Cultura

Il «Pirandello americano» ammiratore di Fellini

23 mario fratti 620x430FIUME Conciso, di poche parole, ma soprattutto diretto, con una straordinaria capacità di dialogo e chiarezza. È la sensazione emersa dopo la conversazione avuta con l’autore e drammaturgo aquilano Mario Fratti, classe 1927, residente a New York dal 1963. È considerato uno dei commediografi più prolifici e rappresentati degli Stati Uniti, tanto che spesso lo definiscono il “Pirandello americano”. E, infatti, non passa stagione senza che una sua opera non venga rappresentata nei vari teatri mondiali. “Sei donne appassionate” – una delle sue prime commedie ispirate alla vita di Federico Fellini, da cui fu tratto il musical “Nine” – è il prossimo allestimento del Dramma Italiano, con la regia di Vincenzo Manna, che debutterà alla fine di novembre. Le opere teatrali di Mario Fratti, ad oggi circa una novantina, sono state tradotte in 20 lingue e rappresentate in 600 teatri di ogni angolo del pianeta. Mentre sono in corso in questi giorni le prove dello spettacolo del DI, abbiamo interpellato Mario Fratti per un’intervista.

“Sono felicissimo quando i miei testi vengono rappresentati in teatro – ha esordito il drammaturgo, che abbiamo raggiunto telefonicamente nella sua abitazione a Manhattan –. Oltremodo mi fa piacere che il Dramma Italiano, la compagnia di prosa in lingua italiana di Fiume, così vicina all’Italia, abbia scoperto il testo e sia in fase di allestirlo”.

Come nasce il testo “Sei donne appassionate”?

“Da sempre sono stato interessato ai personaggi femminili. Al Theater for the New City di New York avevamo un gruppo di sei attrici molto brave, e scelsi quindi di raccontare la storia di Federico Fellini basandomi proprio sulle loro caratteristiche. La commedia venne rappresentata per la prima volta nel 1974 nella Grande Mela”.

Che cosa ha in comune Mario Fratti con Federico Fellini?

“Lo conoscevo e seguivo le sue prove. L’ho sempre ammirato, soprattutto per il fatto che sembrava passivo nello studiare i movimenti degli attori e poi interveniva dando indicazioni”.

Da questa versione nacque poi il musical “Nine”?

“Tutto cominciò con la rappresentazione e la pubblicazione in India e a New York della mia commedia ‘Sei donne appassionate’ (vita di Federico Fellini). Il liricista di ‘Chorus Line’, Ed Kleban, che aveva scritto delle musiche per il mio ‘Frigoriferi’, vide lo spettacolo e mi suggerì di trasformarlo in un musical. Mi presentò un giovane compositore di talento, Maury Yeston, con il quale ho lavorato quasi sette anni. Così nacque il mio ‘Nine’. Vincemmo insieme alcuni premi e finalmente trovammo produttori e regista. Debuttò nel 1982 e fu un grande successo durato per anni. Un musical, o meglio ancora, un ‘vero fenomeno teatrale, con oltre duemila repliche’, che conquistò ben sette Tony Award, per il teatro l’equivalente dell’Oscar nel cinema”.

“Nine” è diventato poi anche un film?

“Proprio così. Un film per la regia di Rob Marshall, con un cast di stelle del cinema mondiale, come Penelope Cruz, Marion Cotillard, Sophia Loren, Nicole Kidman, Judi Dench, Daniel Day Lewis e altri ancora”.

Un suo giudizio sulla trasposizione cinematografica?

“È un giudizio piuttosto deludente. In tutte le mie opere cerco di dare un finale molto forte. Il film ‘Nine’ di Rob Marshall lo indebolisce. Nella pellicola non c’è la forza del testo. Specialmente nel finale, che è incompleto e impreciso. Il regista Marshall non ha usato le tante mie singolarità creative che hanno portato al successo il musical. Il film tenta di riprodurre l’originale ‘8 e mezzo’, di Fellini. Ha cambiato il testo e omesso il mio finale, che era molto diverso e sorprendente. Rob Marshall ha fatto a modo suo. Il pubblico ha capito che il Maestro italiano non può essere replicato. Di Fellini ce n’è stato uno solo, straordinario e irripetibile”.

Come mai ha deciso di trasferirsi negli Stati Uniti, e in particolare a New York?

“Al Festival dei Due Mondi di Spoleto, incontrai Lee Strasberg, che diresse la mia commedia ‘Il suicidio’. Grazie a lui ebbi l’occasione di rappresentarlo a New York, all’Actor’s Studio, e fu un successo anche per la perfetta messa in scena e l’ottima interpretazione degli attori. Scelsi di restare a New York per la grande opportunità che questa città mi offriva, soprattutto per la scena teatrale”.

Com’è la Comunità italiana in America, di cui lei è uno dei massimi esponenti?

“In generale la Comunità italiana, ovunque essa si trovi, è sempre un po’ passiva rispetto alle altre. Legge poco ed è assente dagli spettacoli e dalla vita culturale. Quella newyorkese, come anche in generale quella statunitense, è dello stesso stampo. Per propria scelta, si rilega ai margini”.

È in contatto con il Dramma Italiano per suggerimenti e indicazioni sulla messinscena?

“No. Il regista Vincenzo Manna è molto indipendente e non ha bisogno dei miei consigli. Segue il suo istinto per il montaggio dello spettacolo”.

Ci sarà alla prima di “Sei donne appassionate” nell’allestimento del Dramma Italiano?

“La cosa è ancora abbastanza vaga e non sono sicuro se riuscirò a venire a Fiume”.

 

 

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