Cultura

«La verità non ci è data, dobbiamo scoprirla»

FIUME | Nell’ambito delle Giornate del patrimonio ebraico, organizzate in occasione del 70º anniversario della ricostituzione della Comunità ebraica a Fiume, nella sinagoga di via Ivan Filipović si è tenuta una conferenza nella quale l’artista Tobia Ravà, la cui mostra “Da’at – I numeri della creazione” è stata inaugurata il giorno prima negli spazi del tempio ebraico, ha illustrato le sue opere. Si tratta, infatti, di lavori, ovvero paesaggi, ritratti e sculture, che si basano sul valore mistico delle parole e dei numeri, sulla kabbalah e la ghematrià.

Nella sua breve introduzione alla conferenza, la coordinatrice della manifestazione, Rina Brumini, ha spiegato che le Giornate del patrimonio ebraico sono un evento “a porte aperte”, organizzato in collaborazione con PaRDeS, Laboratorio di Ricerca d’Arte Contemporanea, e con il patrocinio e il supporto finanziario della Città di Fiume, della Regione litoraneo-montana, dei Consigli della minoranza nazionale italiana della Regione e della Città e della Società “Dante Alighieri”. Ha voluto inoltre ringraziare il Museo di Marineria e di Storia del Litorale croato, il Museo di Arte moderna e contemporanea (MMSU) e l’Associazione per la sclerosi multipla di Fiume per il loro sostegno.
Ai presenti si è rivolto pure il console generale d’Italia a Fiume, Paolo Palminteri, il quale ha osservato che il settantesimo è un anniversario importante per una comunità piccola, ma vivace, attiva e solida, come lo è quella ebraica a Fiume. “Questa manifestazione si svolge in un momento in cui siamo testimoni di una crescita drammatica dell’antisemitismo in Europa. È per questo motivo che dobbiamo curare la multiculturalità di Fiume e la presenza di questa comunità, come pure di quella italiana – per quanto piccole – in questa società”, ha concluso il console.


Un opus particolare

Maria Luisa Trevisan, curatrice dell’allestimento assieme a Rina Brumini, ha messo in rilievo alcuni aspetti dell’opus di Tobia Ravà, individuando tre componenti principali: la componente ebraica, quella mitteleuropea e quella veneziana. Parlando della componente ebraica, la curatrice ha ripercorso brevemente la storia familiare di Ravà che, come tante famiglie ebraiche in Germania negli anni Trenta del XX secolo in Europa, subirono le tragiche conseguenze delle leggi razziali. La famiglia fuggì dalla Germania e si stabilì a Venezia. “Nei primi tempi in cui si avvicina all’arte, Tobia è un grafico e dimostra un particolare amore per la linea, che si sviluppa in maniera molto contorta – ha rilevato Maria Luisa Trevisan –. I suoi lavori degli anni Ottanta si avvicinano al graffitismo newyorkese. In seguito si concentra sulle parole e sui numeri, basando le sue opere sul rapporto tra i numeri e le lettere dell’alfabeto ebraico. La componente veneziana è data dai soggetti pittorici che riprendono le trifore, ovvero i particolari gotici dei palazzi veneziani e i colori che rimandano all’oriente. E infine, la sua componente mitteleuropea si nota nella sua formazione, dal momento che sua madre lo spronava a leggere autori come Thomas Mann, Kafka e altri”, ha puntualizzato la curatrice, ricordando che Ravà ha realizzato negli ultimi anni diverse opere a quattro mani con l’artista algerino Abdullah Khaled.


Un percorso di vie diverse

Nel suo intervento, Tobia Ravà si è innanzitutto detto felice di trovarsi a Fiume, in quanto sente un legame particolare con l’Istria, il Quarnero e le isole della Croazia. Ha pure ricordato che negli anni Ottanta e Novanta ha avuto modo di collaborare ad alcune esposizioni con la pittrice Miljenka Šepić nel Teatro “Ivan de Zajc” di Fiume e a Spalato. Ha in seguito accennato ai suoi interessi, dai quali sono successivamente scaturite le opere che produce da diversi anni. “Il mio percorso nasce da un connubio di strade diverse. Ho avuto sempre un rapporto di amore con la matematica, mentre l’altro aspetto è la mistica ebraica – ha spiegato Ravà –. Leggevo testi che avevano a che fare con la kabbalah, come pure i testi cassidici. La kabbalah ha avuto uno sviluppo nel XII e XIII secolo, mentre nel XVIII venne ‘rimpolpata’ nelle zone tra l’Austria, l’Ucraina e la Polonia, dopodiché approdò negli Stati Uniti”, ha rilevato Ravà.
Alla fine degli anni Novanta, l’artista apre un percorso numerico nei suoi lavori, un passaggio derivato dai suoi studi di semiotica a Bologna, assieme a Umberto Eco. “Ogni testo biblico è polisemico, il che vuol dire che può avere diverse traduzioni. Ciò che la kabbalah ci insegna è che la verità non ci è data, bensì dobbiamo scavarla, scoprirla”, ha osservato Ravà, il quale ha pure accennato alla sequenza di Fibonacci come legge naturale, che può essere osservata, per esempio, nella crescita delle piante.
Alla conferenza hanno preso parte, tra gli altri, la presidente della Comunità degli Italiani, Orietta Marot, la presidente del Consiglio cittadino della minoranza nazionale italiana, Irene Mestrovich, e la presidente del Consiglio regionale della minoranza nazionale italiana, Melita Sciucca.

 

 

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