Cultura

La voce di un esule orfano

ROMA | Aveva soli 9 anni quando rimase orfano. I genitori gli furono strappati via dall’OZNA – la polizia segreta di Tito – alcuni mesi dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Non seppe più niente di loro, né della sentenza di morte, né il motivo della stessa. Da quel momento fu inevitabile la via dell’esodo con quanti rimasero vivi della sua famiglia. Questa è la storia dell’esule fiumano Fabio Colussi, classe 1936. In Italia, il suo percorso professionale l’ha portato a diventare militare di carriera, fino ad arrivare all’alto grado di generale. Terminati gli studi liceali, entrò a far parte dell’Aeronautica Militare frequentando l’Accademia e poi come ufficiale pilota percorse tutte le tappe previste fino a ottenere il grado di Generale di Squadra aerea (tre stelle). Fabio Colussi ha ricoperto nel corso della sua vita importanti incarichi sia in ambito nazionale che internazionale, come ad esempio in seno alla NATO; in qualità di pilota ha svolto varie mansioni, in particolare quella d’istruttore e di collaudatore dopo avere frequentato un corso di qualifica professionale in Inghilterra. Ma le sue radici fiumane non le ha mai dimenticate. In occasione del Giorno del ricordo, che viene celebrato oggi 10 febbraio, abbiamo voluto intervistarlo per raccogliere la sua testimonianza, e soprattutto, per non dimenticare.

Lei è nato a Fiume nel 1936. Che ricordi conserva della città di allora?

“Ho un vago ricordo del periodo prebellico, ero troppo piccolo. Rammento bene, invece, il periodo successivo, soprattutto quello dopo il 1941, quando iniziai a frequentare la scuola elementare. Ho bene impresso nella memoria come i primi due anni di guerra non fossero stati particolarmente duri, a parte le restrizioni alimentari dovute all’economia di guerra: tesseramento e razionamento di tutti gli alimenti a cominciare dal pane. Il brutto venne dopo, quando le vicende belliche cominciarono a peggiorare per l’Asse e iniziarono i bombardamenti e le attività dei partigiani. Il ‘43 fu l’anno cruciale fino al fatidico 8 settembre quando la situazione precipitò. A Fiume non intervennero i partigiani di Tito in quanto sede del comando della 2ª Armata, che tenne il controllo del territorio fino all’arrivo dei tedeschi, a differenza di quanto accadeva in Istria. L’occupazione tedesca non era certo motivo di gioia, ma era considerata il male minore dato quello che era accaduto in Istria”.

Che ricordi ha dei bombardamenti a Fiume?

“I bombardamenti si intensificarono con l’andar del tempo arrivando al massimo nel periodo ‘44/‘45. Ricordo notti e intere giornate trascorse nei rifugi antiaerei tra mille disagi soprattutto nell’ultima parte del ‘45, prima del termine della guerra, che per noi fiumani italiani purtroppo non significò la fine delle sofferenze”.

Come ha vissuto, invece, l’arrivo dei partigiani?

“Non amavamo certo i tedeschi, ma l’arrivo dei partigiani di Tito è stato come cadere dalla padella alla brace. Era chiaro il loro obiettivo: l’annessione di Fiume alla Jugoslavia, da conseguirsi con ogni mezzo, come hanno dichiarato a chiare lettere i due mastini di Tito, Edvard Kardelj e Milovan Đilas: ciò significava pulizia etnica e terrore per indurre i sopravvissuti all’esodo. Cosa che puntualmente si verificò”.

Concluso il conflitto bellico, i suoi genitori furono arrestati. Secondo lei, per quale motivo?

“Mio padre, Carlo Colussi, aveva ricoperto importanti incarichi a Fiume tra cui quello di Podestà dal ‘35 al ‘39, distinguendosi sempre per la sua azione equilibrata e moderata anche nei confronti della popolazione croata, tanto che ebbe l’onorificenza di Commendatore della Corona Jugoslava concessagli da Re Pietro II, di cui conservo il diploma, scritto in serbo e quindi illeggibile per me, e la splendida decorazione. Richiamato in servizio come ufficiale di complemento del Regio Esercito, fu inviato a Buccari come Commissario civile dopo l’invasione delle truppe italiane; anche in questo delicato incarico seppe agire con equilibrio e moderazione, spesso contravvenendo di sua iniziativa alle direttive del Prefetto di Fiume, che era fautore della linea dura. Riuscì così a evitare a Buccari una tragedia analoga a quella di Podhum. Mantenne, infatti, dov’era possibile, il personale croato negli incarichi pubblici. Questo comportamento gli fu riconosciuto anche dagli avversari, soprattutto quando riuscì a salvare dalla deportazione e forse dalla fucilazione, alcuni fiancheggiatori dei partigiani, che furono imprigionati, ma che riuscirono a salvarsi. Per questo motivo, mio padre non fu assassinato subito, come altri eminenti fiumani, e fu interrogato da Oskar Piškulić, il quale gli dichiarò che non c’erano accuse a suo carico e che poteva rimanersene tranquillo. Non so che cosa abbia poi cambiato la situazione in peggio, ma considero che le disposizioni di Đilas e Kardelj abbiano determinato il cambiamento. Infatti, mio padre assieme a mia madre, che lo accompagnava, furono arrestati l’8 agosto 1945, ovvero tre mesi dopo l’ingresso dei partigiani in città e dopo che mio padre era stato interrogato e riconosciuto estraneo a crimini di guerra. Da quel momento non ho più rivisto i miei genitori. Quello che mi rimane di loro è un ultimo bacio che mi diede mia madre prima di uscire di casa. Di loro non abbiamo saputo più nulla, nonostante i nostri tentativi e ricerche, fino al dicembre successivo quando mia nonna materna, di madrelingua croata, andò al comando della Vojna Uprava (amministrazione militare, nda) dove le fu comunicato che i miei genitori erano stati fucilati. Non abbiamo mai saputo la data dell’esecuzione, né il luogo della sepoltura – forse la foiba di Kostrena – né la motivazione della sentenza di morte”.

Porta rancore per gli aguzzini dei suoi genitori?

“Rancore non è la parola esatta: direi piuttosto odio. So perfettamente che non è un atteggiamento cristiano, ma non posso farci niente. Naturalmente, ora che per legge naturale gli assassini e i loro mandanti sono sottoposti alla Giustizia Divina, non posso non inchinarmi al Giudizio dell’Altissimo”.

Com’è stato crescere da esule orfano in Italia?

“Inizialmente la vita di esule, o profugo, come si diceva allora, è stata molto dura perché altrove in Italia i nostri connazionali non riuscivano a comprendere la nostra tragedia”.

Ha cercato mai d’intraprendere determinate azioni legali?

“Sì. A Roma c’è stato anche un processo contro Oskar Piškulić e altri aguzzini, ma i deboli governi italiani hanno di fatto vanificato ogni azione legale”.

Quando riuscì ad andarsene da Fiume?

“In seguito all’entrata in vigore del Trattato di Pace i miei nonni e noi bambini abbiamo lasciato Fiume nella primavera del ‘48, per la precisione, io all’epoca mi trovano già in Italia dove frequentavo le scuole medie in un collegio”.

E quando vi è tornato per la prima volta?

“Dopo 40 anni, nell’ottobre del 1989. Ho provato un’emozione profonda, ma la gioia di rivedere la mia città natale fu turbata dal dolore di vederla e di sentirla irrimediabilmente perduta: mi sentivo ‘straniero in patria’. Inoltre, la città portava ancora i segni della miseria causata dal regime comunista di Tito. Non ho ritrovato l’atmosfera gioiosa della mia infanzia prima del triste periodo della guerra. Ora, per fortuna, la situazione è enormemente cambiata in meglio. Nelle mie successive visite ho notato un continuo miglioramento, ma non posso comunque fare a meno di rattristarmi all’idea che Fiume non sia più italiana”.

Che cosa rappresenta per lei la ricorrenza del 10 febbraio?

“Un tardivo, molto tardivo, riconoscimento delle sofferenze patite dalle popolazioni giulano-dalmate. Ma la colpa di questo ritardo va ricercata esclusivamente nei governi italiani”.

 

 

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