Cultura

«Cabaret D’Annunzio» e l’impresa del Vate

FIUME | Un progetto teatrale che unisce il genere della commedia brillante con quello del teatro italiano di avanspettacolo, coniugando al tempo stesso musica e prosa, per parlare della figura di Gabriele D’Annunzio e della sua Impresa fiumana. Vicenda in cui il Vate e i suoi seguaci visionari cercavano di mettere in pratica i loro ideali sanciti dalla Carta del Carnaro che dichiarava l’uguaglianza di tutti i cittadini e la libertà di pensiero. Sono questi gli elementi del prossimo spettacolo del Dramma Italiano del TNC “Ivan de Zajc”, dal titolo “Cabaret D’Annunzio”, di Fabrizio Sinisi. Il lavoro, che vede la regia di Gianpiero Borgia – autore nella stagione 2015/16 della messa in scena di “Una vita da cantare”, di Rosanna Bubola con protagonista Alida Delcaro –, debutterà il prossimo 17 di marzo. In occasione della prossima messa in scena della pièce non poteva mancare un nostro incontro con il regista.

Come nasce questa seconda collaborazione con il DI?

“Nasce a seguito dello spettacolo ‘Una vita da cantare’, presentato nella scorsa stagione e per il quale, con la direzione del Teatro, ci siamo impegnati a organizzare un progetto un po’ più ambizioso. Dopo averci ragionato sopra, abbiamo deciso di realizzare un lavoro su Gabriele D’Annunzio”.

Di che cosa tratta “Cabaret D’Annunzio”?

“È un lavoro teatrale con cui intendo realizzare una progettualità artistica molto più ampia e composta da diversi spettacoli, che spero di poter realizzare con il Teatro di Fiume o con altre realtà teatrali. In altre parole, dedicare un ciclo di produzioni a figure contraddittorie della storia e della cultura italiane. Figure problematiche, per così dire, personaggi, che non possono venir definite né positive né negative. È nostro intento raccontare, attraverso l’ironia del Cabaret, queste personalità complesse, che possono essere tante, come ad esempio Silvio Berlusconi, Bettino Craxi, Sandro Pertini, Oriana Fallaci, e tante altre che non entrano nella definizione manichea dei principi del buono e del cattivo che la nostra cultura fa. D’Annunzio è l’antesignano di tutti questi. Nel nostro caso, raccontiamo la vita monumentale del Poeta soldato”.

Quale periodo della vita di D’Annunzio sarà affrontato nello spettacolo?

“Affrontiamo un arco di tempo che dura 50 anni e che parte con la sua ipotetica morte, che lui immagina avvenga all’età di sedici anni. Per motivi di esibizionismo, un giovane D’Annunzio diffonde mediante un comunicato la falsa notizia che lo dà per morto. Sessant’anni dopo se ne va in modo molto meno eroico di come s’immaginava da ragazzino. Muore in età avanzata, nella sua casa a Gardone di Riviera. Abbiamo dovuto procedere per episodi, poiché non era possibile raccontare in meno di due ore una vita fatta di imprese, beffe, grandi opere e grandissimi amori. Abbiamo dovuto pertanto selezionare degli episodi emblematici che per noi fossero utili da un punto di vista tematico nell’affrontare pienamente il personaggio”.

Che cosa si cela dietro il titolo “Cabaret D’Annunzio”?

“Siamo partiti dal fatto che la vita di D’Annunzio non fosse una semplice vita bensì fosse il componimento di una grande autobiografia. Per D’Annunzio tutto è stato un cabaret, ogni gesto, ogni impresa, ogni momento della sua esistenza è stato da lui manipolato al fine di ottenere risalto nei giornali, nei libri di storia, nel gossip. Ogni singolo evento era volutamente artificioso, un pezzo di teatro. In tale ottica, il genere del cabaret è in grado di descrivere perfettamente un personaggio di questo tipo, che della propria vita faceva un’impresa”.

Come sarà concepito lo spettacolo?

“Avrà una serie di numeri musicali e si dividerà in episodi. Partirà dalla giovinezza trascorsa a Roma, l’amore profondo e passionale con Eleonora Duse, fino all’Impresa di Fiume e quindi l’epilogo finale con la vicenda di Gardone di Riviera, dove costruisce la sua eterna dimora”.

Da dove nasce questo suo interesse per il Vate?

“Sono dell’avviso che il teatro debba porre quesiti, cercare risposte aprendo vasi di Pandora. D’Annunzio subisce il racconto a posteriori quale sconfitto della storia, per cui in Italia, dal punto di vista letterario, viene ridotto a uno scrittore di destra. In Croazia viene percepito semplicemente come un politico fanfarone, invasore e antesignano del fascismo. In entrambi i casi è un’interpretazione un po’ spoglia. Lui è uno che ha determinato con il proprio vivere artistico, politico e storico, l’andamento di mezzo secolo di storia italiana. È stato lui a inventare il decadentismo, a portare in auge il superomismo. D’altra parte, in Croazia, è visto e affrontato soltanto dal punto di vista politico e viene definito e raccontato come un antesignano del fascismo. In realtà, i presupposti ideologici della Carta del Carnaro sono più vicini al leninismo, all’anarchismo e al libertarismo. Per me che vedo il teatro come un territorio paradossale, poter affrontare un personaggio di questa portata è più che uno stimolo. È un’analisi del teatro, un’inchiesta sull’uomo. E quindi, a prescindere dai vari giudizi, è un uomo estremamente interessante, una personalità che si presta a una bella inchiesta”.

Ha il timore che lo spettacolo possa provocare delle interpretazioni politiche errate?

“Interpretazioni politiche errate verranno fatte sia a Fiume che in Italia. Sarà inevitabile, purtroppo. D’Annunzio, come ogni personaggio storico di tale portata, ha i propri sostenitori ma anche denigratori. Persone chiuse sia dall’una che dall’altra parte. Posso fare qualsiasi cosa, rappresentarlo con la massima obiettività, ma i suoi estimatori penseranno comunque che io stia sminuendo il loro idolo, mentre per i denigratori starò facendo l’apologia di un fascistoide. Sono problemi lori, non miei. Io devo affrontare delle problematiche. Se soltanto una delle due parti, sostenitori o denigratori di D’Annunzio, metterà in dubbio le proprie convinzioni, lo spettacolo avrà già raggiunto il suo scopo. Quella di D’Annunzio è una storia che ha quasi cent’anni, per cui è lecito iniziare a trattarla con il debito distacco, proprio per poter ricollocare il personaggio nel posto che merita nella storia”.

Che cosa prova sapendo che questo lavoro su D’Annunzio verrà messo in scena proprio a Fiume, che è stata il fulcro della sua Impresa?

“È una bella sfida, ed è una cosa che mi piace e mi affascina. L’Impresa di Fiume non ha uguali. D’Annunzio è un poeta diventato principe per un anno e mezzo. E chiaramente ha fatto disastri”.

Come si è trovato nel capoluogo quarnerino?

“La città mi piace molto. Ci sono delle cose che mi piacciono in maniera particolare e che sono legate all’aspetto professionale. Ritengo che l’attività teatrale sia estremamente importante per la società e a Fiume lo si percepisce. In Italia non è così. Fiume mi piace anche come crogiolo di popoli e culture. Questa fusione di popoli, questa multiculturalità che da sempre la contraddistingue, è un’enorme ricchezza”.

 

 

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