Esuli

Quella bambina nel vortice dell’esodo consolata dalla poesia e da una vena ironica

Dolores Superina, Dolly per amici e parenti, è stata una tredicenne alla stazione del treno, nel giorno in cui partiva da Fiume alle 14.30 insieme alla madre e alla sorella. Anche a distanza di tanti anni da quel dopoguerra i ricordi non sbiadiscono così come succede per un popolo intero, provato dall’esodo, che continua a raccontare perché il mondo sappia e conosca una storia più grande di loro stessi. Perché non era facile decidere di andare o di restare, i destini venivano determinati altrove, sul tavolo della Pace di Parigi, nelle stanze in cui si siglavano accordi complicati di linee di confine, negli uffici del potere jugoslavo che aveva un grande disegno da realizzare. Ingranaggi in movimento che avrebbero finito per stritolare tutto, i diritti, la proprietà, la capacità di scegliere.

“Sapevo soltanto che mio padre ci stava aspettando a Trieste, era partito da due settimane per preparare la nostra nuova sistemazione”.

Che cosa rimaneva a Fiume?

“La città dov’ero nata e dove avevo frequentato le elementari. Abitavamo in Braida, in via Alessandro Volta. Il nostro condominio s’era svuotato lentamente, ora toccava a noi. Vi abitava il dentista Palma che girava con un cane lupo che si chiamava Argo, imponente, bastava la sua presenza per far girare tutti al largo. Poi c’erano dei commercianti che avevano in casa il pianoforte a coda, il telefono e la cameriera, stavano benissimo, se ne andarono per primi e nel loro alloggio si stabilì la portinaia che viveva di espedienti perché il suo profilo professionale non serviva più in quel nuovo Paese in cui i poveri comandavano rinunciando facilmente ad agi che non conoscevano”.
A San Pietro, snodo ferroviario, l’attesa di ripartire; il timore che il treno potesse tornare indietro è un ricordo ricorrente nelle storie degli esuli, soprattutto dei più giovani, non abituati a spostarsi.
“Avevamo messo tutti i nostri averi in una valigia. La camera da letto era stata venduta ad un croato canadese per ottanta dinari, depositati in banca in Italia che però per regole burocratiche, potevamo prelevare a piccole dosi. Il treno ci portò a Trieste arrivando verso sera, era maggio, i giornali riportavano a pieni titoli l’incidente di Superga, la morte dei calciatori del Torino, tra loro anche due fiumani. Ne parlavano tutti, il dolore e l’incredulità erano diffusi, si moriva anche lontano dalle trincee o dai campi di battaglia. Ne rimasi sbigottita”.

Prima destinazione il campo profughi?

“La prima settimana furono dei parenti di Trieste ad ospitarci, sistemati tutti in una stanza del loro appartamento nella zona di Campi Elisi, subito dopo ci trasferimmo al campo di Udine, per un’altra settimana. Siccome mio padre era sergente, decorato con medaglia d’argento per la campagna di Russia, gli fecero scegliere la destinazione. La nonna era a Gaeta, così per ricomporre la famiglia andammo a Latina. La nonna, cognome da nubile Benzìa, era dalmata dell’isola di Pago trasferitasi a Fiume, andata esule in Italia con l’altra figlia, sorella di mia madre. Rimanemmo al campo per 18 mesi, sistemati all’82, una grande camerata con muretti divisori di 2 metri d’altezza, non ci si vedeva ma si sentiva tutto. La nonna sapeva leggere e scrivere sia in italiano che in croato, si teneva informata con i giornali nelle due lingue. La sua passione erano le notizie sui regnanti, conosceva perfettamente il loro albero genealogico. I box 3 per 3 erano occupati da 3 persone, a noi che eravamo in 4 ci diedero due box ma si dovettero aggregare altre due persone”.
Forse maturò in quei momenti l’amore per la poesia, per raccontare l’attimo, fermare il tempo…
“Ho sempre avuto una vena ironica, mi piace ridere, sdrammatizzare le situazioni. Sono capace di raccontarmi le barzellette. Quando incontro conoscenti ed amiche mentre vado a fare la spesa, lascio andare le tristezze e cerco di suscitare il buonumore, aiuta a stare bene. Le poesie contengono spesso una vena amara perché la vita non ci risparmia delusioni e nostalgie, ma è solo un attimo, più di confessione che di pessimismo…e si va avanti”.

Dal Lazio al Piemonte, in cerca di lavoro?

“Seguimmo la famiglia. Lo zio aveva trovato un posto a Torino e così ci stabilimmo tutti a Montanaro. Lasciare il campo di Latina era stato molto difficile, i miei genitori dovettero simulare una separazione così lui riuscì ad ottenere il permesso di andare altrove. A Torino trovò impiego alla Fergat, la fabbrica delle Lambrette. Il distacco fu difficile, sentivamo la sua mancanza, così la mamma, che era tosta, decise di fargli una sorpresa e si presentò a Torino. Ci sistemammo tutti nell’unica stanza che gli zii erano riusciti a pendere in affitto, eravamo in sette, si dormiva per terra. La stanza però si affacciava sul cortile di una fabbrica dismessa, dall’altra parte scorreva il fiume con il mulino ad acqua. Mio padre chiese ai proprietari del capannone la possibilità di ritagliare uno spazio all’interno per sistemare la famiglia. Costruì delle pareti con materiale di recupero, le rivestì di cartoni e poi tappezzò tutto con le pagine delle riviste patinate tipo Grand Hotel, Luna Park, Grandi firme, Sogno, saldandole con la colla fatta di acqua e farina. Era una meraviglia stendersi sul letto e leggere la stanza…”

Quel cortile divenne un punto di riferimento importante. L’inizio di un lungo racconto di vita…

“È vero. Quando il capannone venne acquistato per produrre la bagna cauda, la tipica salsa piemontese, noi ci spostammo dall’altra parte del cortile in un magazzino, sempre pagando un regolare affitto. Tolsero le assi del pavimento di legno per costruire i muri divisori e trasformare lo spazio in una specie di appartamento con camera e cucina. In terra venne colato del cemento con molta sabbia, quando si doveva scopare, si portava via gran parte del rivestimento. Il gabinetto era esterno. I mobili della nonna erano stati mandati da Fiume in Italia, con le masserizie degli esuli e sistemati in un magazzino a Venezia. Facemmo domanda per il loro recupero. Così arredammo questi spazi con i letti, un tavolo, quattro sedie ed un baule. A Montanaro comprammo la cucina economica che funzionava a legna e una poltrona letto. Noi tre donne dormivamo sul lettone e nostro padre in poltrona. Per l’estate acquistammo un fornello a gas. Mia madre in quelle precarie condizioni riusciva a fare il pane, qualche dolce, l’oresgnaza fiumana con le noci, lo strudel, per non perdere quelle tradizioni che ci appartenevano e che davano gioia. Eravamo diventati praticamente contadini, si raccoglieva nei dintorni tutto ciò che si poteva usare in cucina. Si andava ad aiutare i contadini, a spigolare il grano ed altro. All’inizio ci trattavano con freddezza ma piano piano capirono la nostra situazione e cercarono di aiutarci. Ci si riscaldava con la legna che io e mia sorella andavamo a raccogliere nel bosco. Una volta, trovammo un albero schiantato dal maltempo. Chiedemmo un carretto in prestito, lo caricammo e ce lo portammo a casa. Ma lungo la strada ci fermarono i carabinieri. Ci dettero una lavata di testa, gli alberi erano proprietà comunale e non si potevano prendere senza un preciso permesso. Fummo convocate in caserma dove ci spiegarono i termini dell’infrazione e ci rimandarono a casa. Avvisarono il Comune e arrivarono degli operai a tagliare l’albero in tanti pezzi che furono sistemati lungo la strada ad asciugare perché il legname era ancora verde. Così, nonostante la ramanzina, giorno dopo giorno, un pezzo oggi e un pezzo domani, la legna finì ugualmente nella stufa”.

La vostra, come quella della maggioranza degli esuli, era una realtà di famiglie allargate…

“Esatto, nel nostro caso il cortile era il luogo d’incontro. Gli adulti decisero di dedicarsi anche all’allevamento e ci trovammo con 35 conigli da accudire, ci si arrangiava in ogni modo e si condivideva. Andavamo anche al cinema, la bellezza e la felicità vissute sullo schermo ci aiutavano a sognare, erano una promessa per quel futuro che noi ragazzi potevamo immaginare. Era molto più dura per i nostri genitori. Quando ci sfrattarono dal capannone per produrre la bagna cauda, ci fu modo di dare una mano e di guadagnare qualcosa lavorando per la ditta, poi anche questa fallì, in compenso ne mangiammo all’infinito anche stravolgendo la tradizione, con la bagna si accompagnano le verdure, noi condivamo la pasta convincendoci che gli ingredienti, aglio, olio, burro e alici fossero perfetti per ogni piatto”.

Quando arrivò una casa vera?

“Nel 1956, eravamo in Italia dal 1949. Il primo alloggio fu a Falchera alla periferia di Torino, direzione Milano, dove l’Inal aveva costruito le case popolari. Più tardi sorse verso Venaria il villaggio dei profughi dove trovarono casa molti giuliano-dalmati, anche la famiglia di colui che sarebbe diventato il mio futuro marito. L’insediamento compatto di gente proveniente da una vicenda comune, creò comunità e divenne un importante punto di riferimento. Gli alloggi non erano molto grandi, una famiglia di tre persone poteva disporre di camera e cucina. Ma erano comunque un inizio ed un netto miglioramento. Per molti è diventata la casa per sempre che non hanno mai abbandonato ed oggi possono riscattare per 900 euro. È una decisione del Comune di qualche giorno fa. La problematica della casa è stata da sempre al centro dell’interesse e dell’impegno dell’ANVGD a Torino ed i risultati sono stati notevoli. Le case dei profughi sono a Lucento e Vallette e la comunità è ancora una realtà compatta. Qui si respirano Istria, Fiume e Dalmazia”.

Anche i figli hanno questa consapevolezza?

“Assolutamente, ed anche i nipoti. Ho sposato un rovignese, i miei figli abitano in zona, anche i nipoti. Conoscono i luoghi di provenienza delle nostre famiglie, ne abbiamo sempre parlato apertamente ed animatamente come nella nostra natura vivace. Per loro la vacanza è il mare di Rovigno. Quando Cristicchi ha presentato Magazzino 18, siamo andati tutti a vederlo. Con mia nipote Erika e un cugino fiumano come me, cresciuto al mio fianco a Montanaro, siamo andati a vedere lo spettacolo anche a Fiume, un’esperienza indescrivibile. Ero nuovamente nella mia città e un attore stava cantando la mia storia, non posso descrivere l’emozione di quel momento. Ho espresso a Cristicchi la mia gratitudine e ci siamo abbracciati”.

La poesia come si colloca in questo percorso di vita?

“Scrivo su foglietti sparsi, appunti che fermano i pensieri, per me, per chi resterà, per i miei nipoti che ricopiano i testi al computer e vivono intensamente il nostro pensiero”.

 

 

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