Cultura

«IL NOSTRO SUCCESSO È STATO DEL TUTTO INASPETTATO»

Sabato scorso è partito dal Pogon kulture (ex Stereo) di Fiume, il mini tour promozionale del loro nuovo album “To love or to hold” (Amare o tenere). Tre sole date per lanciare un doppio disco che preparavano da tempo e di cui la prima parte (To love) si trova già sul mercato discografico da inizio 2017. I Jonathan – band alternativa fiumana nata nel 2011 e formata da Zoran Badurina, Nikica Jurjević, Darko Petković, Tomislav Radinović e Branko Kovačić – non nascondono la loro emozione in vista del primo dei tre concerti in questione. Li incontriamo in un locale in centro a Fiume per farci raccontare la loro storia, dagli inizi ad oggi, iniziando però dalla fine ossia dallo show svoltosi lo scorso 21 aprile nella loro città, dinanzi al loro pubblico. Giocare… in casa non è mai facile, per cui ammettono di averlo preparato nei minimi dettagli. Come d’altronde le altre due date che li attendono, e precisamente il 27 aprile nel Centro culturale “Grad” di Belgrado e il 12 maggio nel club Tvornica kulture di Zagabria.

“Diciamo che ci sarà un po’ di tutto. Eseguiremo tutti i brani del nostro nuovo album ‘To hold’ e parecchi altri dei CD precedenti per cui durerà un bel po’. Avremo anche degli ospiti, ma non riveliamo chi per non rovinare la sorpresa. Sarà inoltre un’occasione per presentare il nostro nuovo membro, il tastierista Hrvoje Šćulac – annunciano –. Chi ormai ci conosce, sa che cosa aspettarsi da un nostro concerto, sa che non ci risparmieremo e che sul palco non mancherà l’energia, la potenza“.

Che cosa provate a esibirvi dinanzi al pubblico… di casa? È diverso che in altri casi?

“Sì, dobbiamo ammettere che non è la stessa cosa, l’emozione si fa sentire di più. Ma dobbiamo anche dire che siamo partiti bene dal solo inizio. Ci hanno accettati benissimo sia a Fiume che nel resto del Paese. A Zagabria soprattutto. Il pubblico fiumano, però, è noto per essere un po’ più esigente degli altri e per tale motivo dà l’impressione di essere più freddo. Lo sappiamo perché ne facciamo parte anche noi, d’altronde. Ai concerti è più chiuso, osserva a lungo, ascolta con attenzione, non si apre facilmente, anche se dobbiamo dire che ai nostri concerti si concede senza troppi problemi (risata). È il fatto del giocare… in casa che ci fa trepidare un po’ di più, ma siamo prontissimi, nella consapevolezza di esserci preparati piuttosto bene. Abbiamo provato tanto per cui speriamo di non deludere i nostri ascoltatori. Siamo sicuri che questo mini tour promozionale andrà alla grande”.

Che cosa accadrà dopo le tre date previste?

“Partirà la nostra tournée estiva con parecchi concerti”.

Com’è iniziata l’avventura dei Jonathan? L’anno di formazione è il 2011… Qual è il vostro background musicale?

Zoran Badurina (vocalist e autore dei testi, oltre che titolare del club fiumano “Život“): “Abbiamo tutti già suonato in passato in altre band. Io, personalmente, facevo parte tanti anni fa, assieme al nostro batterista Branko Kovačić, dei Salion. Nel 2011 si era tenuta all’ex Stereo a Fiume la manifestazione ‘Slobodna energija’ (Energia libera) che riunisce ogni anno tantissime persone, gruppi che erano in voga sulla scena cittadina negli anni Novanta. Essendo stati, in quella circostanza, Branko ed io gli unici superstiti della band, avevamo pregato Darko Petković, ex membro dei Pasi, e Tomislav Radinović, ex dei Mandrili, di unirsi a noi sul palco per eseguire assieme qualche brano dei Salion. Era stata una vera e propria esplosione e l’intesa è stata fortissima da subito. Non potevamo lasciar perdere. Quell’energia era troppo preziosa. Poi si è unito a noi anche Nikica Jurjević ed è iniziata questa bellissima avventura. È successo tutto in maniera spontanea: zero piani, zero aspettative. Davvero soltanto un attimo in cui tutto ci è sembrato perfetto. Suppongo che ciascuno di noi, nel proprio subconscio, fosse pronto per una roba del genere, ma che ancora non ne fosse consapevole. C’è voluta quell’esibizione per capirlo, tanto più che anche i brani nascevano con grande facilità e leggerezza, totalmente spontanei. Così sono nati i Jonathan“.

Perché questo nome?

“Non siamo mai riusciti a spiegarlo fino in fondo. Come la band, anche il nome ci è venuto in un attimo d’ispirazione. È giunto dopo che abbiamo iniziato a frequentarci assiduamente, da un nostro - scusate il termine - cazzeggiare interno, da un prenderci in giro a vicenda per certi nostri lati caratteriali che assieme fanno parte di questo personaggio inventato, Jonathan appunto, un individuo che è un po’ la somma di tutti noi”.

Che cosa è successo poi?

“Inizialmente ci trovavamo soltanto per il gusto di suonare assieme, senza nessuna pretesa. Poi, a un certo punto, avendo composto una decina di brani, abbiamo deciso di inciderli, giusto per vedere che cosa ne sarebbe saltato fuori. Ed è stato un vero e proprio boom. Il nostro album d’esordio ‘Bliss’ è andato alla grande, sia tra il pubblico che tra i critici. È seguito il nostro primo concerto ufficiale, che si è tenuto nel club zagabrese Tvornica kulture, in quell’occasione troppo piccolo per contenere tutti quelli che erano giunti per sentirci. Stentavamo a crederci. Ci siamo guardati e ci siamo detti: ‘È fatta. Non si torna più indietro’. In quel frangente abbiamo capito che la cosa si era fatta seria e che eravamo una band a tutti gli effetti (risata)”.

I vostri testi sono tutti in iglese. Come mai?

Zoran Badurina: “Anche se potrebbe sembrare strano, scrivo da sempre in inglese, mi viene più facile. La musica, però, la facciamo insieme. Di solito succede che quando siamo in sala prove, loro iniziano a improvvisare con gli strumenti e io mi aggancio con le parole. Dunque, nasce prima la musica e poi il testo. Il 60 per cento del testo arriva in quel momento e poi, una volta da solo, mi siedo e lo concludo, gli do un senso, lo affino. Diciamo che con i brani non abbiamo mai avuto problemi perché ci arrivano molto facilmente. Finora ne abbiamo pubblicati una quarantina, ma ne abbiamo almeno altri cento nel computer. Ne vedrete delle belle (risata)”.

Che cosa vi ispira?

“L’ispirazione o ce l’hai o non ce l’hai, e quando ce l’hai attingi da tutto quello che ti circonda. Generalmente i nostri pezzi nascono da certe riflessioni interne sui vari aspetti della vita, ma anche da situazioni esterne, da ciò che viviamo. Più di tutto, arrivano da un’emozione, sia questa la gioia o la rabbia o altro. Introspezione allo stato puro (risata). Dipende dal momento, dalla giornata. L’importante è che nessuno della band faccia pesare il proprio ego, o insista su qualcosa di proprio. Se si è liberi da questo tipo di approccio, tutto risulta più facile e leggero, e la creatività è libera di volare. In caso contrario, si blocca. Ognuno esegue la propria parte di lavoro e un buon rapporto interpersonale è la base di tutto”.

Ci sono mai stati degli screzi tra di voi?

“Non possono non esserci discussioni, ma l’importante è che non finiscano dove non dovrebbero finire. Credo che ciascuno di noi abbia una certa esperienza alle spalle, e abbastanza intelligenza per sapere che i battibecchi non portano da nessuna parte. Dev’esserci tolleranza ed elasticità, la predisposizione ad ascoltare e cogliere anche il consiglio o il suggerimento altrui ed essere pronti a volte anche a lasciar perdere la propria idea se il gruppo ne ha un’altra, migliore. Se si è pronti a fare un passo indietro quando serve, il risultato è sempre quello giusto”.

Che cos’è cambiato negli anni, dal 2011 in qua?

“Come abbiamo già detto, la cosa si è fatta seria da subito, già dopo i primi sei mesi. Un fatto curioso è che all’epoca i media parlavano di noi tantissimo ma allo stesso tempo non avevamo tenuto molti concerti per farci conoscere meglio dal pubblico per cui in molti avevano supposto fossimo un fenomeno mediatico creato a tavolino e non una band vera e propria. Abbiamo, però, rimediato presto e quando si è capito chi eravamo veramente, è partita la vera avventura dei Jonathan. Generalmente quando il primo album di un gruppo musicale viene accettato così bene come lo è stato il nostro, per il secondo le aspettative crescono. Consapevoli della cosa, per ‘To love’ abbiamo tentato di non farci influenzare da questo cliché e di non forzare troppo le cose. I nuovi brani sarebbero dovuti arrivare spontanei come nel primo caso. Il secondo disco si è rivelato pertanto completamente diverso dal primo, come se l’avesse realizzato un’altra band. E anche quest’ultimo, ‘To hold’, si presenta sulla scia del secondo, ma allo stesso tempo viaggia in un’altra direzione”.

Come descrivereste il genere musicale da voi adottato?

“Non possiamo classificarlo. Non ci sono cassetti in cui chiuderlo. Inizialmente ce n’era uno, ma col tempo si è consumato per fare posto ad altri generi. Siamo dell’avviso che non debbano esserci confini; la musica è immensa e bisogna cogliere tutto ciò che essa offre, ovviamente nei limiti che ci competono. È sempre e comunque rock’n’roll”.

In ciò che create, credete si senta quel tipico suono fiumano per cui la città è nota?

“Forse di base un po’ sì, ma in gran parte no. D’altronde, lo dicono anche i critici, che affermano sempre che non si direbbe mai che i Jonathan siano una band di queste terre. Forse anche per l’inglese, sembriamo più un gruppo estero”.

Avete aspirazioni a fare carriera internazionale?

“Aspirazioni di questo tipo devono esserci sempre. Si deve sempre aspirare a qualcosa di più per andare avanti. Ci piacerebbe farci sentire anche all’estero, ma giusto per il fatto di ottenere una reazione, vedere come ci percepiscono fuori, capire se l’esplosione di cui parlavamo prima sia avvenuta soltanto perché siamo una novità per la Croazia o se potremmo funzionare anche fuori dai confini del nostro Paese. Sarebbe curioso scoprire se potremmo concorrere con i gruppi internazionali con i quali ci paragonano. Ci sono stati dei contatti con manager da fuori e la reazione è stata buona, ma tutto dipende poi dalla persona che ti prende in mano e da come saprà promuoverti all’estero. Di noi in Croazia si prende cura l’agenzia zagabrese LA e ne siamo più che soddisfatti. Bisognerebbe vedere, però, che cosa succederebbe se firmassimo un contratto con un’agenzia estera”.

Quali esperienze avete avuto con l’estero?

“Abbiamo avuto l’onore di andare in tour con gli Editors in qualità di gruppo apripista, e la reazione del pubblico è stata migliore delle aspettative, veramente fantastica. L’estate scorsa abbiamo suonato anche coi The Killers e a Lubiana con i grandi Pet Shop Boys. Sono band enormi e appena quando sei dentro e scopri come funziona tutto questo, capisci determinate cose. La produzione è tutto e tutto dipende da essa. Se sei in mano a grandi produttori, hai le porte aperte dappertutto”.

Cambiamo tema: come riuscite a conciliare la vita familiare, lavorativa (perché tutti voi fate altro nella vita) e gli impegni della band?

“È una corsa perenne. Se la cosa si facesse ancora più seria, probabilmente lasceremmo tutti il nostro lavoro primario e ci concentreremmo soltanto sulla musica. Per il momento non è possibile. Non potrebbe succedere dall’oggi al domani e ognuno di noi dovrebbe parlare con sé stesso e capire se è pronto per un passo così importante. Non è facile, è sempre un rischio, ma chi non rischia non rosica (risata). Se fossimo sicuri che la cosa potesse funzionare a lungo termine, soprattutto dal punto di vista finanziario, ci butteremmo di sicuro. Per il momento, tutto ciò che guadagnamo lo investiamo nella band, e viviamo ancora dei nostri attuali stipendi. La cosa bella è che siamo riusciti a realizzare un nostro studio, e che paghiamo da soli le spese promozionali. I Jonathan riescono ad autofinanziarsi, ma per la vita non resta infine molto per cui siamo costretti a mantenere i rispettivi lavori, per il momento”.

Cambiamo nuovamente argomento. Vi piacerebbe uscire sul mercato italiano?

“Senz’altro. Abbiamo suonato con gli Editors a Bologna e dobbiamo dire che la reazione del pubblico è stata ottima. Sarebbe curioso e interessante, anche se credo che funzioneremmo meglio sui mercati inglese e americano visto l’inglese e lo stile che ci contraddistingue. Il mercato più forte è quello britannico, che d’altra parte è molto chiuso e concentrato sulle proprie band. È difficilissimo entrarci, ma non impossibile. Una cosa bella è che si sta aprendo a piano a piano anche il mercato orientale. Ci sono band per le quali non si è mai sentito e che sono in tour tutto il tempo. Noi, comunque, abbiamo in piano di tentare la via dell’Inghilterra in autunno. Se vivessimo lì, se fossimo un tantino più giovani (i membri dei Jonathan sono più o meno tutti sulla quarantina, nda) e più pazzi, ne avremmo probabilmente già fatta di strada. Ma tentar non nuoce”.

Dove vi hanno accolti meglio, oltre che in Croazia?

“In Serbia è stato un boom. Ma anche in Slovenia, e nel resto dei Paesi dell’ex Jugoslavia. Anche in Italia, dobbiamo dire. A Bologna abbiamo avuto veramente una splendida accoglienza. Generalmente quando sei il gruppo apripista di uno molto più grande, il pubblico non si aspetta granché e ti ascolta, quel che si suol dire, con un solo orecchio. Nel nostro caso non è stato così e l’approccio con chi ci stava a sentire è stato da subito ottimo. In quel frangente ci siamo fatti tantissimi fan italiani e stretto diversi contatti al punto che riceviamo ancora delle proposte da tutta l’Italia”.

Che cosa ne pensate della scena fiumana di oggi?

“Si sta muovendo costantemente qualcosa, stanno arrivando venti nuovi e Fiume, come capitale del rock, è finita da almeno un decennio. I giovani di oggi sono in un altro film e per loro avere una band non è la fine del mondo come lo era per noi in passato. Ai nostri tempi, a Fiume ognuno aveva un sua gruppo, ce n’erano almeno cento in giro e il festival ‘Ri rock’ aveva un senso. Era difficile anche entrarci. Oggi è diverso e bisogna osservare la scena globale, Slovenia, Bosnia, Serbia… perché appena allora capisci che qualcosa sta succedendo”.

E nel mondo invece?

“Vale lo stesso. C’è questo problema dell’iperproduzione e i prodotti si consumano molto più in fretta, ma se vai a graffiare sotto la mainstream, che è sempre spazzatura, scopri che ci sono tantissime ottime band. Bisogna soltanto trovarle. L’ultima rivoluzione nel rock è avvenuta negli anni Novanta, diciamo ai tempi dei Nirvana, che è stata l’ultima grande band”.

Con chi sognate di suonare?

“Fateci pensare… Nick Cave senz’altro! O i Queens of the Stone Age, ad esempio…”.

I Jonathan hanno un sogno nel cassetto?

“Di fare soltanto questo: vivere di musica”.

Ci date un’esclusiva?

“Stiamo lavorando su un nuovo progetto, inedito nel mondo, che riguarda la promozione del nostro nuovo album ‘To love or to hold’. Oltre alla presentazione dello stesso, daremo spazio a una realtà virtuale grazie alla quale il nostro pubblico avrà modo di entrare più profondamente nel mondo Jonathan. Diciamo che introdurremo nel racconto nuove tecnologie e nuovi approcci verso i fan. Sarà una rivoluzione a livello mondiale in quanto è una novità assoluta dal punto di vista tecnologico”.

Come vi è venuta quest’idea?

“Ci è stata proposta da gente del settore e noi l’abbiamo colta al volo. Non diciamo altro. A breve lo scoprirete”.

 

 

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