Esuli

A settant’anni dal Trattato di Parigi i dati sull’esodo ancora un’incognita

La città di Ancona ricorda, nell’atteggiamento dei suoi cittadini, nel linguaggio del paesaggio e delle pietre, nelle impronte di artisti come Giorgio Orsini, nelle targhe e nelle parole apposte un po’ ovunque in una località che ha accolto i giuliano-dalmati negli anni dell’esodo. Percorriamo le sue strade con una guida d’eccezione: Franco Rismondo, “figlio d’arte” nel mondo dell’associazionismo per l’impegno che, prima di lui, fu di suo padre.

“Difficile affrontare un censimento di quante famiglie arrivarono sul territorio e di quante vi sono rimaste, ma una cosa si può fare: raccogliere tutti i dati a disposizione dell’associazione, incrociandoli con l’evidenza presso l’anagrafe comunale e, purtroppo, aggiungervi l’elenco dei deceduti”.
Un lavoro che Rismondo, con certosina pazienza, sta ultimando e consegnerà alle amministrazioni locali affinché rimanga traccia di una presenza importante.
“L’idea è maturata nel tempo – racconta –, attraverso la stesura di una storia dell’esodo nelle Marche che ho avuto modo di presentare in varie occasioni”.
Un materiale prezioso che permette di percorrere i momenti di una storia locale, divenuta parte di questa realtà. Rismondo si è occupato della ricerca nel corso di lunghi anni in cui la sua presenza ad Ancona era saltuaria per la natura del suo lavoro, quale rappresentante di importanti compagnie marittime, nel resto del mondo, in particolare l’Africa. A un certo punto è diventato impegno quotidiano, come presidente dell’ANVGD. E così racconta: “Il primo arrivo dei polesi ad Ancona avvenne il 16 febbraio 1947. I profughi giunti con il Toscana furono 2.140. Il Corriere Adriatico nei giorni precedenti aveva annunciato che la città si stava preparando all’evento: “Le autorità competenti hanno già tutto predisposto per l’affettuosa accoglienza dei nostri fratelli ai quali Ancona è ansiosa di tributare l’espressione più sentita del suo affetto”. La nave arriva in porto alle 15.50 preceduta dal saluto delle sirene delle navi attraccate. I 2mila profughi sono accompagnati da un sacerdote che sarà presente anche nei viaggi successivi. Il giornale racconta con entusiasmo l’ospitalità della città. 600 vengono accolti nel centro di smistamento appositamente creato presso la caserma Villarey. I rimanenti, invece, sono portati in stazione per partire con diversi treni per località in cui troveranno posto in un centro d’accoglienza (Campania, Molise, Toscana, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte)”.
Un’atmosfera che sembra diversa da quella spesso sottolineata, con episodi negativi, come a Venezia e Bologna, per cui è interessante cogliere ciò che la stampa dell’epoca riporta, smentita però da alcune testimonianze.
“Nella ricerca ho voluto includere la versione ufficiale e i ricordi di chi affrontò l’esperienza dell’esodo. Il secondo arrivo ad Ancona avvenne il 26 febbraio. Con toni poetici scrive il Corriere Adriatico del 27 febbraio: “Verso le ore 15 le sirene del porto hanno lanciato il loro sibilo prolungato e la bella nave Toscana si è profilata all’orizzonte; un triplice grido è sgorgato dai 997 polesi che giungevano ad Ancona ‘Viva l’Italia’. Dalla folla adunata è stato risposto ‘Evviva Pola, evviva i fratelli polesi’”.
Il terzo e ultimo arrivo si ebbe il 16 marzo: 771 persone sbarcano con il Toscana, sempre accompagnate dal sacerdote don Oderizzi e accolte calorosamente dalle autorità civili e militari, come racconta il Corriere Adriatico.
Dai racconti di alcuni profughi, però, il clima di generosità sembra intaccato da alcuni episodi di intolleranza: “Ad Ancona fummo accolti dalle urla dei comunisti, che agitavano i pugni chiusi in risposta al nostro sventolio di tricolori e un cordone di truppa in armi faceva barriera tra gli scalmanati e la nave all’attracco, racconta Lino Vivoda”. E Amleto Ballarini aggiunge: “Gli ultimi italiani di Pola che sbarcheranno dal Toscana ai moli di Ancona sfileranno tra i fischi e le invettive”. Chiediamo a Orsini:

Come lo spiega?

“Alla fine della guerra l’Italia è un Paese povero, sia sul piano economico che morale. In una situazione difficile in cui gli stessi residenti fanno fatica a trovare case e lavoro, si riversano flussi enormi di persone sofferenti che vengono da ogni parte: prigionieri di guerra catturati dagli alleati e rimpatriati, internati militari e deportati civili che rientrano dai lager della Germania, rifugiati dalle ex colonie, soldati che dopo l’8 settembre hanno partecipato alla Resistenza all’estero. I profughi guardano all’Italia come a una meta naturale per iniziare una nuova vita. I primi provenienti da Zara, da Fiume, dalle isole del Quarnaro, vengono trattati alla stregua di tutti gli altri che rientrano in Italia, ai quali cerca di provvedere il Ministero per l’Assistenza postbellica. L’arrivo sempre più consistente obbliga il governo italiano a mettere in atto misure necessarie ad affrontare l’esodo.
Agli inizi del 1946 viene istituito l’Ufficio per la Venezia Giulia, a cui succede alla fine dello stesso anno l’Ufficio per le Zone di Confine, una struttura direttamente dipendente dalla Presidenza del Consiglio con il compito di coordinare l’intera azione dello stato nelle zone di confine. Nel 1947 nasce un’organizzazione di carattere privato, il Comitato nazionale per i rifugiati (nel 1949 diventa ente morale con il nome di Opera Nazionale per l’Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati), che crea una rete capillare di comitati periferici in tutta la penisola, per raccogliere fondi, erogare contributi, assistere i profughi nelle pratiche burocratiche, organizzare la vita nei campi. Ad Ancona la sede locale del Comitato gestisce l’accoglienza dei profughi presso la caserma Villarey, luogo di smistamento in cui le persone si fermano per pochi giorni in attesa di essere indirizzate nei Crp o in località prescelte. Si costituisce in città anche un Comitato di associazioni (Anpi, Reduci e combattenti, Mutilati e invalidi, Udi, Cif, Fronte Gioventù, Camera del lavoro, Ari), che raccoglie sottoscrizioni e si occupa dell’assistenza a Villarey. Lo Stato emana anche una serie di provvedimenti legislativi: diritto a godere dei benefici emessi in favore dei reduci (1947), assegnazione di un sussidio giornaliero di 100 lire per il capofamiglia e di 45 per gli altri componenti del nucleo familiare (1948), assegnazione ai profughi del 15 per cento degli alloggi di edilizia popolare (legge Scelba, 1952). Si mobilitano anche enti di matrice cattolica, per la creazione di mense, refettori e posti di ristoro, supportando così, a livello locale, gli sforzi delle amministrazioni comunali che, attraverso le proprie strutture assistenziali (ECA), si occupano di corrispondere ai profughi alimenti e generi di prima necessità”.

Un censimento è stato tentato più volte. Quali sono le cifre di riferimento?

“Gli esuli vennero sparsi in 109 centri in tutte le regioni d’Italia. Elencati dapprima da padre Flaminio Rocchi, nel 2005 la ricerca della dott.ssa Marina Pinna per l’ANVGD ha aggiunto altre località che non erano state prese in considerazione, portando il totale a 136, di cui soltanto 4 sono nelle Marche: i centri d’accoglienza di Ancona (Caserma Villarey), Jesi, Fabriano e il centro più importante, quello di Servigliano. Se è noto il numero dei Crp con la loro dislocazione, è praticamente impossibile tuttavia stabilire il numero delle presenze nei diversi centri, dove alcune famiglie restarono per anni, mentre altre si spostarono da un centro all’altro alla ricerca di migliori opportunità di lavoro. Un dato certo sono le registrazioni dei certificati di profugo rilasciati dalle diverse Prefetture, dato solo indicativo della presenza più o meno temporanea, potendosi avere anche profughi che non hanno mai richiesto il certificato del loro status”.

Dovrebbero comunque risultare dai dati delle Prefetture…

“Nei registri delle Prefetture relativi ai profughi provenienti da Istria e Dalmazia sono in genere indicate soltanto le “posizioni”, ovvero le pratiche intestate al singolo o al capofamiglia con il numero dei familiari; (es. Mario Rossi +4, i cui dettagli si trovano nella relativa cartella negli archivi), per cui, per le province delle Marche abbiamo avuto i seguenti dati: Ancona, 596 “posizioni” per un totale di 1.211 iscritti; Pesaro-Urbino, 471 posizioni per complessivi 1.092 iscritti; Ascoli Piceno, 184 posizioni per complessivi 407 iscritti; Macerata: “Cittadini profughi dalle città ricadenti nei paesi indicati, in via di massima n. 135”. Per le loro 471 posizioni la Prefettura di Pesaro-Urbino specifica anche la suddivisione: N. 380 Venezia Giulia – n. 32 Pola – n. 47 Istria – n. 5 Dalmazia – n. 6 Fiume – n. 1 Spalato. Altro dato indicativo i registri dei Comitati Provinciali dell’ANVGD, che riportano comunque i soli iscritti a quel comitato, inclusi profughi registrati presso altre Prefetture (ad esempio ad Ancona iscritti profughi registrati a Bari o Cagliari, Fermo, ecc). I dati seguenti per la provincia di Ancona e le Marche sono pertanto solo un tentativo, sulla base delle informazioni disponibili, di ricostruire oggi, per l’anno 1957, a 10 anni dall’acme dell’esodo, una realtà in continuo movimento”.

Il Campo di Servigliano è stato il più grande e affollato delle Marche. Lo studio della situazione al suo interno può risultare emblematico metro di paragone?

“Il Centro raccolta profughi di Servigliano era stato luogo di prigionia durante il fascismo e di internamento dal 1943 alla liberazione. Nel 1945 fu ripristinato per accogliere i profughi istriani, giuliani e dalmati. Il primo arrivo di 1.300 persone avvenne nel 1945. Nel luglio del 1946 lasciarono Servigliano per essere trasferiti nel campo profughi di Senigallia, da dove partirono per l’Argentina. Per far fronte ai continui arrivi all’inizio del 1947, quando si attendevano 1.500 persone, fu costituito il Comitato assistenza profughi, con lo scopo di fornire aiuto morale e materiale agli abitanti del campo. Al loro arrivo venivano registrati all’ufficio anagrafe come residenti temporanei e veniva riconosciuto loro il diritto di voto come cittadini italiani. In questo campo passarono circa 900 nuclei familiari provenienti dalle zone dell’esodo. Non è possibile seguire nel tempo tutte le tappe dell’esodo dalla partenza dalla città natale attraverso i centri di raccolta o le diverse città alla ricerca di una sistemazione. Unico dato certo e definitivo è il luogo della sepoltura, documentabile dai tanti necrologi che costituiscono parte integrante delle pubblicazioni periodiche delle diverse associazioni degli esuli. Analizzando un campione di poco più di 2.000 esuli dalla piccola città di Zara (circa il 10 per cento della popolazione prima dell’esodo) scomparsi nei 50 anni successivi (dal 1947 al 1997), si evince dai necrologi che soltanto 15 su 2.088 riposano nel cimitero dei loro padri. Degli altri 2.073 ce ne sono 1.917 sparsi in 289 cimiteri in 76 province d’Italia e 156 in 36 Paesi del mondo, Europa, Americhe, Africa, Australia, fino in Nuova Zelanda. Sono 325 cimiteri per solo un decimo degli esuli da Zara, meno di un centesimo del totale degli esuli e solo per i necrologi pervenuti”.

Che cosa rimane di questa vicenda? Che cosa si può salvare?

“Il legame con la terra d’origine, persi i beni, la casa, gli amici, si riduce a quei tenui fili che sono i ricordi che ogni esule ha portato con sé. Per i più fortunati, coloro che hanno potuto salvare qualcosa dei loro beni, sono oggetti di famiglia gelosamente custoditi, per altri un sasso o un pugno di terra in un fazzoletto che porteranno nella tomba, per altri ancora vecchie fotografie dell’infanzia, dei genitori o dei nonni; per tutti “le carte”, gli inseparabili documenti che ogni esule o emigrante europeo porta con sé. Le “carte” esprimono il possesso più prezioso, perché ogni rifugiato è un “caso”, oltre a essere una persona, e le “carte” assurgono a “prova d’esistenza”. L’attestazione dell’opzione è il documento che tanti esuli hanno conservato, anche senza comprenderne il testo scritto in una lingua che non parlano, ma è la “carta” che ha cambiato tutta la loro vita. È l’autorizzazione del vincitore per restare quello che sono sempre stati: italiani. Autorizzazione a volte negata, che porta a fughe rischiose o a lunghi anni di ricorsi legali. Altra “carta”, conseguenza dell’opzione, è il certificato di profugo, sul cui retro vengono registrati gli importi dei sussidi ricevuti e gli spostamenti tra diversi campi profughi, alla ricerca di un lavoro e di una sistemazione più decorosa. Documento per questo consunto, ma conservato a testimonianza per molti di un lungo e sofferto calvario. E ancora, tra le “carte”, documenti d’identità rilasciati dalle nuove autorità jugoslave, attestazioni della partecipazione alla lotta partigiana per una libertà poi negata, permessi, certificati, pagelle scolastiche e tutti quei documenti che fanno poi parte del bagaglio dei ricordi di ciascuno. Ricordi più preziosi per gli esuli che il loro piccolo mondo antico lo hanno lasciato al di là del mare”.

 

 

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