Esuli

Ogni campanile una storia particolare anche nell’elaborazione dell’esodo

Il nome di San Pellegrino, il “peregrinus”, patrono di Umago, deriva da un termine dal duplice significato: straniero in patria e la meta del suo viaggio potrebbe essere l’obiettivo del suo spostamento, ma anche straniero su questa terra e alla ricerca del sacro. Profetico?

Silvio Delbello, presidente della Famiglia Umaghese che opera in Italia nell’ambito dell’Unione degli Istriani di Trieste, sorride: “E chi lo sa” risponde, confermando comunque che il suo ritorno a Umago, in modo ufficiale, è stato proprio nel nome del patrono.

“La collaborazione inizia nel 1994, quando venni invitato per la prima volta a partecipare alla gita fuori porta che è tradizione umaghese a Pasquetta, quando insieme si raggiunge la chiesetta campestre di San Pellegrino. All’epoca ero presidente dell’Unione degli Istriani ed era la prima volta che partecipavo all’iniziativa su espresso invito della Comunità degli Italiani”.

Da allora è passata “tanta acqua sotto i ponti” e incontri di ricomposizione ne sono stati fatti parecchi, come l’ultimo, del 25 aprile scorso dedicato alle Rogazioni, contemporaneamente con Piemonte d’Istria ma in forma diversa, comprendendo anche Salvore.

Secondo tradizione?

“Certamente. Ci si è recati a visitare le chiese rurali di Salvore, che erano la meta delle processioni di una volta, assieme ai connazionali di Salvore e Umago.
I partecipanti esuli, partiti in pullman da Trieste, hanno raggiunto Valizza sostando nella chiesa dedicata a San Girolamo per proseguire poi per Valfontane e la chiesa dedicata a San Lorenzo. Lungo il percorso il gruppo ha fatto anche tratti in processione, con le preghiere e i canti accompagnati dagli Amici del Canto Gregoriano che nella Chiesa di Salvore hanno eseguito un concerto di brani tradizionali. Il pellegrinaggio è stato preceduto da una conferenza di Paolo Loss sul Canto Patriarchino e le Rogazioni a cura della Famiglia Umaghese dell’Unione degli Istriani. Con la deposizione di fiori al memoriale di Salvore a loro dedicato, sono state ricordate anche le vittime del bombardamento del piroscafo San Marco. L’incontro si è concluso nella sede della Comunità degli Italiani di Salvore con la partecipazione della Comunità di Umago”.

Sembra, a volte, che tutto avvenga in forma quasi privata, a ranghi comunque divisi, perché non si riesce a superare queste divisioni?

“Perché l’esodo, nonostante fosse un fenomeno di massa, è stato vissuto come un atto privato da ognuno di noi, con diverse sensibilità e conseguenze. Pertanto ciascuno lo elabora in modo molto personale. Per esempio, nella mia famiglia, qualcuno non erano mai tornato, fino a tempi recenti, a rivedere la propria casa. Ho avuto modo di accompagnarli in questa esperienza ed è stato bellissimo. Mentre, anche tra i dirigenti delle associazioni, c’è chi non ha mai smesso di mantenere contatti con la propria comunità, vedi Arturo Vigini che ha pagato questa scelta, con un’aperta opposizione nell’Associazione delle Comunità istriane, eppure non è mai venuto meno al suo impegno di riportare i paesani a casa nella festa di San Giacomo. Insieme andammo, tra i primi col tricolore, anche a Pisino a omaggiare, con la bandiera italiana, i nostri morti: ci accompagnavano Giovanni Radossi del Crs di Rovigno, Tv Capodistria, la stampa. Poi ci spostammo a Parenzo, per ricordare i sepolti della foiba di Vines”.

Esiste un modo giusto per sviluppare questi rapporti?

“Il nostro individualismo è forte, sarà difficile procedere coordinati. Per esempio, io di fronte alle contrapposizioni mi animo di ulteriore coraggio e insisto, altri si spaventano”.

Eppure solo la ricomposizione può salvare la memoria di questo popolo sparso…

“Ho sempre sostenuto la necessità di mantenere questo rapporto nel rispetto delle tradizioni, della parlata, della storia; senza i rimasti tutto ciò non può esistere ma anche senza di noi. Credo che molti abbiano capito tale dinamica e quindi constato che anche le altre famiglie si stiano muovendo nella logica della discrezione, com’è nel nostro modo di essere. Le iniziative, mai urlate, non trovano riscontro però nella stampa nazionale italiana, a seguirci sono i mass media della minoranza, in particolare La Voce del popolo e Tv Capodistria”.

Che cosa ha portato a un ritorno più convinto? L’allargamento a est dell’Unione europea, la consapevolezza di un’unità dopo il crollo dell’ex Jugoslavia?

“Probabilmente hanno agito tutti questi fattori contemporaneamente, ma il motore principale è stato il passare del tempo, unitamente al ruolo dei social. Di fatto oggi sentiamo il comune di Umago come un interlocutore aperto e disponibile; ormai sono quatto anni che per iniziativa del Comune stesso celebriamo il Giorno del ricordo in Istria, quest’anno con un piccolo convegno, con le testimonianze di quattro esuli e quattro residenti, un grosso passo in avanti, grazie all’impegno da pare di tutti. So che anche altre Comunità si sono mosse in questo senso e reputo si tratti di un grande risultato”.

Ancora una volta contatti quasi personali, e le associazioni rappresentative di questo piccolo popolo, cosa fanno?

“Diciamo che i livelli sono diversi. Qualche decennio fa erano state gettate le basi di una possibile collaborazione, io c’ero. Il messaggio è stato recepito con maggiore facilità dalle singole realtà sparse. Il nostro è un tentativo di mantenere viva la base della nostra cultura, per cui siamo riusciti a realizzare una bella collaborazione col Museo di Umago, che è molto operativo, organizza mostre incentrate sulla vita di una volta, sulla storia minima. Da parte nostra collaboriamo in molti modi, soprattutto fornendo testimonianze. Così è nata la mostra sul vino, l’ultimo allestimento che ci ha visti coinvolti”.

E il rapporto con la scuola?

“Procede molto bene, l’anno scorso abbiamo avviato un concorso letterario e artistico sullo Stemma della città, con la partecipazione di tutte le classi. Insegnanti e ragazzi hanno reagito con entusiasmo e le premiazioni si sono svolte a Trieste. Poi è partito il Concorso fotografico su Umago com’era e com’è. È facile collaborare, perché la scuola è valida ed efficiente”.

Perché quest’esperienza non può essere convogliata in un discorso unitario?

“Perché ogni città è una repubblica a se”.


Motivo per cui ci sono tanti giornali degli esuli…

“Vero. Uno strumento insostituibile: con “Umago viva” raggiungiamo millecinquecento persone e tante altre ci seguono sul sito dedicato. Abbiamo fatto un numero speciale per il Giorno del ricordo. Esce tre volte l’anno ma, mezzi permettendo, entro la fine del 2017 ne realizzeremo una quarta edizione per ricordare le nostre iniziative, comprese le Rogazioni che si stanno rivelando un’ottima occasione d’incontro nel nome di quelle tradizioni che ci uniscono in modo forte e mai dimenticato. La quarta uscita del giornale dovrebbe servire anche a rendere noto il programma di iniziative per l’anno prossimo, che ci accingiamo a votare”.

Che cosa la spinge a questo impegno che non è sempre facile? La strada è spesso in salita…

“Voglio bene alla mia terra e nel nome di questa passione non ho mai smesso i tentativi di ricomposizione, confidando anche nel fatto che la vita è fatta di corsi e ricorsi: una decina di anni fa avevo tentato di ricomprare la casa dei nonni a San Giovanni, ma mi era stato risposto di no ed era andata a uno sloveno. Ora è nuovamente in vendita e i dubbi su cosa fare non sono pochi. Questa terra ci mette spesso di fronte a grandi dilemmi. La compro o non la compro? Forse, e per tante ragioni: la bellezza, la pace e per l’affetto”.

Personale l’impegno e personali le soluzioni?

“Non del tutto: da una decina d’anni sto cercando collaborazione e solidarietà per creare un posto in cui ricordare esodo e foibe. Un memoriale in cui ritrovarci tutti. Sono state fatte delle ipotesi, una forse potrebbe andare a buon fine. Un cammino che ci vede concordi con Furio Radin, presidente di Unione Italiana, col quale abbiamo lavorato a lungo in attesa del momento politico propizio; forse si sta approssimando il tempo di procedere, per cui riprenderò i contatti. Per quanto riguarda l’esodo sto lavorando anche con il comune di Umago per realizzare un cippo che lo ricordi”.

Che cosa rimarrà di tutta questa vicenda complessa?

“Ciò che riusciremo a creare: legami, iniziative comuni, i giornali, i libri, una scuola che insegna la lingua ma anche cultura e tradizioni, altrimenti scompariremo. Il comune di Umago ha reintrodotto i toponimi delle vie, piccole-grandi cose che contano nel quotidiano. Non basta essere una bella bacheca per le occasioni ufficiali”.

Una soddisfazione?

“La mia comunità umaghese mi segue”.

 

 

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