Esuli

Scuole e amministrazioni più presenti Ma pesa il silenzio di sessant’anni

Un bilancio sul 10 febbraio di quest’anno, a settant’anni dal Trattato di Parigi, ci porta a riflettere su molti aspetti legati sia al passato che all’evoluzione della legge di sua istituzione nel tempo. Partito tra la rabbia del lungo silenzio e il pudore nei confronti della sofferenza di un popolo sparso, il Giorno del ricordo ha avuto dal 2004 ad oggi, momenti di grande slancio – vedi la creazione dei tavoli di lavoro esuli-governo – e di stanca – vedi gli inspiegabili ritardi nell’erogazione dei mezzi della legge 72. Questi i due estremi: la media res è fatta invece di tanto lavoro, soprattutto da parte di istriani, fiumani e dalmati di tutte le regioni d’Italia, intellettuali impegnati a portare testimonianza laddove questa viene richiesta, e a costruire durante tutto l’anno, una rete di conoscenze, contatti, amicizie che garantiscano quella necessaria sensibilità nell’affrontare una materia delicata che, se gestita male, può creare incomprensioni e dolore. Due i nostri interlocutori per disquisire su queste tematiche, dal Veneto, una dalmata piena di energia e simpatia, Adriana Ivanov e dall’Umbria, il fiumano Franco Papetti, sensibile cultore di una storia che lo definisce e al quale, come alla Ivanov, dona carisma.

Far conoscere la vicenda dell’esodo e delle foibe non è mai stato facile: a più di un decennio dalla legge, come è cambiato il rapporto con le scuole?

Adriana: “L’istituzione del Giorno del ricordo ha dischiuso per noi testimoni e relatori i portoni di bronzo delle scuole prima ermeticamente chiusi. La solennità civile del 10 febbraio impone che la tragedia delle foibe e dell’esodo venga commemorata - anche se sarebbe auspicabile che ciò avvenisse per un’esigenza storica ed etica - ad ogni modo è indubbio che dal 2004 si sia aperta un’era nuova. Resta purtroppo la sconfortante realtà del muro di gomma opposto da Istituti in cui un solo docente veterocomunista può bloccare l’iniziativa di altri professori di buona volontà, che rinunciano alla possibilità offerta da un esule di raccontare la storia ancora per lo più negata o minimizzata nei libri di testo”.
Franco: “Sicuramente è migliorato ma ancora non possiamo definirlo ottimale. Non esiste una strategia scolastica per far conoscere le foibe e l’esodo. Tutto è demandato alla buona volontà di qualche insegnante e a conoscenze personali. È anche vero che la scuola ha stimoli continui e attività ininterrotte che sicuramente ostacolano attività di celebrazione come il 10 febbraio e il 27 gennaio”.

Su che cosa viene messo l’accento nelle vostre conferenze?

F: “Esiste un grande buco nero che bisogna riempire con notizie e informazioni. Da parte degli insegnanti c’è scarsa preparazione e molte volte vince ancora la vulgata o anche i pregiudizi politici caratteristici del passato. Esiste qualche conoscenza sulle foibe ma sull’esodo dei giuliano dalmati nessuna informazione. I punti focali sono sicuramente la contestualizzazione della Venezia-Giulia e la sua storia bimillenaria. Trasmettere continuamente i nomi delle città giuliano dalmate in italiano aiuta a far capire che questo era il loro nome fino a settant’anni fa. Poi naturalmente le foibe e l’esodo nella sua drammaticità socio-demografica. I ragazzi sono molto interessati a sapere e quasi sempre chiedono perché nessuno abbia mai raccontato loro queste cose”.

A: “Viene sottolineata la rilevanza del Confine orientale nella storia d’Italia, le tormentate vicende di migrazioni e invasioni in quella che fu una marca di frontiera, la ricchezza della multietnicità valorizzata sotto la Serenissima, travolta dall’insorgere degli opposti nazionalismi di metà Ottocento. Viene chiaramente indicato come il punto di rottura sia avvenuto con la snazionalizzazione imposta dall’Austria a danno degli italiani dopo la Terza Guerra d’Indipendenza, rottura poi resa irreversibile con la snazionalizzazione del fascismo di frontiera a danno degli slavi e l’occupazione mussoliniana della Dalmazia. Punto terminale di questo processo sono le due fasi delle foibe, entrambe avvenute ad armi ferme, dopo l’8 settembre e dopo il 25 aprile, con la violenza scatenata sulle popolazioni civili italiane. Terza e ultima snazionalizzazione quella operata dal regime di Tito, che, dopo averci privato delle nostre terre in seguito al Trattato di pace del 10 febbraio 1947, ci ha impedito di continuare a vivere come persone libere e come italiani nelle terre natali. Questi sono i temi irrinunciabili, prima di spiegare l’esodo, la mancata accoglienza, le cause della congiura del silenzio”.

I Comitati ANVGD s’impegnano moltissimo verso l’esterno, che cosa ne è del coinvolgimento dei soci?

A: “Purtroppo il coinvolgimento dei soci risulta abbastanza limitato, sia perché pochi tra noi dimostrano la volontà di superare la rimozione conscia o inconscia della tragedia, nonché la capacità comunicativa di trasmettere a un uditorio sia le competenze storiche sia la partecipazione emotiva. Sappiamo che anagraficamente la realtà rema contro di noi, perché i veri testimoni dell’esodo, più di noi figli, sono i nostri padri che non ci sono più o sono molto molto anziani”.
F: “Sono trascorsi settant’anni dal trattato di pace di Parigi e di portatori di testimonianze dirette quasi non ce ne sono più. Coloro che portano avanti le attività sono pochissimi entusiasti”.

È cambiato il ruolo delle amministrazioni?

A: “Anche per le amministrazioni tutto è cominciato con la legge istitutiva del Giorno del ricordo. In generale, notiamo una certa sensibilità a collaborare con il mondo dell’esodo, al di là della coloritura politica della singola amministrazione, pur denunciando episodi, ahimè piuttosto frequenti anche quest’anno, di tavole rotonde o conferenze messe nelle mani di noti negazionisti o giustificazionisti, ormai sconfessati dalla più autorevole storiografia anche di sinistra”.
F: “Il ruolo delle amministrazioni è molto cambiato e questo lo si deve soprattutto alla legge del 30 marzo 2004. Ora siamo chiamati dalle amministrazioni comunali indipendentemente dal loro colore politico e ho avuto modo di constatare che gli stanziamenti verso il giorno del Giorno ricordo sono sempre uguali a quelli della Giornata della memoria”.

Quali sono le domande che il pubblico rivolge con maggiore frequenza?

F: “Perché settant’anni di silenzio? La spiegazione è spesso lunga e articolata, riassume anche i legittimi timori sul futuro della nostra realtà”.
A: “Devo confessare che talora il pubblico rimane così basito nello scoprire la tragedia che abbiamo vissuto, da non riuscire ad articolare parola, manifestando solo commozione. I concetti che vanno ulteriormente chiariti sono per lo più l’annessionismo di Tito, le cause del silenzio durato settant’anni. Gli studenti sono molto sensibili alle vicende familiari e chiedono particolari sui nostri ricordi di bambini esuli”.

Che cosa è difficile da far capire, quali messaggi stentano a penetrare nella percezione di ciò che è stato l’esodo.

F: “Sicuramente la drammaticità dell’esodo con la perdita delle radici mediante la completa distruzione del proprio contesto socio economico linguistico”.
A: “Se si ricostruisce con chiarezza, seppure in forma sintetica, la vicenda dell’esodo, il messaggio arriva al destinatario senza difficoltà. La storia è fatta di dati oggettivi e se essi vengono forniti viene fornita anche la chiave di lettura e di interpretazione”.

Richiamarsi alle eccellenze, paga? In che modo?

A: “Rievocare le eccellenze, cioè coloro tra i nostri esuli che si sono affermati sulla travagliata via dell’esodo e della diaspora, suscita stupore e condivisione. Nomi di industriali, atleti, attori che ci danno lustro determinano reale condivisione nel pubblico”.
F: “In Umbria abbiamo istituito un premio dedicato alla Dignità giuliano-dalmata nel Mondo proprio per far conoscere personaggi del nostro mondo che spesso non emergono come tali. Un esempio? Tra i premiati Nino Benvenuti, Franco Luxardo, Diego Zandel, e altri ancora”.

Che cosa rimarrà di questa nostra storia?

F: “Spero che la nostra minoranza in Slovenia e Croazia non si lasci assorbire e possa essere il testimone del nostro glorioso passato, anche con il nostro contributo e ci stiamo lavorando”.
A: “Angosciosamente tutti ci poniamo questa domanda. Sessant’anni sono stati perduti, i nostri maiores se ne sono andati, noi figli ci siamo messi in movimento tardi e non tutti, i nostri figli sono troppo occupati a crearsi un presente e un futuro nella difficile situazione economica. Riusciremo a segnare il solco nella coscienza nazionale, a rendere la nostra pagina di storia una parte irrinunciabile della memoria? È una domanda che tormenta anche me”.

Perché non esiste un progetto che coordini le persone che il 10 febbraio incontrano il pubblico?

A: “Un progetto comune che coordini i relatori del 10 febbraio non è stato concepito e d’altronde i vari interventi sono affidati a singole persone, ciascuna con la sua identità, con il suo vissuto familiare, con la sua capacità personale di porsi davanti ad un pubblico, per cui temo che sarebbe difficile stabilire un canale unitario di comunicazione”.
F: “O bisognerebbe chiederlo ai dirigenti delle nostre associazioni!”

L’Europa ci può aiutare nell’immaginare e realizzare un nuovo corso del nostro popolo sparso?

F: “Sicuramente si! L’Europa può permetterci il ritorno nelle nostre terre. È un ritorno culturale e intellettuale che sicuramente rafforzerà la coscienza di popolo della nostra minoranza in Slovenia e Croazia”.
A: “Già, l’Europa! Tasto delicato per l’Italia in questi ultimi tempi, figuriamoci per noi che dell’Italia siamo stati purtroppo i figli derelitti... Basterebbe guardare la sentenza sui beni abbandonati emessa nel gennaio 2015 dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo per sentirsi inclini al pessimismo. Spero di sbagliare”.

Che cosa salvate di quest’anno di incontri e condivisioni?

F: “Tutto! Per abitudine conservo tutto quello che aiuta a far conoscere la nostra storia.
Forse, però, quest’anno bisogna evidenziare il forte rapporto che si è creato tra la Società di Studi Fiumani, la Comunità degli italiani di Fiume e la Municipalità di Fiume che è culminato con il conferimento della targa d’oro della città ad Amleto Ballarini”.
A: “Non ho ancora concluso l’annata GdR 2017, sono a quota ventitré interventi, ma almeno dieci sono ancora in agenda. Mi resta dunque una grandissima soddisfazione che la mia voce non gridi nel deserto, fatto che compensa la comprensibile stanchezza...”

 

 

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