirle da chi le ha vissute, valorizzare questo ricco materiale umano. Così è stato quando ho visitato i Club giuliano-dalmati in Canada, in particolare quello di Toronto”.

Le tue figlie come considerano questa tua attività?

“Sono orgogliose, ma non so se ne parlino. Vivono mondi diversi. La prima volta che le portai a Lussino la sentirono strana. Chiaramente le loro radici sono ancora più complicate delle nostre, con una madre italiana e inglese, un padre siciliano è difficile costruire un unico riferimento forte. Capiscono bene l’italiano, ma la loro appartenenza è americana”.
Una decina di romanzi, saggi, una quantità infinita di articoli, Caterina Edwards ha fatto della scrittura una ragione di vita ma rimane ancora chiusa in un ambiente anglofono che solo il mondo della traduzione e dell’editoria in lingua italiana potrebbe aprire alla conoscenza di un vasto pubblico che certamente troverebbe nei suoi libri i riferimenti a temi e argomenti noti. Si sta aspettando che una porta si apra anche per noi, per poterla leggere in tanti.

 

 

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