Cultura

Un viaggio nel tempo (6)

Amareggiati per non aver visto mantenere la promessa fatta dagli abitanti di Albona nel 1948 di tenere curate le tombe dei compagni tedeschi di Josef, ci recammo in due macchine verso Arsia. Precisamente nella piazzetta della chiesa Santa Barbara, che è la protettrice dei minatori, costruita a forma di un carrello rovesciato. Questa città è stata costruita all’epoca del fascismo nel 1937. Vennero approntate delle abitazioni per i minatori e le loro famiglie. Marijan ci spiegò che lì c’era molta vita, la gente stava bene, il lavoro non mancava. La cittadina era stata costruita nello stile razionalista dell’epoca con le relative Casa del fascio, piazza centrale, bar, cinema, sala da ballo, asilo, scuola, campo di calcio, piscine, ospedale ecc. Nella piazzetta centrale esisteva anche una statua alta 3 metri dedicata alla figura del minatore. Questa statua è stata rimossa nel 1947 dall’esercito jugoslavo perché considerata fascista. Alla fine della guerra, in seguito anche all’esodo massiccio degli italiani, vennero impiegati dagli jugoslavi i prigionieri tedeschi per svolgere lavori forzati nelle miniere. Uno di questi era Josef.

Oggi il luogo appare deserto: sembra una città fantasma, eravamo lì soltanto noi.
Poi ci portò davanti a un grande stabilimento, abbandonato e scarabocchiato con graffiti: un rudere. Una volta c’erano gli uffici della direzione che amministrava i lavori della miniera. Entrammo e seguimmo Marijan al piano di sopra. Era come una fabbrica fantasma, tutto distrutto. C’erano i bagni, gli spogliatoi, altri uffici, tutto spaccato e alla fine ci portò a una porta sul retro che dava all’aperto.
Davanti a noi vedemmo soltanto molte erbacce: non si capiva dove ci avesse portato. Poi Marijan puntò il dito verso un’apertura in una roccia. Si intravedeva l’ingresso della miniera, quasi nascosta tra rami di edera e altre piante che nel tempo erano cresciute.
Sì, era una galleria. Calpestando quell’erba alta, ci avvicinammo a quella bocca d’ingresso. Era stata chiusa con un cancello e un lucchetto. Ci spiegò che questa miniera era stata chiusa definitamente negli anni ‘90 perché era troppo pericoloso entrarci. Avrebbero dovuto fare dei lavori di manutenzione per riportarla alle norme di sicurezza. Davanti a quell’ingresso notammo un’enorme fuoriuscita di aria fredda, quasi gelida. Fuori ci saranno stati forse 35°C. Si poteva quindi immaginare quanto fosse profonda la miniera. Erano sensazioni impressionanti.
Osservai la reazione di Alexandra e la vidi molto scossa. Suo nonno Josef entrava da lì ogni sera alle ore 21 e usciva non prima delle 7 del mattino dopo, lavorando per tutta la notte con i suoi compagni tedeschi. Con soltanto una lanterna in mano, pareti e soffitti stretti, freddo, umido, sporco       e fisicamente e psicologicamente già a pezzi. Fu davvero un miracolo che fosse uscito vivo. Molto probabilmente si era tenuto in vita perché gli avevano detto che dopo la miniera sarebbe stato finalmente rilasciato e pensava tutti i giorni a nient’altro che a sua moglie e al suo piccolo figlio Werner.
Tornammo alla piazzetta della chiesa di Santa Barbara dove ringraziammo tantissimo Marijan per averci portati fin qui e per averci raccontato un po’ di storia su Albona, Arsia e la miniera.
Prossima destinazione: Fiume e l’ex via Tasso.
Oggi non si chiama più via Tasso ma via Kozala. Dopo la Seconda guerra mondiale, il regime di Tito cambiò quasi tutti i nomi delle vie della città. Partiti da Arsia percorremmo tutta la costiera istriana passando per Moschiena, Laurana, Icici, Abbazia fino ad arrivare alla nostra destinazione. Durante questo tragitto ci fermammo più volte per ammirare il panorama mozzafiato sul Quarnero. Uno spettacolo da cartolina, impossibile descriverlo solo con belle parole, bisognerebbe andare lì per capire la meraviglia della natura.
Grazie alle indicazioni ricevute sul telefonino da Furio, il figlio di Lucilla che vive in Texas (i fiumani esuli sono ovunque), trovammo subito l’indirizzo della via Tasso a Cosala. Al piano terra oggi si trova una pizzeria. Fino al 1945 al posto di essa si trovava il panificio del nonno di Lucilla, il Sig. Pucikar. Era molto conosciuto all’epoca e faceva dell’ottimo pane. Purtroppo nel febbraio del 1945 questa palazzina fu bombardata e sotto le macerie rimase ucciso.
Alexandra, Rainer ed io ci sedemmo in questa pizzeria per bere delle bevande fresche. Avevamo tenuto per tutta la giornata contatto telefonico, sia con Werner in Germania, sia con la Lucilla in North Carolina, sia con Lucia a Genova, che con Furio in Texas.

(6 e continua)

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