Esuli

Chiudere il cerchio. Capitoli di storia che finalmente vengono raccontati

A collana “Chiudere il cerchio” ultimata, edita dall’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e da Mailing List Histria, il lavoro di Guido Rumici è stato presentato all’Associazione delle Comunità istriane di Trieste. Partendo dall’inizio del Novecento, al secondo conflitto mondiale e analizzando l’immediato e, con il quarto volume, il lungo dopoguerra, si conclude appunto un percorso sulla storia dell’Istria nel secolo appena trascorso.

Nell’introdurre gli oratori dell’incontro, Carmen Palazzolo ha voluto contribuire con una sua testimonianza, raccontando di quando, dirigendo il giornale della comunità chersina, decise di affermare in un suo articolo che i rimasti avevano avuto le loro ragioni e per questo avevano diritto alla stessa dignità degli esuli. “A quel tempo – ha ricordato la Palazzolo – un’affermazione del genere era impopolare. Io conclusi il mio scritto invitando i lettori ad esprimere le loro opinioni. L’articolo non provocò nessuna scissione all’interno della comunità. Quando lessi il primo libro di Rumici “Fratelli d’Istria” ebbi conferma delle mie idee.
Ma veniamo al nocciolo dell’incontro: analizzare la conclusione del lavoro fatto da Guido Rumici, assieme a Olinto Mileta Mattiuz, nella raccolta di Memorie giuliano-dalmate, edite dal 2008 al 2015. A farlo è stato chiamato lo storico Diego Redivo.
“La storia orale ha prodotto da sempre una lite infinita tra gli storici e coloro che sono stati vittime degli eventi, in questo caso gli esuli. Chi non ha assistito a ciò che gli storici hanno documentato – ha affermato - ritengono che essi non sappiano niente, e d’altronde gli storici non hanno mai preso in considerazione le memorie dei singoli. È

ovvio comunque che con i racconti non si fa la “Storia”. Il grande regista e sceneggiatore Akira Kurosawa affermava infatti che di fronte ad un delitto ognuno dei testimoni dà una versione diversa. Nella memoria delle persone c’è una stratificazione di altri elementi che fa sì che la memoria vada integrata. Ciononostante il ricordo del vissuto è importante, serve per capire come la gente comune abbiasentito certe esperienze e per comprendere come queste persone vivessero il loro quotidiano”. Redivo ha analizzato in breve sintesi tutte le fasi della collana, che comincia con le vicende del campo di internamento degli italiani di Wagna.

“Gli istriani – ha ricordato – hanno millenni di storia che non possono ridursi al solo esodo. I campi d’internamento sorgono alla fine dell’800, quando gli americani sbarcano a Cuba, retta dagli spagnoli. Sono nati per essere uno strumento con il quale tenere la popolazione lontana dai cosiddetti nemici, evitare che fraternizzassero per rovesciare il sistema. Basti ricordare le guerre anglo-boere a cavallo tra otto-novecento e ancora il genocidio degli armeni. Gli istriani furono internati dagli Asburgo per evitare che avessero rapporti con gli italiani. A Gonars finirono le popolazioni slovene. I ricordi della guerra rimandano tutti alla tragedia del nostro paese impreparatoad affrontarla. Basti per questo citare l’operazione castigo del 1941, con la quale i nazisti sbaragliarono le truppe jugoslave per venire in soccorso a Mussolini, impantanato nei Balcani, una vicenda che diede il via alla risposta di cui gli istriani furono poi vittime. Due lettere da Albona di due persone completamente diverse, una ragazza e un militare, all’indomani dell’8 settembre, raccontano entrambe la stessa realtà, lo sfaldamento dei militari e della popolazione, come nel film di Sordi “Tutti a casa”. E poi l’esodo – ha riferito Redivo –, ma anche il controesodo di quelli che scappati, per un motivo o per l’altro, sono tornati indietro, i campi profughi, gli esuli nel mondo, come nella “Contemplazione del disordine” in cui Silvio Benco traccia un bilancio delle trasformazioni storico – psicologiche dell’Europa del ‘900, un’esplosione universale in un mondo che cambia. Arrivano esercito e popolazioni che non avevano niente a che fare con questi territori. Ballano il kolo e questo diviene il simbolo della diversità, di un’altra civiltà che prende possesso di territori con sistemi che dovevano creare il panico. Le scelte dovevano essere dettate dalla paura e poi l’OZNA avrebbe ultimato il lavoro nei confronti degli irriducibili. Le testimonianze del dopoguerra rimandano un altro elemento, l’orgoglio vissuto attraverso i momenti di gloria: una persona afferma che avrebbe voluto essere come Nino Benvenuti, la Pasquinelli diventa il simbolo di una ribellione che non c’è stata. Benvenuti è una rivincita nei confronti del mondo. Lo stesso campione nell’ultimo suo libro “L’isola che non c’è”, lo afferma e ancor di più nel precedente “Fare a pugni”, traspare che la vittoria è dell’esule che si vendica con il mondo. Ci sono poi le vittorie di Abdon Pamic. Ma anche i rimasti hanno la loro medaglia, con Giovanni Cernogoraz, oro alle Olimpiadi del 2012. Ci sono considerazioni da fare – ha concluso Diego Redivo - anche rispetto all’emigrazione. Ai tempi dell’esodo si partiva solo se si aveva la certezza di avere un lavoro, un futuro, un punto di appoggio. Oggi le migrazioni raccontano di donne che restano a combattere e uomini che fuggono”.
Guido Rumici dal canto suo ha affermato di essere stato colpito dall’aspetto umano delle storie che ha raccolto, dai viaggi della gente verso l’ignoto. “In particolare – ha raccontato –, mi ha impressionato la vicenda di un bambino che nel ‘56 aveva tirato fuori da una foiba un teschio; lo aveva portato a scuola. La bidella si spaventò e il teschio sparì; a Buie si fecero esumazioni in quegli anni, questo è un fatto storico. Dalle testimonianze dei rimasti emerge il dato che anche loro hanno vissuto uno snaturamento, una sorta di smarrimento. Chi è rimasto ha perso la gente attorno. A Rovigno un bambino rimase solo, unico di un condominio che si svuotò, non aveva più nessuno con cui giocare. Queste storie servono a dimostrare che anche chi rimase subì situazioni di straniamento e abbandono”.
Una domanda si fa necessaria quando si parla di testimoniare gli anni dei soprusi e dell’esodo conseguente. E cioè se si sia notato timore nel riferire i ricordi. A questo proposito Rumici ha riferito che per i rimasti per lungo tempo c’è stata la congiura del silenzio, per la paura dell’autorità costituita, eredità di un passato totalitario, che permane anche se l’autorità adesso è cambiata. È rimasta la paura del regime, delle spie, anche perché non aiuta a cancellare la percezione d’insicurezza il fatto che la polizia jugoslava sia poi diventata polizia slovena e croata. Nei rimasti c’è ancora il senso del capo e la paura di lui.
“Ci sono poi – ha ricordato Rumici – le famiglie lacerate: in alcuni casi per accudire gli anziani, che non volevano lasciare la loro casa, fecero restare le giovani donne in Istria. Alcune poi sposarono uomini di nazionalità slava, determinando incomprensioni e rotture dei rapporti all’interno delle famiglie”.

“Un altro capitolo da affrontare nei ricordi – ha affermato Redivo – è il rapporto tra sport e dittature. Le olimpiadi di Melbourne in Australia del 1956 registrarono una vera e propria rissa nell’incontro di pallanuoto Ungheria-Russia. Si racconta che le acque si tinsero di rosso. Nella corsa di ciclismo su strada vinse Ercole Baldini, alla premiazione non si trovava l’inno italiano, gli spalti cantarono “Fratelli d’Italia”, i tanti emigrati presenti avevano forte il senso dell’appartenenza al loro Paese. Nella stessa olimpiade si trovarono a gareggiare Mario Fafangel per la Jugoslavia, contro il suo compagno d’infanzia Tino Straulino, l’uno contro l’altro, dopo che il mare li aveva uniti per tanti anni”.

Molte testimonianze dell’ultimo volume riguardano le vicende accadute dopo la rottura del 1948 tra Tito e Stalin. Molti comunisti italiani furono costretti ad andare via perché avevano scelto Stalin. Altri vennero via a fare le spie. Si tratta di un fenomeno che fu rilevante. Si riferisce di esuli che venivano controllati proprio per questo motivo. “Fu un fatto a lungo taciuto – ha ricordato Rumici – ma che può oggi essere raccontato finalmente”.
Un capitolo di quest’incontro è interamente dedicato alla questione, sempre aperta, dell’insegnamento nelle scuole dei fatti della storia dell’Istria e della Dalmazia, dell’epilogo e delle conseguenze tragiche della guerra in questi luoghi.
Un nutrito gruppo di insegnanti, che ha seguito l’incontro, ha testimoniato del bisogno di avere con gli studenti un approccio più umano, in cui anche il vissuto può essere utile affinché la storia sia compresa e diventi un bagaglio di conoscenza e sensibilità. “D’altronde – ha concluso Guido Rumici – i volumi della collana hanno tutti una premessa storica, un’appendice cronologica, tabelle, piantine e dati: i numeri servono per capire un fenomeno, sono punti fissi per capire la storia”.

 

 

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