Esuli

Il Giorno del ricordo a Busalla

24 Emerico Radman BusallaIl 10 febbraio – esattamente nel 70.esimo della firma del diktat di Parigi – il Comune di Busalla ha celebrato il Giorno del ricordo dell’esodo giuliano-dalmata e delle vittime delle foibe nella Biblioteca “Bertha von Suttner”. Molti i profughi presenti, giunti anche da Genova, e una settantina di studenti delle scuole “Primo Levi” di Ronco Scrivia e “Vito Scalfidi” di Busalla, accompagnati dai professori. L’organizzazione è stata curata dall’Assessorato alla cultura, in collaborazione con la Pro loco Busalla e l’ANVGD di Genova, e in apertura dei lavori l’assessore Fabrizio Fazzari ha sottolineato ai giovani studenti la preziosa occasione che hanno di poter apprendere la storia attraverso i vivi ricordi dei tanti testimoni presenti in sala.

Emerico Radmann, presidente dell’ANVGD di Genova, ha aperto i lavori ricordando come già i romani e i veneziani avessero portato la cultura italica nella Venezia Giulia e in Dalmazia lasciandovi monumenti e simboli che ancor oggi fanno mostra di sé, malgrado le tante distruzioni operate dal regime titino per cancellarli. Inoltre Dante Alighieri già nel 1300 nel suo “Inferno” della “Divina commedia” aveva descritto i nostri confini sul “Quarnero, che Italia cinge e i suoi termini bagna”.
Terre dove si parlava il dialetto istro-veneto, che dopo la caduta dell’Impero austro-ungarico vennero assegnate all’Italia nel 1918 e che con l’annessione di Fiume nel 1924 conclusero la guerre d’indipendenza realizzando finalmente l’Unità d’Italia.
Purtroppo l’entrata in guerra dell’Italia, nel 1940 e la resa incondizionata conseguente all’8 settembre 1943 determinarono l’arrivo dei partigiani di Tito che occuparono tutta l’Istria, compresa la città di Trieste, secondo gli accordi che erano stati stipulati nel febbraio del 1945 dai tre influenti politici dell’epoca - Churchill, Roosvelt e Stalin - riuniti a Jalta in Crimea.
Vi fu una persecuzione contro la popolazione italiana che avvenne in due tempi e cioè nei venti giorni di caos provocati dalla resa dell’8 settembre e al termine della guerra dal 1945 al 1947.
Si calcola che circa 10.000 cittadini italiani finirono nelle foibe, mentre moltissimi furono arrestati e condannati ai lavori forzati dalla nuova dittatura titina e soprattutto dall’azione della polizia segreta OZNA, che assunse i contorni di una pulizia etnica. Il terrore instaurato produsse l’esodo di circa 350mila italiani che ripararono in Italia per conservare la propria cittadinanza italiana e che vennero dispersi in 109 campi profughi sparsi nella penisola, in Sicilia e in Sardegna.

Il prof. Nicolò Scialfa, docente di Storia e preside dell’Istituto “Primo Levi”, ha ricordato come gli eventi storici quasi sempre seguono un iter addomesticato per ciò che concerne le stragi. “Così sta succedendo anche con la Shoah e ne consegue che le Nazioni colpevoli possono sfuggire alle loro responsabilità a seconda del mutato ordine politico. Infatti, quando l’Unione Sovietica era alleata della Germania nel 1940 per la liquidazione della Polonia, avvenne l’eccidio di 20mila prigionieri di guerra polacchi nella foresta di Katyn. Inizialmente la strage venne addebitata alla Germania ma col tempo fu accertato che le esecuzioni erano state opera dell’URSS, alla quale venne concessa l’amnistia perché… nazione vincitrice. Così è successo per le vittime delle foibe, alle quali fu riservata una “congiura del silenzio” perché la Jugoslavia di Tito - Stato cuscinetto tra Est e Ovest - era troppo importante per gli scopi politici dei due blocchi”. Comunque nel suo intervento il prof. Scialfa ha anche ricordato gli errori dell’Italia nel processo di italianizzazione delle minoranze slave e l’aggressione del 1941 giustificata dalla cacciata degli inglesi dalla Grecia.

Altri interventi hanno riguardato la magnifica accoglienza nel dopoguerra da parte dell’amministrazione social-comunista busallese che - in controtendenza con le vivaci ostilità che avvennero a Bologna, Ancona e Venezia - dettero cordiale ospitalità ai profughi, soprattutto fiumani e lussignani, che qui si rivolgevano in cerca di alloggi, dato che a Genova ce ne era carenza a causa dei bombardamenti subiti. Il sindaco, Antonio Cervetto, e l’assessore agli Alloggi, Paolo Martignoni, affissero dei manifesti per invitare la cittadinanza ad “aprire le loro ville, villette e case sfitte ai fratelli giuliani”. E così dal 1945 al 1950 transitarono per Busalla e le frazioni di Sarissola, Borgo Fornari, Giovi, Ronco e Casella, ben 3mila profughi.
Al termine e secondo la consuetudine, i convenuti si sono recati nell’accogliente e storica Villa Borzino, sede di rappresentanza del Comune, dove i locali profughi giuliano-busallesi hanno preparato per l’occasione un pranzo a base di jota e goulasch con i dolci tipici della Venezia Giulia.


 

 

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