Cultura

... e Neresine si vestì da Ninfa (3)

16 osseroPurtroppo non sono state trasmesse le partiture musicali; è comunque degna di rilievo la presenza del clavicembalo nella quinta ghirlanda, laddove le pièce ragusee privilegiavano la zampogna, il flauto a una o due canne e la ciaramella del balcano.. in ragione del “color locale” (nota n. 4).

È grazie al felice rapporto in essere tra la cittadinanza e il conte capitano Sebastiano Querini che ci è pervenuta questa testimonianza della vivacità culturale degli abitanti delle isole di Cherso ed Ossero verso la fine del XVI secolo.


Cenni biografici

Stefanello De Petris, compilatore della raccolta: della sua vita si sa molto poco, così lo descrive Iacopo Cella: “entrato in Consiglio il giorno 29/6, 1583, a 23 anni copriva già l’importantissima carica di giudice: più tardi ebbe altri onorifici incarichi, fu ambasciatore a Venezia ecc. ecc.. Di lui conosciamo anche un’Orazione letta alla partenza del conte Sebastiano e pubblicata separatamente a Vicenza nel 1588” (nota n. 5).
Sebastiano Querini – conte-capitano di Cherso e Ossero, nato nel 1556, era figlio di quell’Andrea Vincenzo che nel 1537 aveva preso parte all’impresa di Obrovazzo contro i Turchi, rimettendoci la funzionalità di un braccio a causa di un’archibugiata. Sebastiano, era sposato con Franceschina Longo, che nella ghirlanda n. 2, quella che vede protagonisti Giasone e Medea, viene così celebrata: “….honor de l’Hadria,/Donna la più genitl benigna e casta/Dè’ tempi suoi (…)”
La coppia ebbe sei figli, quattro dei quali morti in tenera età. In particolare, Alvise Marcantonio Benedetto morì a soli tre mesi nel gennaio del 1596, mentre il Querini era provveditore di Cividale (1595-1596). Questa volta la reggenza non fu particolarmente felice, Cividale stava vivendo un periodo di particolare violenza dovuta alla sfrontatezza dei nobili locali, molti dei quali divisi in due fazioni nemiche (nota n. 6).
Non è nota la data della sua morte, il Cicogna riferisce che egli sicuramente viveva ancora del 1626 quando precisò nel suo testamento che voleva essere sepolto a Venezia nella chiesa delle Vergini, dove aveva fatto costruire un altare dedicato a San Sebastiano, commissionando l’esecuzione della pala ad Antonio Vassilacchi (1556-1629), detto l’Aliense.


Querini, conte-capitano

Il Querini aveva accettato la nomina a conte-capitano di Cherso e Ossero il 17 aprile 1586 e aveva iniziato il suo reggimento il 5 luglio 1586, terminandolo l’8 luglio 1588. Come ricorda Luigi Tomaz (nota n. 7), sin dai primi giorni aveva aiutato la Comunità, facendo sì che potesse attingere dalle entrate giudiziarie destinate al Censo statale la somma necessaria a riparare il Palazzo Comunale, compresa la sala “nella qual a tempi di carnevale, et di fiera si redduce il ballo et ogni festa pub.ca giusta il consuet.o della Città (…)”. I lavori si protrassero nel biennio, nel 1586 fece restaurare una cisterna dal taiapiera Girolamo. Nel 1587 incaricò il tagiapiera Marco Soldatich del restauro di due colonne con capitelli nel cortile, nonché di interventi sul balcone della camera sopra la corte del palazzo, scaletta, pergola, quattro bifore del portico. Per la doratura del leone di San Marco, che era sul fronte del palazzo stesso, pagò 69 lire all’indorador Zuane Gapich. Intervenne anche sulle mura cittadine. Come osserva il Mitis “questo rettore veneto non trascurava neanche le minuzie”, si premurò, infatti, di dare persino disposizione scritta affinché “.. a vender la calcina la sia bagnata, si che s’attacchi al muro” (nota n.8).
Il Tomaz loda Sebastiano Querini anche per il sostegno che diede alla Comunità Chersina e Osserina nei confronti delle “indegnità del vescovo Coriolano Garzadori”, che nel Consiglio del 12 ottobre 1587 venne accusato dai rappresentanti del Fontego di malefatte ed infamie. Il Querini, che aveva intravisto una loro ritrosia per paura di ritorsioni, li incoraggiò a denunciarlo. Il Consiglio deliberò, pertanto, di rivolgersi con un ambasciatore al Doge perché adottasse adeguati provvedimenti. Prevedendo rivalse da parte del vescovo, venne pure deliberato che, tutti quelli che fossero stati da lui perseguiti, sarebbero stati difesi a nome e a spese della Comunità. Così la Comunità dovette difendere il Querini, pesantemente accusato dal Garzadori, presentando al Senato veneziano un memoriale durissimo contro il vescovo e in difesa del Conte, che venne chiamato “Padre della Patria” (nota n. 9).
Le controversie tra gli abitanti e il vescovo furono in parte appianate con la ducale Cicogna del 18 giugno 1588, e definitivamente concluse con l’intervento del Provveditore generale delle Province, Federico Nani, che venne appositamente in isola ed espresse le sue conclusioni il 2 luglio 1589 (nota n. 10).
Non va sottaciuto che la Serenissima Repubblica di Venezia si arrogava una certa indipendenza dal punto di vista religioso, mentre il Garzadori era molto impegnato ad adeguare la vita religiosa della sua diocesi alle normative tridentine (nota n. 11). La vertenza non dovette finire a sfavore del Garzadori, visto che mantenne l’incarico di vescovo di Ossero fino al 1614, e che lo lasciò per sua scelta, facendo nominare al suo posto il suo stesso nipote Ottaviano. Mi riservo di approfondire l’argomento in un apposito studio.
Concludendo la carrellata sulla presenza del Querini a Cherso e Ossero, va evidenziato che l’archivio di Ossero, oggi conservato a Fiume, contiene una busta con gli atti risalenti al suo rettorato: n. 42 Acta Cancelleriae Ausseri A. 1585-1588 (nota n. 12).
Segnalo, in particolare, perché più strettamente legati alla nostra isola, il fascicolo n. 21, relativo al Sindicatus Lussini (VIII. 1586-19. I. 1588), f. 811-837; il fascicolo n. 34 “Contra quelli di Lossino per occasione delle guardie” (1586-1588) f. 1127-1158; e il fascicolo n. 35 “Contra quelli de Neresine per furto Marco Rudanich et Zuanne Petizza” (1585-1586) f. 1161-1176. I primi fascicoli di questa busta (da 1 a 18) contengono, invece, atti più generali assunti dal Querini, anche questi potrebbero contenere informazioni particolarmente interessanti. In realtà, avendo tempo da spendere a Fiume, tutto l’archivio osserino meriterebbe uno studio approfondito.

 

 

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